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LAICITÀ: UN DISCORSO UN PO' OSTICO...

Di Paolo D’Arpini | 06.06.2019


Un ebreo può essere “laico”? Dico “laico” in senso totale, poiché spesso ho notato che molti critici del cristianesimo o dell’islamismo si definiscono “laici”, mentre alla fine si scopre -per loro stessa ammissione- che appartengono alla comunità ebraica. Quindi la loro critica delle altre religioni è un po’ pelosa. D’altro canto ho conosciuto diversi ebrei, con i quali ho stretto amicizia, che dimostrano una grande apertura mentale e spesso non esitano a definirsi “atei” o perlomeno “agnostici”, quindi dal punto di vista intellettuale si potrebbero definire “laici”. Il fatto è che la religione degli ebrei, cioè l’ebraismo, non è una religione filosofico-elettiva, nel senso del pensiero, e quindi aperta a tutti. L’ebraismo è sostanzialmente una religione etnica, che viene tramandata fra gli appartenenti del popolo ebraico, cioè i nati da famiglia o da donna ebrea. Il popolo ebreo e l’ebraismo sono perciò un tutt’uno inscindibile.

Come avviene ad esempio nel bramanesimo induista, in cui i bramini dal punto di vista dottrinale possono appartenere a varie sette del Sanatana Dharma, possono essere vishnuiti, shivaiti, shakta e persino nichilisti atei ma continuano in realtà a mantenere la tradizione genetica braminica (sposandosi e riproducendosi solo tra bramini).

Ed allora quando smette un ebreo di appartenere all’ebraismo od un bramino alla sua casta, oltre alla rinuncia intellettuale elettiva?

La risposta è semplice: il momento in cui abbandona anche la tradizione genetica del matrimonio e della riproduzione all’interno della sua “etnia” o casta. Non essendoci più ascendenza-discendenza le caratteristiche genetiche vengono rimescolate e pian piano le tracce disperse assieme a quelle culturali.

Certo alcune caratteristiche dominanti restano. Ma scompare il senso di appartenenza al gruppo etnico. In un certo senso questa rinuncia alla “gens” è quanto fecero i romani antichi, che essendo originariamente etruschi, sabini, falisci e latini, etc. rinunciarono alla loro “famiglia genetica” per riconoscersi nella nuova cittadinanza romana.

Però l’esempio dei romani non è da considerarsi “universale” e definitivo poiché essi rifiutarono le precedenti origini tribali ma non si fusero con “l’umanità” in senso lato. Cambiarono soltanto il senso di appartenenza. Quindi va da a sé che una vera “laicità” deve avvenire nel ricongiungersi totalmente nell’ “Umano” lasciando da parte ogni altra identificazione con religioni, etnie, razze o dir si voglia.

Questo è esattamente il mio caso. Infatti i miei nonni paterni erano entrambi di origine ebraica, quella “pura”, non quella ashkenazita, che è composta da turcomanni convertiti nell’anno 1000 (vedi: http://www.circolovegetarianocalcata.it/2013/12/25/storia-di-come-e-nato-il-sionismo-ovvero-se-gli-ebrei-non-sono-ebrei-ma-khazari-convertiti/) e che a rigor di logica non è di origine ebraica semita, essi però durante il fascismo rinunciarono alla loro identità, forse per salvare la pelle o per simili ragioni (cambiando anche il cognome di famiglia). I loro figli, compreso mio padre, sposarono donne gentili, rompendo la continuità genetica, ed io a mia volta ho continuato in questa strada di allontanamento. Dal che si può affermare che la mia ascendenza-discendenza ebraica è pressoché nulla. Resta -come detto sopra- solo qualche caratteristica genetica: il naso grosso ed un po’ appuntito, l’intelligenza speculativa ed altre cosucce che non sto a menzionare.

Questo vuole anche essere un invito, rivolto agli ebrei veramente “laici”, allo scioglimento nell’Umanità a cui tutti noi indistintamente apparteniamo. Aldilà di ogni componente etnica. Riconoscendoci quindi nella comune matrice della specie e cancellando ogni vestigia di “razza”, che tra l’altro anche dal punto di vista scientifico antropologico non ha alcuna consistenza. Infatti la scienza oggi ha stabilito che esiste una sola specie umana e le cosiddette “razze” non esistono, non essendo altro che il risultato di un adattamento di popolazioni umane che si sono evolute in determinati ambienti e clima.

Qualcuno, fra gli ebrei tradizionalisti, potrebbe obiettare che “in tal modo scomparirebbe anche l’ebraismo come religione”. Verissimo, infatti quel che un vero “laico” augura all’umanità è la scomparsa di ogni religione e la riscoperta della “spiritualità laica”, quella naturale dell’uomo, senza distinzioni di sorta…

Paolo D’Arpini

Un ebreo può essere laico? Sì, se rinuncia alla "razza".

Italialaica.it esprime la propria opinione.

C’è da ringraziare molto il signor Paolo D’Arpini che sollecita ad una riflessione su la riscoperta di una “spiritualità laica”.

Ce la sollecita dall’interno di un’esplicita e, in buona sostanza, pienamente condivisibile risposta alla domanda se un ebreo può essere “laico”, soprattutto se vale anche per un cattolico o altro diversamente credente.

Il richiamo alla comune Umanità, a cui tutti noi indistintamente apparteniamo aldilà di ogni componente etnica, si può estendere alle componenti, ideologica o religiosa, se vissute come frutto di libera scelta e senza attribuire loro un valore assoluto.

A tali condizioni possono essere assunte come espressioni di quella “spiritualità laica”, frutto di libera scelta, anche se ideologicamente o religiosamente caratterizzata.

Se infatti, si accetta che l’umana ragione non può raggiungere verità assolute si può coltivare per fede una visione del mondo, coesistente alla pari di altre.

Se quindi un vero “laico” vuol essere certo di cogliere la realtà nel suo complesso deve riconoscere l’esistenza di chi vive di fede senza religione e magari augurarsi che siano molti a viverla all’interno di “spiritualità laica”.

 

2 commenti

michele:

IO DIREI, SENZA FARLA MOLTO LUNGA CHE UN UOMO LAICO E'UN UOMO LIBERO. UNO STATO LAICO E' UNO STATO LIBERO.

LUIGI TOSTI:

L'articolo di Paolo D’Arpini è molto interessante e mi ha fatto finalmente capire perché l'ebraismo sia una religione "chiusa" che non fa proselitismo e non ha interesse a fare proselitismo. Detto questo, il cosiddetto "principio di laicità" implicherebbe che la sfera religiosa sia completamente relegata nelle sfera privata e che, pertanto, l'ideologia religiosa dominate o le ideologie religiose in genere non debbano influire nella sfera pubblica e, in particolare, in quella legislativa, amministrativa e giudiziaria. Si tratta in realtà di un'utopia, che rimane tanto più irrealizzata quando più la popolazione di uno Stato è assoggetta ad una religione dominate o, peggio ancora, ad uno Stato estero (come il Vaticano) o ad una Chiesa. L'Italia è emblematica: sulla "Carta costituzionale" sarebbe "laica", di fatto è uno Stato confessionale dove leggi, amministrazioni e giustizia sono influenzate e condizionate dal clericalismo e da scelte che pregiudicano i diritti degli atei. Concordo quindi sul fatto che la "civiltà laica" di uno Stato è direttamente proporzionale alla secolarizzazione della popolazione.