Editoriale

LA LAICITÀ, FRA ISLAM E S. SEDE

Di Attilio Tempestini | 30.06.2021


Fa piacere, naturalmente, che l'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia abbia (in un documento riportato anche da Italialaica) affermato che il matrimonio deve "basarsi su un consenso libero e volontario": attribuendola, ad "usanze e tradizioni tribali e locali", la pratica dei matrimoni forzati alla quale rimandano vicende di attualità nel nostro paese. Fa anche piacere, vedere che in tale fatwa -cioè parere religioso- un'affermazione del genere la si ritiene conseguente a quella "libertà di scelta in fatto di credo", desumibile dal Corano allorché vi si legge che "non vi è costrizione nella fede".

Il riferimento però a queste righe del Corano, in realtà interpretabili in vari sensi, sarebbe più univoco se le comunità islamiche aggiungessero parole come "e pertanto condanniamo con forza le tante situazioni in cui chi mostra, di non credere nell'Islam, rischia assai".

La fatwa riporta, poi, come prova dell'invalidità dei matrimoni forzati una serie di episodi che videro Maometto opporsi, a matrimoni del genere. Ora, mi rendo conto che in un parere religioso dovrà ricorrersi ad argomenti di tipo religioso. Mi pare facile, però, chiedersi: ma se a Maometto si potesse far ricorso anche per la tesi opposta e sostenere che il vero Islam va nel senso, di quest'ultima? Abbiamo una certa esperienza, quanto al cattolicesimo, di affermazioni per cui il vero cattolicesimo è questo e non quest'altro. Comunque, la fatwa prende come punto di partenza i doveri verso Maometto, vale a dire i diritti di Maometto (a ricevere obbedienza). Ben altra cosa è, evidentemente, prendere come punto di partenza il principio, che ad ogni persona spetta, una sfera di diritti.

Compreso il diritto ad una scienza, che non si identifichi con la religione. Mentre una spessa ombra di integralismo -per riprendere un sostantivo, un po' in disuso- cala sulla fatwa allorché leggiamo: "... nella società che precedeva l'Islam (detta era dell'ignoranza...)". Parafrasando la nota frase extra ecclesiam nulla salus, qui siamo a extra Islam nulla scientia!

In tale documento, comunque, le comunità islamiche offrono a situazioni soggettive deboli, quali le donne destinatarie di matrimoni forzati, un qualche sostegno. Invece la S. Sede, nella recente "nota verbale" indirizzata al nostro governo, nessuna sollecitudine mostra per le persone cui appresta tutele, il disegno di legge su "misure di prevenzione e di contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso...". Ritiene sufficiente, tale nota, affermare che dalla Sacra Scrittura in avanti si guarda a "la differenza sessuale, secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivante dalla stessa rivelazione divina". Insomma, con chi è invalsa l'abitudine di chiamare confidenzialmente papa Francesco, si è ancora alla rigidità -sui valori indisponibili- del precedente papa Ratzinger!

Siccome poi, non è che uno Stato risulti per definizione obbligato ad assentire su tale indisponibilità, ecco la nota verbale proseguire facendo leva sul Concordato: laddove riconosce da un lato "alla Chiesa cattolica piena libertà di svolgere la sua missione...", dall'altro "ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero...".

Come si sa, l'obiettivo cui la Chiesa mira con i concordati è di (senza pagare alcun prezzo, quanto ad ingerenze dello Stato nell'ordinamento della Chiesa stessa) un quadro di diritti migliore, rispetto a quanto l'ordinamento giuridico dello Stato prevede in linea generale. Ma, come anche si sa -ed è un'impostazione che lo Stato italiano ha già fatto valere negli scorsi decenni-, le norme concordatarie trovano limiti in altre norme del nostro ordinamento. Altrimenti e per fare un esempio che ci riporta all'aggettivo "forzati", cui venivo trattando di Islam, la suddetta piena libertà nella propria missione la Chiesa potrebbe rivendicarla anche per quei battesimi forzati, che in secoli non lontani ha ritenuto congrui alla missione stessa!

Il Presidente del Consiglio mi pare abbia, toccando la questione in parlamento, posto un argine a ciò che può richiedersi in nome della "rivelazione divina".

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