Rassegna Stampa

22-02-2012, Barbara Spinelli, LA TENTAZIONE DEL MURO, la Repubblica

Di Redazione | 22.02.2012


Con molta, troppa facilità ci stiamo abituando a dire che la bancarotta greca non sarebbe poi la
catastrofe paventata da anni. Il male, incurabile, basterebbe allontanarlo, asportando Atene
dall'Eurozona come si fa con un'appendicectomia. Quel che conta è evitare il contagio, e non a caso
il Fondo salva Stati si chiama d'un tratto Firewall, muro parafuoco che serve a proteggere i sistemi
informatici dalle intrusioni: che salverà chi è ancora dentro (l'Italia, per esempio) da chi,
nell'ignominia, sta cadendo fuori.
Come la linea Maginot che i francesi eressero per proteggersi dagli assalti tedeschi negli anni '20-'30, Firewall evoca gli universi chiusi della clinica e della guerra: il miraggio d'un muro inviolabile rassicura, anche se sappiamo bene come finì il fortilizio francese. Cadde d'un colpo. Lo storico Marc Bloch parlò di strana disfatta perché il tracollo era avvenuto negli animi, prima che lungo la Maginot: «nelle retroguardie della società civile e politica», prima che al fronte.
In realtà nessuno ci crede, al chimerico Firewall che abita le fantasie e fiacca la ragione. Altrimenti
l'Unione non avrebbe deciso, ieri, un ennesimo importante prestito alla Grecia. Altrimenti non ci
sarebbe chi pensa, allarmato, a una nuova architettura dell'Unione: più federale, dotata di un
governo europeo cui gli Stati delegheranno sovranità crescenti. Ci stanno pensando Berlino e forse
Roma, anche se Monti ha appena firmato una lettera con Cameron e altri europei in cui non si parla
affatto di nuova Unione, ma di completare il mercato unico. Così le cose procedono lente, e il
problema cruciale (le risorse di cui disporrà l'Unione, per un possente piano di investimenti)
nessuno l'affronta. In parte la lentezza è dovuta a corti calcoli prudenziali: ogni leader ha le sue
elezioni. In parte si vuol vedere l'esito del dramma ellenico, e qui comincia la parte più torbida della
storia europea che si sta facendo.
Ci sono momenti in cui sembra che i governi forti aspettino la bancarotta greca, per costruire
l'Unione che dicono di volere. È la tesi dell'economista Usa Kenneth Rogoff, intervistato da
Spiegel: una volta espulsa Atene, gli Stati Uniti d'Europa si faranno prima del previsto, grazie alla
crisi. C'è, nell'aria, odore di capri espiatori. Ma è proprio vero che l'autodafé della Grecia
genererebbe la nuova Unione? E quale Europa nascerebbe, se svanirà la pressione della crisi greca?
Per ora, una cosa pare certa: Atene è in tumulto, e a forza di piani a breve termine mina l'eurozona e l'idea stessa di un'Europa solidale nelle sciagure. Difficile che quest'ultima si costituisca in
federazione, se il primo atto consisterà nel gettare a mare i Paesi che non ce la fanno. L'operazione
Firewall non è indolore per la Grecia, ma neppure per l'Europa.
È quello che hanno scritto sull'Economist Mario Blejer e Guillermo Ortiz, ex banchieri centrali
dell'Argentina e del Messico, in un appello in cui si ricorda agli europei il costo della bancarotta di
Buenos Aires nel 2002, e la diversità tra quel fallimento e quello temuto in Grecia. L'Argentina
conobbe in effetti sei anni di crescita dopo la svalutazione del peso e lo sganciamento dal dollaro,
ma nel mondo non c'era la recessione odierna, il risanamento fu distribuito lungo una decina d'anni,
e il peso esisteva ancora. Invece la dracma non c'è più, e ricrearla sarebbe un salasso terribile (i
debiti greci sono in euro: come ripagarli con dracme svalutate?). Infine, aggiungono i banchieri
centrali, s'è persa memoria della veduta breve del Fondo Monetario, e di un tracollo che fu
«straziante» per gli argentini. La loro bancarotta era obbligata mentre non lo è per la Grecia, che è
pur sempre nell'Unione: «Chi propone l'uscita di Atene dall'eurozona sottovaluta le conseguenze
devastanti che avrebbe. L'esperienza argentina dovrebbe servire non come esempio, ma come
deterrente contro ogni idea di fuoriuscita».
Un avvertimento simile viene in questi giorni da Lorenzo Bini Smaghi. Sul sito del Financial Times,
il 16 febbraio, l'ex membro dell'esecutivo Bce fa capire, senza dirlo chiaramente, che così come
l'Europa oggi è fatta, così come fa sgocciolare le sue imperfette misure, il male non sarà curato.
Esiziale, comunque, è la falsa sicurezza che si ostenta di fronte a un possibile fallimento, simile aquella esibita ottusamente nel 2008 quando fallì la società Lehman Brothers: «Il contagio
finanziario opera in modi inaspettati, specie dopo gravi traumi come il fallimento d'una grande
istituzione finanziaria o d'un Paese».
Il trauma colpirebbe la Grecia, ma anche le istituzioni europee: esse dimostrerebbero infatti una
strutturale «incapacità di risolvere i problemi». Di qui la convinzione che il modello Fondo
Monetario sia migliore: la sua assistenza è egualmente condizionale, ma almeno è prevedibile e
prolungata. Non così l'Europa, che tiene Atene sotto la minaccia di continuo fallimento: una
minaccia che «sfinisce il sostegno politico di cui (la disciplina richiesta) ha bisogno, e alimenta
l'instabilità sui mercati finanziari». Forse è tardi per cambiar metodo, ma «se si vuol evitare un
disastro non è mai troppo tardi».
Il piano europeo non può essere solo tecnico, mi dice Bini Smaghi: «Cosa succederà della Grecia se
c'è un default? Una crisi sociale e politica nel cuore dell'Europa, con la democrazia di quel Paese a
rischio. Il fallimento non sarebbe solo tecnico ma anche politico, perché se c'è la povertà e un
regime autoritario il fallimento dell'Europa diventerebbe ovvio. Quale modello potrebbe
rappresentare l'Europa agli occhi del mondo se uno dei suoi membri torna indietro nella storia?».
Ma com'è fatta esattamente l'Europa, per stare così male? È l'economia che vacilla, o sono malate le
sue classi politiche, la sua cultura? Tutte e tre le cose in realtà barcollano, e l'Europa che uscirà da
questa prova sarà forte o degenererà a seconda del modo in cui i tre mali insieme - economia,
cultura, politica - saranno curati.
Culturalmente, stiamo ricadendo indietro di novant'anni, nei rapporti fra europei. Ad ascoltare i
cittadini, tornano in mente le chiusure nazionali degli anni '20-'30, più che la ripresa cosmopolitica
del '45. Sta mettendo radici un risentimento, tra Stati europei, colmo di aggressività. Le prime
pagine dei giornali greci, da mesi, dipingono i governanti tedeschi come nazisti. Intanto Atene
riesuma le riparazioni belliche che Berlino deve ancora pagare all'Europa occupata da Hitler.
Dimenticata è la tappa del '45, quando si ridiede fiducia alla nazione tedesca e ci si accinse a unire
l'Europa. Quella fiducia aveva un preciso significato, anche finanziario: la Germania non doveva
più risarcire nella sua totalità le distruzioni naziste. La politica delle riparazioni, che era stata la sua
maledizione nel primo dopoguerra e l'aveva gettata nella dittatura, non doveva più esistere (Israele
costituì un caso a parte).
Proprio questo si rimette in discussione, ed è la ragione per cui assistiamo a un formidabile
arretramento. Quel che si fece nel '45 verso la Germania, per motivi strategici e perché era mutata la
cultura politica, non si è in grado di farlo con la Grecia. Gli errori commessi da Atene non sono
crimini, e tuttavia urge espiare oltre che pagare. Son guardate con fastidio perfino le sue elezioni.
La politica di riparazioni che le si infligge è feroce, crea ira, risentimento. E questo perché?
Evidentemente non si vedono motivi strategici perché la Grecia resti in Europa: manca ogni visione
del mondo, e la cultura non è più quella del '45-'50.
La regressione ha effetti rovinosi sulla politica. Come può nascere l'Europa federale, se vince una
cultura che ha poco a vedere con quello che gli europei appresero da due guerre? La scelta di un
Presidente come Joachim Gauck, in Germania, è una buona notizia, perché la popolazione tedesca
ha contribuito a questo clima di sospetti, anche se non sempre immotivati (perché assistere Paesi del Sud prigionieri volontari di una corruzione che a Nord si combatte?). L'Europa ha bisogno di popolazioni illuminate, non di capri espiatori, e Gauck che usa parlar-vero potrà aiutare. L'Europa
ha bisogno di una crescita diversa, comune, non di anni e anni di recessione, di odi interni, di
sospensioni della democrazia. Altrimenti la sua disfatta sarà di nuovo strana: nata nelle retroguardie
civili, prima che nell'armata schierata lungo i muri anti-contagio.

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