editoriale

I MISTERI E IL VATICANO

Di Attilio Tempestini | 29.11.2017


Nei giorni scorsi, è stata presentata in Vaticano una denuncia sulla scomparsa, alcuni decenni fa, di Emanuela Orlandi (appunto cittadina vaticana); dopo che si era conclusa infruttuosamente l’indagine, della magistratura italiana. L’occasione è buona per un piccolo inventario, dei motivi specifici che rendono difficile fare chiarezza su misteri la cui soluzione potrebbe trovarsi in responsabilità, della Chiesa cattolica.

Se parlo di motivi specifici è perché, ovviamente, anche fuori di tale Chiesa misteri di rilievo non mancano. Basti pensare alle zone d’ombra, che ancor oggi circondano vicende ben più note: come l’assassinio di Kennedy o l’assassinio di Moro. D’altra parte, perfino in un circolo di pensatori illuministi -per definizione allergici ai misteri- potrebbero magari esservi tentativi di non fare chiarezza, su vicende che a tale circolo si riferiscono.

Ma tentativi del genere risultano ben più probabili e votati al successo, nell’organizzazione che fa capo alla S. Sede. Dove, per cominciare, vi è il convincimento di trovarsi in una dimensione di Verità e che comprende anche zone non accessibili, alla mente umana. Naturalmente, non è che i misteri teologici vengano confusi con i misteri riguardanti vicende terrene: ma chi ha a che fare, con i primi, non potrà forse pensare che di fronte agli imperscrutabili disegni della Provvidenza sia opportuna una gestione assai cauta, dei secondi? Non ci si potrà forse chiedere, se in certe situazioni si tratti di preferire un male minore?

Ad una dimensione, di Verità, si affianca d’altro canto una organizzazione fortemente gerarchica: che culmina in un’istanza di infallibilità. Ovviamente mi riferisco al dogma, di quella papale: e so bene che esso la prevede soltanto entro determinati, limiti -sulla cui applicazione, però, in ultima analisi decide pur sempre il papa- e che l’attuale pontefice si è dichiarato disponibile, ad una discussione in merito. Ma il dogma resta e favorisce, lungo tutti rami della dell’organizzazione ecclesiastica, quello spirito gerarchico al quale evidentemente già induce, la dimensione della Verità. Qualora dunque al vertice, di uno di tali rami, ci sia chi non intenda far luce su un mistero come il caso Orlandi, appaiono poco probabili nell’ambito del ramo stesso iniziative che si oppongano.

In effetti, i vari scandali sessuali emersi durante gli ultimi decenni nell’ambito della Chiesa cattolica sono, assai spesso, emersi per iniziative estranee alla Chiesa: ed anzi abbiamo più volte appreso di direttive della gerarchia ecclesiastica, tese a non farli emergere. Ecco così, un ultimo motivo del nostro inventario: la indisponibilità della Chiesa ed in particolare della S. Sede a, su misteri come il caso Orlandi, accettare che sia il mondo esterno a fare luce. Per i rapporti col mondo esterno, il vigente codice di diritto canonico afferma infatti “prima sedes a nemine iudicatur”: come ricorda Colaianni, nel suo libro “La battaglia laica”. Tale affermazione del codice, Colaianni osserva, è stata negli ultimi anni scalfita allorché la S. Sede ha accettato per lo IOR, una supervisione internazionale. Ma (riterrei io) mantiene tutto il suo carattere lapidario, allorché non si tratti di un controllo in sede di Unione Europea accettato da papa Ratzinger, per uniformare la banca vaticana alle altre banche; bensì si tratti di indagini penali, come quelle dall’Italia infruttuosamente condotte sul caso Orlandi.

 

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