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COSA È SUCCESSO ALLA SCUOLA IN ITALIA?

Di Antonia Sani | 28.02.2018


INTRODUZIONE al Convegno Nazionale “20 Anni di Autonomia Scolastica, dalla Legge 59/1997 alla Legge 107/2015"

Siamo nell’Aula Magna del Liceo classico T. Tasso di Roma, un tempio della Roma umbertina, oggi immacolata, anonima, cancellate del tutto le tracce degli anni Settanta, quando quelle stesse pareti grondavano scritte dai colori violenti inneggianti ai movimenti della sinistra extraparlamentare ….

Negli stessi anni nascevano gli Organi Collegiali della scuola, spesso definiti dai giovani impegnati nella lotta politica “un parlamentino ingessato”. Si trattava dell’attuazione di quelle autonomie funzionali previste nella Carta Costituzionale (sulle quali pesava, come nell’attuazione delle autonomie territoriali, un ritardo ventennale. La resistenza al cambiamento nella classe politica allora al governo del Paese cozzava con i valori fondativi della nostra Costituzione nata dalla Resistenza).

Contrariamente alle aspirazioni movimentiste di una parte di studenti e docenti, e- per altro verso- all’ insofferenza di molti docenti, l’entrata in vigore della L. 477/1973 suscitò un entusiasmo enorme tra i genitori. Una forma di partecipazione inedita si dispiegava in sedi fino a quel momento inaccessibili. I momenti più significativi riguardavano la formazione delle liste elettorali per entrare a far parte dei vari organismi. Momento tutto politico: liste di destra, liste di sinistra. La parola “antifascismo” era la discriminante per connotare le liste “democratiche”. I benpensanti la rifiutavano come superflua, in realtà per il sospetto che dietro il velame del termine “democratico” si celasse l’egemonia del PCI.

Alla base delle liste democratiche c’era il RISPETTO DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI (Artt. 3, 33 Cost.), la DISTINZIONE tra scuola pubblica e scuole private. L’UGUAGLIANZA dell’offerta formativa, la difesa della LIBERTA’ D’INSEGNAMENTO , l’osservanza delle PARI OPPORTUNITA’, NO ai contributi volontari delle famiglie,  NO alla formazione delle  classi senza la delibera dei criteri da parte del C.d.I., NO ai Viaggi di  Istruzione a spese delle famiglie, NO all’intrusione delle Associazioni di Ex- Alunni quali forme di privatizzazione di un’autonomia scolastica con sedi previste  e disciplinate dalla normativa, NO alla conservazione di posti per docenti stabilmente distaccati in altri incarichi , NO alle decisioni dei Capi d’Istituto al di fuori degli OO.CC.

A Roma tra la fine degli anni’70 e l’inizio degli anni ‘80 si costituì un Coordinamento cittadino dei C.d.I. di scuole di secondo grado che avevano posto questi principi alla base dell’azione di autogoverno degli istituti, determinati a difenderli collettivamente e a farli valere nelle sedi opportune.

Il percorso che abbiamo citato indica inequivocabilmente cosa si intendesse per Autonomia Scolastica agli albori dell’istituzione degli OO. CC.: la partecipazione dei cittadini per l’attuazione dei principi e valori costituzionali nella scuola, secondo procedure valide per le scuole statali di tutto il territorio nazionale, non imposte dalle burocrazie ministeriali ma da norme prodotte dalle rappresentanze parlamentari.

DISTINGUE FREQUENTER, la famosa massima di Tommaso d’Aquino, ben presente nell’Art. 33/Cost: “Enti e privati hanno diritto a istituire scuole e istituti di educazione senza oneri per lo Stato”, verrà aggirata/ cancellata nei decenni successivi, con l’avanzare di una società sempre meno proiettata sulla speranza (e sul desiderio) delle trasformazioni avviate, sempre più rivolta alla favola del “privato è bello” (tema, questo, di incontri romani in   sezioni del PCI.).

I 20 anni di Autonomia Scolastica, che si sono fatti partire dalla legge Bassanini, non nascono, come si vede, all’improvviso; in realtà hanno la loro premessa nella caduta degli auspici già in essere negli anni ottanta.

La DEFORMAZIONE del concetto di “autonomia” - che nella Costituzione rappresenta l’esercizio delle libertà secondo comportamenti liberamente scelti ma non lesivi delle istituzioni democratiche e dei rapporti civili e sociali, e attiene a sfere ben distinte (libertà da condizionamenti, indipendenza di giudizio, libertà di coscienza, libertà di insegnamento, libertà d’espressione, ma ANCHE libertà di iniziativa economica privata purché non in contrasto con l’utilità sociale) - questa deformazione, inizia dalla CANCELLAZIONE DEI CONFINI TRA AMBITO EDUCATIVO E AMBITO ECONOMICO, confine ben evidente nei fondamenti della nostra Carta.

Il fascino della competitività, individuata come valore cardine dell’impresa, avanza anche sul terreno scolastico. Quella “qualità” con cui la scuola pubblica, secondo Piero Calamandrei, avrebbe affermato la propria superiorità sulle scuole private subisce un capovolgimento totale. È quanto emerge in un documento del 1994 “Una Nuova Idea per la scuola”, promosso da 31 intellettuali di Centrosinistra, in cui la “qualità della scuola pubblica si ottiene modellando gli istituti pubblici sull’esempio degli istituti privati”.

Decisiva è la considerazione dell’“autonomia” di cui godono i singoli istituti privati qualechiave di volta per raggiungere livelli di efficienza interdetti al sistema scolastico pubblico,sommerso dalla burocrazia, privo di spinte autonome innovative. Il documento penetrò come un cuneo nel percorso della democrazia scolastica avviato con l’istituzione degli OO.CC che consentivano l’attuazione nella scuola della Repubblica di quella partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese previstaper tutti i lavoratori(Art.3/Cost).

Si cominciò a parlare nelle scuole di Carta dei Servizi, di Piano dell’offerta formativa, in seguitodi “Patto con le famiglie”. (Su questo tracciato si sarebbero successivamente inseriti provvedimenti ispirati a logiche di risparmio: dimensionamento, tagli, accorpamenti. Su tutto questo: valorizzazione del ruolo del Dirigente, concessione di premi, competizione nel corpo docente).

Il documento poneva le basi di un’autonomia, inconcepibile nel sistema scolastico statale, ma che oggi vede il suo coronamento nei 212 commi della Legge 107/2015.

La risposta democratica non si fece attendere. È dell’ottobre 1995 il documento prodotto da 70 intellettuali “Dalla scuola del Ministero alla Scuola della Repubblica”. Alcuni/e di loro provenivano dal Comitato Nazionale Scuola e Costituzione nato per difendere la laicità della Scuola statale dopo l’entrata in vigore del Nuovo Concordato (1985).

Recita il documento:” …Da qualche anno sta verificandosi una tendenza ad assegnare alla scuola, trasformata sempre più in contenitore di svariate, generiche attività ed educazioni, una funzione-oltretutto inadeguata poiché è un terreno che non le è proprio-solo apparentemente terapeutica, offrendo risposte al disagio giovanile di basso profilo culturale in chiave individualistica o di gruppo ristretto e momentanee, senza perciò garantire ai singoli vera cittadinanza…Questa tendenza mortifica ulteriormente le enormi potenzialità di cultura, impegno, operatività, disponibilità, ancor oggi (malgrado tutto) presenti nella scuola. Rischia di pregiudicare il potenziale innovativo di qualunque proposta di autonomia scolastica…

Non qualsiasi autonomia, bensì l’autonomia di un sistema formativo che deve pur sempre essere pubblico, democratico e nazionale, non quindi autonomia dallo Stato, ma autonomia nello Stato, e più precisamente nello Stato delle autonomie. Cioè, la Scuola della Repubblica. Autonomia, decentramento, democratizzazione dei poteri decisionali e gestionali si pongono quindi come elementi indispensabili di un rinnovamento culturale della scuola pubblica…

E, ancora: … “circoscrivere all’autonomia la questione scolastica nel nostro Paese senza il parallelo impegno di garantire un RINNOVAMENTO CULTURALE e della QUALITÀ FORMATIVA (contenuti, metodologie, didattiche) significa in realtà dare spazio a chi vuole introdurre nella scuola, come volano per una sua qualificazione, il principio della COMPETITIVITA’ AZIENDALE…”.

L’autonomia scolastica, qui rispecchiata in CONFORMITÀ dei principi costituzionali, è ben lontana dai modelli dei singoli istituti privati che si stavano affermando con la benedizione del MIUR , da quell’autonomia che addirittura veniva costituzionalizzata (Art.117 riformato “fatta salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche”, o ambiguamente richiamata nell’Art.21 della L.59/97 in riferimento all’intero sistema formativo in cui scuole pubbliche e private sono al pari comprese, o riconosciuta nel DPR 275/99 , per non parlare della Legge 62/2000 (introduzione delle scuole paritarie nel sistema scolastico nazionale).

Tutto ciò in palese contrasto con l’Art.33/Cost.

Gli effetti si sono allargati a macchia d’olio in questi ultimi decenni, con la penetrazione del linguaggio aziendale: utenti, crediti, protfolio, debiti etc., valorizzazione del D.S... E sul versante della didattica: valutazione standardizzata (prove INVALSI), certificazione delle competenze, didattica per competenze, frammentazione di proposte, opportunità, facilitazioni per attrarre clienti, alternanza scuola-lavoro…

Questo percorso sarà oggetto di denuncia, riflessione e proposta nei vari interventi del Convegno.

Come far rivivere il concetto originario di autonomia scolastica restituendogli la sua pregnanza, e tenendolo a distanza dai modelli familistico e aziendalistico che ne tradiscono- con sempre maggior arroganza- le finalità educative, in una direzione che si avvia addirittura a configurarsi come un pezzo di riforma del mercato del lavoro? Come articolare e diffondere le proposte che già abbiamo sul tappeto (10 SI-10 NO; Appello per la Scuola Pubblica, che ha già raggiunto 11.000 firme; riforma del CSPI per completare la democratizzazione degli OO.CC.)?

La lettera del 1995, da cui nacque l’Associazione Nazionale “per la Scuola della Repubblica”, si presenta  oggi più che mai attuale, ricca di denunce e di stimoli.

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