Lo Scaffale

Mariangela Maraviglia, SEMPLICEMENTE UNA CHE VIVE. VITA E OPERE DI ADRIANA ZARRI

Di Riflessione di Ileana Montini sul libro | 05.01.2021


Società editrice il Mulino, Bologna, 2020, pagine 224, euro 19,00

Il monaco -si legge nelle definizioni- vive in una comunità, l’eremita rifugge dalla comunità, vive in solitudine e senza contatti umani, entrambi consacrano la loro vita a Dio.

Ebbene, la teologa Adriana Zarri (1919-2010) si definiva una monaca eremita, anche se viveva sia la dimensione attiva, sia quella contemplativa.

Lo spiega anche nel libro pubblicato dopo la sua morte (2010) con il titolo Un eremo non è un guscio di lumaca (ed. Einaudi 2016). Ora è uscita la sua storia presso le edizioni del Mulino a firma di Mariangela Maraviglia e riccamente documentata, con il titolo Semplicemente una che vive – vita e opere di Adriana Zarri. La frase era sua, per definirsi: una che vive.

La leggevo su Settegiorni (settimanale che cessò le pubblicazioni nel 1974) perché mi affascinava la sua penna che non risparmiava, da critiche puntuali e pungenti, la Chiesa ecclesiastica. Forte fu la critica nei riguardi dell’Opus Dei e di Comunione e Liberazione; seppe anche intuire che c’era da preoccuparsi per gli elementi di fondamentalismo nell’Islam, per carenze di cultura esegetica e concetto rigidamente monistico di Dio.

Erano i tempi della comunità di base sorte come funghi dopo la famosa occupazione del duomo di Parma nel settembre del 1968 a opera soprattutto di gruppi giovanili. E così l’invitammo anche noi a Cervia (Ra), alla comunità sorta anche in conseguenza del vivace conflitto con il parroco intransigente e un po’ ottuso. Andai a prelevarla in stazione e cominciammo subito una conversazione simpatica e di facile intesa su tanti versanti. Non mancò subito di spiegarmi che si sentiva una romagnola perché San Lazzaro in Savena (Bo) poteva ancora considerarsi terra dell’Esarcato.

Soprattutto eravamo d’accordo nel definire monaci coloro che, in comunità o meno, vivevano una dimensione contemplativa. Così come aveva fatto Charles De Foucauld nel deserto africano sognando una comunità di monaci attivi e contemplativi capaci di condividere la vita di tutti. Comunità che si realizzò dopo la sua morte per iniziativa di Renè Voillaume con la congregazione dei Piccoli Fratelli. Adriana mi invitò a farle visita nel suo eremo in Piemonte, nella diocesi del vescovo Luigi Bettazzi legato da tempo alla spiritualità dei Piccoli Fratelli. M. Meraviglia scrive: “ I suoi eremi celebrati o detestati si iscrivevano in un ‘apostolato della presenza e del silenzio’ che, fin dagli anni Cinquanta, Adriana individuava nella vicenda di Charles De Foucauld, e che fiorì in creative forme monastiche ed eremitiche negli anni successivi al Concilio Vaticano II.“ E del primo eremo: “Il castello di Albiano, antica dimora estiva dei vescovi di Ivrea trasformato in villa nel 1600, era stato da poco lasciato dai quattro Padri Bianchi che vi risiedevano, era vuoto e fu il naturale approdo dell’aspirante eremita.”

Aveva arredato ogni “cella” con cura, a dir il vero con uno stile che non sempre mi sembrò indovinato; si era riservata la parte alta del castello e l’accesso a un orto da lei personalmente curato. Sapeva cucinare e apprezzare la buona cucina: ricordo il minestrone di verdure appena raccolte per la cena.

Nella tradizione ecclesiale il titolo di monaco/a spettava soltanto ai claustrali; le monache professe venivano chiamate madri, forse anche per distinguerle dalle consacrate di serie B, le suore appartenenti alle congregazioni di vita attiva o alle laiche degli istituti secolari. Adriana mi propose di raggiungerla al castello per condividere la sua “regola” non scritta, segno che in quella fase non era così sicura di una vita di assoluta solitudine pur sempre nella socialità degli incontri aperti a singoli e gruppi, e nel suo costante peregrinare per parlare su e giù per l’Italia.

L’autrice ricorda che in una lettera del 1973 al cardinale Gabriel-Marie Garrone, Adriana scriveva che il suo eremo offriva una ospitalità contemplativa: poteva essere questa dimensione un nuovo monachesimo diffuso?

La contemplazione come preghiera e silenzio: il silenzio prolungato, il “fare il deserto” della spiritualità dei Piccoli Fratelli a immagine del deserto vero, quello dell’Africa dove il cielo stellato copre distese immense di dune non calpestate dalle folle. A me ora sembra che la laicità di A. Zarri come le scelte a favore della legge sul divorzio e in difesa della interruzione di gravidanza con la 194, si sia sempre coniugata egregiamente con il suo essere una mistica. Una mistica come Teresa D’Avila, la viaggiatrice per la riforma del Carmelo ma sempre anche monaca di clausura. A. Zarri era laica come Tina Anselmi che amava ripetere che lei poteva non essere d’accordo con leggi come quelle per il divorzio e l’aborto, ma come ministra le firmava in quanto lo stato non doveva assumere un punto di vista religioso da imporre a tutti i cittadini. A. Zarri aggiungeva a favore della laicità dello stato forti argomentazioni teologiche. Non credo si siano mai incontrate ma avevano in comune la simpatia per la spiritualità del francese morto assassinato nel 1916 da due Tuareg nel deserto algerino. Tina Anselmi un giorno mi confidò che aveva anche pensato di farsi monaca tra le Piccole Sorelle.

Ileana Montini

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