editoriale

ELEZIONI AL TEMPO DI BASSETTI

Di Marcello Vigli | 14.02.2018


Tempo di elezioni per il rinnovo del Parlamento in Italia: se il voto “laico” non conta c’è da chiedersi se e quanto conta ancora quello “cattolico”.

Passati gli interventismi, pressante quello di Ruini e meno rilevante quello della Cei di Bagnasco, c’è da chiedersi quali esiti avrà l’orientamento proposto dal nuovo Presidente, cardinale Gualtiero Bassetti. Nella sua prolusione alla riunione del Consiglio Episcopale Permanente, nel dichiarare che la Chiesa non è un partito e non fa accordi, ha denunciato come esagerate e irrealizzabili, quindi immorali nella loro falsità, le promesse elettorali dei diversi candidati volte solo a catturare consensi. Anche il Segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, nel suo intervento non dà indicazioni di voto. Reclama un sussulto di onestà, realismo e umiltà da parte di chi chiede il voto dei cattolici, proponendo, tra i temi centrali, la questione immigrazione che non diventi, però, merce elettorale. Più puntuale l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, in una lettera invita i giovani chiamati a votare per la prima volta a non astenersi disertando le urne. In un appello ai 18enni dichiara: io credo che voi potete informarvi, voi potete pensare, potete discutere, potete farvi una idea di quale direzione intraprendere e di come fare del vostro voto, il vostro primo voto! Un segnale di un’epoca nuova. Non cambierà tutto in una tornata elettorale. Ma certo con l’astensionismo non si cambia niente.

Non del tutto coincidenti, pur se ugualmente significative, sono le indicazioni pastorali dei vescovi della Conferenza Episcopale Lombarda ai propri fedeli. Anche loro sollecitano tutti a sfuggire alla tentazione, molto diffusa, di astenersi dal partecipare all’esercizio del voto, sia in sede nazionale che regionale; al tempo stesso, raccomandano ai cattolici, presenti nei diversi partiti in competizione, di impedire che le loro diverse opzioni producano lacerazioni nella comunità ecclesiale. Rivolgendosi anche a coloro che si propongono come candidati, li esortano a non presentarsi come gli unici e più corretti interpreti della Dottrina sociale della Chiesa e dei valori da essa affermati. Prescrivono che le parrocchie, gli istituti religiosi, le scuole cattoliche, le associazioni e i movimenti ecclesiali, non devono mettere sedi e strutture a disposizione delle iniziative di singoli partiti o formazioni politiche, ed ordinano che i preti non devono partecipare ad iniziative elettorali.

Nessuno è in grado di prevedere se queste indicazioni saranno seguite ovunque a livello locale, ma è certo che la gerarchia ecclesiastica italiana, almeno nella sua linea strategica, sembra voler evitare ogni compromesso; entrano, invece nel merito delle scelte elettorali i gesuiti di Civiltà Cattolica che, sull’ultimo fascicolo, propongono esplicitamente le larghe intese, magari con un Gentiloni bis; altrettanto chiaro è il loro invito a non votare, alla luce dei principi e dei valori della Costituzione, il Movimento 5 stelle e le destre di Meloni e Salvini. Al M5S sembra invece rivolto l’interesse dell’Avvenire che pubblica un’intervista a Beppe Grillo nello stesso giorno in cui il direttore dello stesso giornale, Marco Tarquinio, ne rilascia una al Corriere della sera: pur nella diversità sui temi etici, esse rivelano significative convergenze sui grandi temi sociali e del lavoro ispirate alla dottrina sociale della Chiesa.

Restano, comunque, lontani i tempi in cui le gerarchie cattoliche impegnavano le strutture ecclesiali e le associazioni laicali a farsi carico di sostenere elettoralmente il partito “cattolico”.

Questa rinuncia all’interventismo del passato è certo favorita dallo stile imposto dalle scelte di papa Bergoglio, ma è diventata progressivamente una scelta obbligata in assenza di un tale partito e dalla sempre più ampia diversità degli orientamenti politici fra i cattolici, come emerge anche dal Dossier, curato da Valerio Gigante, pubblicato nel numero 3/2018 dell’agenzia Adista: “La Chiesa e le elezioni del 4 marzo: esiste ancora il voto cattolico”, che riporta il parere di alcuni autorevoli esponenti del cattolicesimo politico di diversa provenienza e collocazione politica. Sono Stefano Ceccanti, ex presidente Fuci e attualmente senatore del Partito Democratico, Giorgio Tonini, anche lui ex presidente della Fuci, poi coordinatore dei Cristiano Sociali, oggi senatore Pd; Lino Prenna, coordinatore di “Agire Politicamente”, associazione di cattolici democratici; Guido Formigoni, già presidente di “Città dell’Uomo” l’associazione laicale fondata da Giuseppe Lazzati; e Giovanni Russo Spena, esponente dei Cristiani per il socialismo prima, senatore di Rifondazione Comunista poi.

Difficile interpretare questo orientamento dell’episcopato italiano anche perché analoga assenza di comuni pronunciamenti c’è stata quando il Senato ha rinunciato ad affrontare la legge sullo jus soli, rinnegando di fatto l’impegno con cui molti cattolici, particolarmente gruppi giovanili e lo stesso Avvenire, avevano contribuito ad elaborarla e a sostenerla. La stessa indifferenza si è verificata nei confronti della spedizione neocoloniale in Niger e della sensibilità del mondo cattolico sulla questione dell’opportunità o della necessità dei cappellani militari, al momento della firma di nuova Intesa con la Santa Sede sull’assistenza spirituale alle Forze Armate.

Non resta, invece, estraneo dalla politica internazionale papa Francesco, come ha rivelato il successo della visita di Erdogan ricevuto in Vaticano, dopo 59 anni dall’ultima presenza di un capo di stato di Ankara, per discutere dello status di Gerusalemme e delle condizioni dei cristiani, e non solo, in Medio Oriente. Altrettanto significativa la tenacia della diplomazia della S. Sede nel processo avviato per stabilire rapporti con la Repubblica popolare cinese nel tentativo di riunire le due comunità cattoliche, l’una controllata dal governo e l’altra in comunione con Roma, ma ridotta alla clandestinità. Costretto a concessioni a Pechino, il papa incontra la resistenza quasi ostile della sua stessa Curia, oltre che dei tradizionalisti delle chiese asiatiche. Si ripete quanto accadde a Paolo VI e al cardinale Casaroli responsabili della ostpolitik avviata da papa Giovanni.

Forse una maggiore autonomia dai settori più conservatori della Chiesa italiana gioverebbe a chi sta operando per aggiornare l’azione del suo episcopato.

 

2 commenti

michele:

SPERIAMO SE SI CONSIDERA ANCHE LA SCOMPARSA DEL PIU' GRANDE PARTITO CATTOLICO ITALIANO: PARTITO COMUNISTA ITALIANO

martina franca:

non illudiamoci, è vero che una chiesa più democratica parrebbe un bene per tutti, ma è anche un'arma a doppio taglio: la sua ingerenza nei fatti dello Stato sarà ancora più invasiva ed accettata supinamente. La chiesa dovrebbe fare soltanto da guida spirituale per chi lo desidera. Ma fa troppo comodo a tutti "credere" di utilizzarla sia pur per fini positivi, che sooprattutto per opportunismo miope.