editoriale

PARLAMENTO E GOVERNO

Di Attilio Tempestini | 23.07.2017


Negli ultimi anni hanno avuto risalto, in tema di parlamento, la questione del sistema elettorale e quella della scelta fra bicameralismo e monocameralismo. Ma qualcosa, da dire, merita anche la questione del rapporto -più o meno, equilibrato; almeno in rapporto alla nostra Costituzione- fra parlamento e governo. Tale questione avendo rilievo pure a proposito di tutela delle minoranze, giacché queste (se le si intende, come i partiti non presenti nel governo) ovviamente hanno per loro campo d’azione, il parlamento solamente.

Ora, la legislatura che si avvia a conclusione mi pare abbia visto alcuni segni di indebolimento del parlamento. In primo luogo perché tale organo, quanto alle più rilevanti iniziative legislative del governo Renzi -riforma costituzionale, legge elettorale, modifica dello Statuto dei lavoratori-, si è più volte trovato di fronte ad alternative, fra procedure (di discussione parlamentare) che assecondavano il governo e procedure che non lo assecondavano. Ebbene, tutte le volte la procedura scelta è stata nel primo senso.

Ovviamente la presidente della Camera ed il presidente del Senato hanno avuto, in ciò, un ruolo notevole. Grasso, presidente del Senato, ha affermato un paio di settimane dopo l’esito del referendum costituzionale, che “il dibattito politico” non deve ridursi a “scontro di personalità ipertrofiche”: un’affermazione davvero tardiva, una volta che l’unica personalità “ipertrofica” rinvenibile con certezza nell’allusione, cioè Renzi, era stata sconfitta.

Ma ancor più a detrimento del parlamento si è comportata, la presidente della commissione Affari Costituzionali, del Senato: Finocchiaro. È appena il caso di ricordare che durante la discussione parlamentare, di un disegno di legge, il governo può semplicemente dare il suo parere nell’ambito di tale discussione (oltre a poter richiedere lo spostamento della medesima, dalla Commissione all’Aula). Mentre la senatrice Finocchiaro -abbiamo letto, sui giornali- si è recata ella stessa nelle sedi del governo per considerare l’iter, delle proposte governative. Come non parlare, di una notevole deminutio capitis per il parlamento?

Aggiungerei peraltro, ampliando il discorso, ad anni precedenti l’attuale legislatura, che il parlamento può tuttavia indebolirsi (in generale e quindi anche, nei confronti dell’esecutivo) pure a prescindere da un governo il quale lo induca a ciò. Può cioè indebolirsi, in quanto istituzione, allorché dalla presidenza di un ramo del parlamento si viene a comportamenti, comunque, non universalistici. Mi riferisco in particolare a Fini il quale, da presidente della Camera, ha avuto nel 2010 un ruolo di spicco in una mozione di sfiducia al governo Berlusconi: mentre da un presidente della Camera ci si aspetta sì che non parteggi per il governo, ma ci si aspetta anche che non parteggi per l’opposizione!

Il discorso vale, va da sé, anche per comportamenti che la mostrino in modo meno vistoso, una vicinanza a specifiche zone dell’aula parlamentare. Insomma, l’autorità del parlamento, organo generale, è inevitabilmente basata anche sulla capacità per chi ne è al vertice, di non assumere atteggiamenti di parte.

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