Rassegna stampa

15-11-2021, Stefano Tamagnone, EMILIO COVERI: «UCCIDERSI È UN DIRITTO. PURE IO ANDAI IN SVIZZERA PER NON DOVER SOFFRIRE», www.cronacaqui.it

Di Stefano Tamagnone, www.cronacaqui.it | 15.11.2021


Con l’associazione Exit informa sul suicidio assistito dal 1996: «Ogni settimana mi chiamano in 90 perché vogliono morire. Io sono arrivato a Basilea per farlo, ma ho rinunciato per loro»

«Se ho mai pensato al suicidio? Sei anni fa. Non ne potevo più. Partii con un amico e me ne andai a Basilea alla Life Circle-Eternal Spirit. Avevo fatto tutto quanto: le visite, le cartelle cliniche. Ero deciso, in un modo o nell’altro, a farla finita». Emilio Coveri, 70 anni, torinese, ex manager Fiat in pensione, sposato, due figli, è il fondatore e presidente di Exit Italia, l’associazione che dal 1996 si batte per il testamento biologico, l’eutanasia e la legalizzazione anche nel nostro Paese del suicidio assistito, possibile soltanto in Svizzera. Una esistenza dedicata al diritto di decidere di non soffrire, la sua. Perché «la morte – è convinto -, quando la sofferenza diventa insostenibile, è una scelta di vita».

E lei aveva scelto…
«Sì, perché una malattia neurogenerativa mi ha reso cieco. E non sopportavo più di vivere dipendendo dagli altri».

Ma poi ha cambiato idea. Cosa accadde quel giorno di sei anni fa?
«Arrivai in hotel, la dottoressa che mi ricevette mi disse: “Pensa un attimo: tu sei il presidente di Exit, gli italiani credono in te, sperano in te, hanno bisogno di te. Ma se vuoi, io ti aiuto”. E mi diede dieci minuti di tempo per decidere».

E cosa fece? (Sospira)
«Sono uscito fuori piangendo, ho fumato due sigarette, il mio amico mi confortava, ma senza dirmi niente. Siamo tornati dentro, abbiamo bevuto un the. Poi ho detto alla dottoressa: “Erika, me ne torno a casa”. Sono stato un codardo (la voce è rotta dall’emozione, ndr), un vigliacco. Ma adesso sono contento così. Perché ho Exit, perché sono orgoglioso di averla consolidata, perché a tutti diamo una speranza. E io bene o male me la cavo abbastanza bene da solo. Ho un computer che parla, un telefonino che parla. Ed è meglio così. Per tutti. Ma il giorno che decido di andare, parto. Anche se penso che non lo farò. Mia moglie dice che non ho abbastanza coraggio».

Coraggio ne ha avuto parecchio a fondare una associazione così nel 1996. Perché l’ha fatto?
«Per tre obiettivi. Il primo: creare un dibattito sull’eutanasia, che allora era assente, nel nostro Paese. Obiettivo raggiunto. Secondo: avere il testamento biologico con le volontà sulla fine della nostra esistenza legalizzato. Raggiunto pure questo con la legge 219 del 2017 entrata in vigore a gennaio 2018. Da quel momento, ognuno di noi può redigere e depositare in Comune o presso un notaio le disposizioni anticipate di trattamento che vengono inviate al ministero della salute e andranno rispettate nel caso in cui dovessimo perdere conoscenza o non essere più in grado di intendere e volere».

Quindi si può già scegliere se morire senza soffrire troppo?
«Sì, anche se in Italia nessuno lo dice. Se dovessi avere un incidente come Eluana Englaro, oppure un alzheimer o un coma irreversibile, con il testamento biologico il mio fiduciario mi porta in ospedale, mi fanno la sedazione profonda e poi mi tolgono idratazione e alimentazione, senza stare 18 anni intubato inutilmente».

Terzo obiettivo di Exit?
«Una legge che regolamenti eutanasia e suicidio assistito in Italia. Abbiamo portato un anno fa il nostro progetto di legge a Roma, la commissione l’ha messo in un cassetto. Ma andremo di nuovo all’attacco, e adesso c’è il referendum».

Ma perché Emilio Coveri, che allora era un manager Fiat che organizzava eventi internazionali nella direzione immagine Iveco, fonda Exit?
«Mio padre è morto di cancro ai polmoni in maniera atroce. Mio zio, che era un secondo padre, morì ignobilmente per un cancro alle ossa. Giurai a me stesso che, siccome mi voglio tanto bene, una fine così non l’avrei fatta. E io non la farò. Ognuno di noi deve avere il libero arbitrio, la possibilità di libera scelta e decidere personalmente per se stessi. L’eutanasia è questo: decidere per se stessi».

Suo padre aveva espresso il desiderio di farla finita?
«Papà non ha avuto il tempo. Mentre mio zio, poveraccio, sì. Un giorno andai a trovarlo e dovevamo guardare la partita della Juve insieme, lo aiutai ad alzarsi dal letto e mentre andavamo al televisore, quando passammo davanti alla finestra mi disse: “Aprimela, che mi butto giù”. Era il 1990. Non avevo alcuna idea di fare qualcosa. Però quelle parole, il suo dolore atroce, mi sono rimasti molto impressi. E nel 1996 abbiamo cominciato questa avventura, senza velleità. Con una idea semplice: se metto per iscritto che è il mio fine vita voglio che sia così, se la democrazia è democrazia, le mie volontà vanno rispettate».

Ma Exit, concretamente, cosa fa?
«Quello che dice il nostro statuto: promozione del testamento biologico, diciamo alla gente come farlo, chiediamo di ingrandire la nostra associazione che oggi ha 5.086 soci. E poi è venuto fuori il discorso Svizzera. Già allora succedeva che qualcuno partiva e se ne andava su per conto suo, e abbiamo cominciato a contattare le cliniche svizzere per poter capire come potevamo fare quando uno era disperato. Noi diamo soltanto informazioni, che oltretutto sono su Internet, dicendo per prima cosa che per accedere bisogna avere una patologia grave, clinicamente accertata, irreversibile e senza possibilità di guarigione».

E poi?
«Noi ci fermiamo alle informazioni: diciamo “vai su Internet, ci sono 4 associazioni. Chi vuole le contatta, loro analizzano le cartelle cliniche. Se ti accettano, se si accende la cosiddetta “luce verde”, scegli il giorno e poi va su. Un medico ti accoglie e ti accompagna, procura la medicina letale e tu la bevi. Attenzione: il medico è tenuto a cercare di far desistere il paziente».

Quanto costa?
«Diecimila franchi svizzeri, circa 9.500 euro, che comprendono la cremazione, il trasporto della salma, la medicina letale, due visite del medico che ti viene a trovare un giorno prima per capire se la tua volontà è veramente quella di morire e per provare a farti desistere. Quando uno dice sì, il giorno dopo arriva con la pozione letale, te lo chiede ancora trentamila volte, e poi te la dà e tu la bevi. Un medico legale firma il certificato di morte e la gendarmeria viene a controllare che tutto si sia svolto regolarmente».

Quanti cambiano idea?
«La statistica Dignitas, una delle quattro associazioni, dice che il 40% delle persone che fanno la richiesta tornano poi a casa. La statistica Exit invece dice che di tutti gli italiani che sono andati su, nessuno è tornato indietro».

E quanti sono gli italiani che vanno a morire?
«Circa 50 all’anno. Noi ci accorgiamo che non c’è più questo nostro associato perché non paga la quota sociale l’anno successivo».

Di quanto è la quota?
«Cinquanta euro di iscrizione, quaranta euro all’anno oppure un vitalizio di 800 euro senza più dover pagare la quota annuale, che era di 25 euro ma è stata aumentata, senza che nessuno si lamentasse, a causa del processo di Catania che ci è costato molto».

Lei era accusato di istigazione al suicidio, la procura sosteneva che avesse convinto una donna siciliana ad uccidersi. Ma mercoledì è stato assolto…
«Perché il fatto non sussiste. Perché noi non abbiamo mai convinto o accompagnato nessuno ad uccidersi. Perché in tanti anni abbiamo semplicemente fatto ciò che prevede il nostro statuto. Eppure, mi hanno portato a processo. E questo mi ha fatto molto male, ho sofferto molto. Ma almeno questa sentenza ha dimostrato l’onestà, e la bellezza, di Exit. Una onestà che significa star vicino a chi soffre».

A proposito di sofferenza. C’è un limite di dolore oltre il quale il suicidio è ammissibile e sotto il quale invece no? E chi lo valuta?
«Sono i medici a valutare, in base alle documentazioni cliniche. Comunque, il suicidio, come l’aborto, è un fatto tragico. Chi va in Svizzera lo fa perché vuole smettere di soffrire. Perché non ha paura della morte, ma di soffrire gratis».

La malattia mentale rientra nei casi ammissibili?
«Può rientrare, ma la pratica è molto lunga, perché occorre capire la gravità della situazione. Essere depressi perché la fidanzata ti mollato o hai perso i soldi al Casinò non basta».

Lei ha mai visto qualcuno morire in Svizzera?
«Mai. Ma ho ricevuto telefonate di parenti e conoscenti che hanno accompagnato i propri cari che mi hanno detto una cosa pazzesca. Quando il medico mette la medicina nel bicchiere pieno d’acqua e dice “guarda che è un po’ amara, magari mangiaci una caramella insieme”, questa gente prende il bicchiere e lo beve con avidità. Vuol dire che non ne potevano più. E io li capisco».

Quante sono le persone che chiedono di morire?
«Tantissime, in continuo aumento. E questo trend mi preoccupa. Io, personalmente, ricevo 90 telefonate alla settimana di gente disperata. E determinata. Io dico sempre: prima fai il testamento biologico, prova a curare la malattia. Se poi vedi che dopo la terza chemio non c’è più niente da fare, prenderai la tua decisione».

Ricorda la prima telefonata?
«Nel 2004. Una signora di Reggio Emilia che aveva una sclerosi laterale amiotrofica, aveva già tracheotomia e sondino gastrico. Non riusciva quasi a parlare. Disse: “Non ce la faccio più”».

E l’ultima?
«Questa mattina. Un signore di Treviso cui è morta la moglie l’anno scorso per un cancro terribile. Lui è stato operato di cancro all’intestino. Conduce ancora una vita abbastanza normale. Io gli ho detto: “Lei deve valutare sempre la sofferenza, perché ognuno di noi ha una resistenza. Ha due nipoti, due bei figli, vada avanti fin che può”. Poi ci sono già quattro persone che hanno fatto la richiesta da settembre in avanti. Tutte hanno ottenuto la luce verde».

Coveri, lei crede in Dio?
«No, sono agnostico totale, e non accetto che mi dicano che devo soffrire perché Gesù Cristo ha sofferto sulla croce. Il Vaticano è rimasto indietro con i tempi, non si aggiorna e non ha capito che l’eutanasia è una liberazione dalla sofferenza dell’individuo. Soffrire gratis, secondo loro, è bello perché guadagni il regno dei cieli, ma non tutti credono in questo regno dei cieli. Io se sto male, non voglio soffrire e basta. E come me anche tanti cattolici. Il 78,8 per cento degli italiani, secondo l’Eurispes, sono favorevoli all’eutanasia o al suicidio assistito e soprattutto sono favorevoli alla libera scelta».

Quindi, se il referendum si farà, è convinto di vincere?
«Succederà come per aborto e divorzio».

Ha qualche rimpianto?
«Nessuno. Rifarei tutto».

E un sogno?
«Ne ho firmato uno con la mia nipotina di 12 anni: arrivare al 2050, quando avrò 99 anni, per vedere l’uomo che va su Marte. Sempre che il mio corpo e la mia mente reggano. Se dovessi diventare un peso per la mia famiglia prima, so come fare a togliermi di mezzo».

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