Rassegna stampa

23.12.2020, LAICITÀ DELLA SCUOLA news, dicembre 2020

Di Coordinamento per la laicità della Scuola | 23.12.2020


Notiziario on line del Coordinamento per la laicità della scuola. Redazione: Marco Chiauzza, Grazia Dalla Valle, Daniel Noffke, Cesare Pianciola, Stefano Vitale.

EDITORIALE

Una riflessione sull'esperienza della pandemia

Giorgio Primerano, docente di filosofia e scienze umane in un liceo torinese, formatore di insegnanti all'Università, e autore del recentissimo Oltre la scuola. La sfida educativa nella società liquida, Effatà editrice, Cantalupa (Torino), 2020, ci ha scritto:

Che cosa preoccupa così tanto del non fare lezione in presenza in un momento di pandemia globale in cui la scuola è un luogo di diffusione del contagio? Il fatto di perdere alcune parti del programma? [...]

E davvero pensiamo che l'apprendimento sia semplicemente una sommatoria di nozioni, poste una dietro l'altra come un processo produttivo aziendale?

Esiste anche l'apprendimento dato dalla riflessione sull'esperienza diceva il pedagogista John Dewey (e non solo), altrimenti gli adolescenti che hanno attraversato la seconda guerra, non sarebbero diventati la generazione che ha contribuito alla ricostruzione dell'Italia (e peraltro chissà che programmi studiavano in tempi di dittatura).

Ci sono esperienze storiche, anche dolorose che per forza di cose fanno già insegnamento da sole. Quale deve essere allora il compito degli insegnanti e dei genitori in questi momenti storici? Insegnare a interpretare quello che sta avvenendo. Questa esperienza ad esempio sta insegnando alle nuove generazioni che col nostro consumismo e la nostra tecnologia non siamo padroni del mondo e con un televoto da casa non possiamo far terminare una pandemia. Sta insegnando il senso del limite e dell'importanza della resilienza psicologica. Sta insegnando il fatto che gli uomini nel mondo sono interconnessi e sono interconnessi con la natura. Sta insegnando l'importanza della sanità pubblica e della scuola pubblica, come luogo di aggregazione e di socialità. Già anche la socialità. Può essere l'occasione per loro di uscire insieme in futuro e di guardarsi negli occhi parlandosi e spegnendo per quell'ora i loro smartphone alla moda che li isolavano da una comunicazione autentica con l'altro.

Guardate quante cose importanti sta già insegnando questa pandemia. Il compito degli insegnanti dovrebbe essere accompagnare queste riflessioni, non preoccuparsi di un argomento in meno del programma non svolto. E parimenti le famiglie, provare a vedere in questa situazione storica seppur spiacevole e limitante, l'occasione per avere un figlio meno fragile, meno individualista ma più strutturato e consapevole della propria identità personale e planetaria.

Giorgio Primerano

→ A diciassette anni dal primo bando, del 2004, l’anno
prossimo si terrà il concorso per gli insegnanti di religione
cattolica.
[...] l’inquilina di viale Trastevere e il presidente della Conferenza
episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, hanno
sottoscritto l’intesa sul concorso previsto dal decreto scuola dello
scorso anno. Un accordo necessario, spiegano dal ministero
dell’Istruzione, “per poter procedere con il bando vero e proprio”,
previsto nelle prossime settimane. La procedura coprirà i posti
vacanti e disponibili nel prossimo triennio: dal 2020/2021 al
2022/2023.
[…] Nel corso dell’incontro, Bassetti ha ricordato che “il prossimo
concorso costituisce un passaggio importante non solo per la
stabilizzazione professionale di tanti docenti, ma anche per la
dignità dello stesso insegnamento, frequentato ancora da una
larghissima maggioranza di studenti”. Mentre la ministra ringrazia
la Cei “per la collaborazione che ci ha consentito di arrivare a
questa intesa che va nella direzione di tutelare le aspirazioni degli
insegnanti di religione cattolica”. I quali, anche in questo difficile
momento di emergenza sanitaria, hanno dato il proprio contributo
nelle scuole in cui insegnano.
Il concorso prevede che “una quota non superiore al 50 per cento
dei posti possa essere riservata al personale in possesso del
riconoscimento di idoneità rilasciato dall’ordinario diocesano e
che abbia svolto almeno tre annualità di servizio nelle scuole del
sistema nazionale di istruzione”: le statali e le paritarie. […]
Salvo Intravaia

https://www.repubblica.it/cronaca/2020/12/15/news/
scuola_dopo_17_anni_torna_il_concorso_per_gli_insegnanti_di_religione-
278424491/?
ref=fbpr&fbclid=IwAR1MAHLZHEcQy28a_VOPLWYrVRpf5AQ4lT7MrBMvh7O
xnZoZ4rDVNQ0SZWc
Il nuovo bando è l’occasione per riflettere sul tema, molto discusso
anche nel mondo protestante, dell’insegnamento delle religioni e
nello specifico dell’ora di religione cattolica. “Non abbiamo dati
certi ma sappiamo che c’è un’erosione continua degli studenti e
delle famiglie che fanno questa scelta – dichiara l’avvocato Valenzi,
da anni impegnata a favore del pluralismo religioso -, certamente

è maggioritaria ma è in calo. Tale fenomeno potrebbe essere
interpretato con due letture. Attraverso la lente della
secolarizzazione in atto, in primis. E in secondo luogo con il fatto
che si manifesta in Italia un pluralismo religioso che andrebbe
gestito con insegnamenti diversificati rispetto a quello unico
confessionale, dovuto al Concordato”.
[...]
“Per ricevere a vita lo stipendio dallo Stato – si legge in un post
sulla pagina fb dell’UAAR, l’unione degli Atei e degli Agnostici
razionalisti – per una materia facoltativa e dottrinale! – i candidati
devono essere in possesso dell’ “idoneità diocesana” rilasciata dal
vescovo nei 90 giorni antecedenti alla data di presentazione della
domanda. Posti di lavoro pubblici decisi dal vescovo, che seleziona
cittadini italiani in base a comportamenti che tengono nella vita
privata e alla loro fedeltà alla dottrina della Chiesa. Facile
immaginare che i selezionati saranno a lui debitori per questo
“miracolo” a spese della collettività”.
Barbara Battaglia
https://www.nev.it/nev/2020/12/15/bando-prof-religionecattolica-
nel-2021-a-17-anni-dal-primo/
***
→ La Regione Piemonte ai presidi: "Promuovete presepe e
canti natalizi nella scuole"
"Promuovere presepi, recite e canti natalizi nelle scuole". È questo
l’invito che l’assessore regionale all’Istruzione, Elena Chiorino, ha
inviato in una lettera indirizzata ai dirigenti scolastici del
Piemonte di ogni ordine e grado, dagli asili nido agli istituti
superiori.
Una richiesta, quella di Chiorino, che - al di là del significato del
Natale cristiano - "va nel senso della valorizzazione delle
tradizioni, della cultura e dell’identità del territorio e dei suoi
abitanti".
"Ritengo - scrive l'assessore - che la ricorrenza natalizia e le
conseguenti tradizioni come il Presepe, l’Albero di Natale e le
recite scolastiche ispirate al tema della Natività, siano parte
fondante della nostra identità culturale e delle nostre tradizioni
che la Regione Piemonte intende tutelare e mantenere vive". […]
Un'iniziativa che non ha mancato di suscitare polemiche.
"Buoni scuola non finanziati dalla Regione, fondi mancanti per le
per attività integrative e scuole a pezzi per la recente ondata di
maltempo. Queste sono le priorità delle famiglie piemontesi,
queste sono le vere necessità della scuola mentre la Giunta Cirio
pensa al Presepe", commenta la capogruppo regionale del M5S
Francesca Frediani.
Il capogruppo regionale di LUV Marco Grimaldi attacca la Giunta
Cirio che "copre il suo vuoto con una polemica, brandendo il Cristo
(per la stagione in versione Gesù bambino) in cerca di visibilità”.
Per la consigliera del Pd Monica Canalis il "presepe non si impone.
Non lo si usi come simbolo identitario, ma si guardi al valore
spirituale".
Il presidente dei Radicali Italiani Igor Boni, parla di iniziativa che
fa il paio "con chi utilizza rosari e crocifissi brandendoli come armi
politiche. Spero che le scuole piemontesi sistemino nella raccolta
carta questa missiva". Parole condivise dal collega Silvio Viale, che
accusa la giunta Cirio di "strumentalizzare le tradizioni religiose
per eccitare gli animi, creare divisioni e suscitare reazioni ostili
contro le altre religioni e i non credenti. Questa lettera è un insulto
alla laicità delle Istituzioni e a tutti gli italiani di ogni fede o
religione, credenti o non credenti". […]
https://www.torinoggi.it/2019/11/26/leggi-notizia/argomenti/politica-11/
articolo/la-regione-scrive-ai-presidi-del-piemontepromuovete-presepe-ecanti-
natalizi-nella-scuole-video.html
***
→ SCUOLA IN CARCERE
La FLC CGIL di Torino, in collaborazione con Proteo Fare Sapere
Torino e con il Cidi Torino, ha organizzato il seminario formativo
Fare scuola in carcere … anche al tempo del Covid
che si è tenuto il 17 dicembre 2020 , con gli interventi di
Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone private
della libertà personale; Alessandro Rapezzi, segretario nazionale
FLC CGIL, Domenico Chiesa, del Cidi.
Proponiamo un documento che ci è pervenuto:
F. Fabiani e M. L. Masturzo
Una particolare forma di istruzione per gli adulti: l’istruzione in
carcere
Diritto allo studio e istruzione in carcere
Il diritto allo studio, ai tempi del coronavirus, è più che mai
indispensabile, perché è proprio nella emergenza che lo studio può
diventare una reale opportunità per la riprogettazione di sé e per
rispondere alle criticità e allo stress che l’attuale situazione genera.
Ora lo studio presenta molteplici articolazioni e una tra queste di cui
tener conto e su cui avviare una riflessione puntuale è riferita alle
persone detenute, le quali nel frangente della pandemia sono state
certamente penalizzate nell’esercizio del loro diritto allo studio, per le
condizioni restrittive in cui vivono.
Se da una parte l’art. 27 della Costituzione considera il carcere come un
percorso di rieducazione per la persona detenuta, finalizzato al suo
reinserimento nella società, contemplando il diritto allo studio uno
strumento privilegiato per questo fine; dall’altra diverse fonti mostrano
la dimensione repressiva delle condizioni di vita delle persone detenute.
Nel tempo, quindi, si è sviluppato un dibattito articolato e una
riflessione sulla funzione del carcere a diversi livelli istituzionali,
nell’ambito della società civile e in molti ambiti di ricerca. Un contributo
molto importante è certamente l’analisi di Michel Foucault che nel
testo “Sorvegliare e punire” mette in evidenza il passaggio dalla
punizione pubblica alla sorveglianza in termini politici.
«Si imprigiona chi ruba, si imprigiona chi violenta, si imprigiona anche
chi uccide. Da dove viene questa strana pratica, e la singolare pretesa di
rinchiudere per correggere, avanzata dai codici moderni? Forse una
vecchia eredità delle segrete medievali? Una nuova tecnologia,
piuttosto: la messa a punto, tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo,
di tutto un insieme di procedure per incasellare, controllare, misurare,
addestrare gli individui, per renderli docili e utili nello stesso tempo»
(Foucault). Foucault era molto concentrato soprattutto sull’assenza dei
diritti reali delle persone detenute e nelle lezioni universitarie che
teneva sottolineava l’aspetto repressivo della prigione.
La riflessione di Foucault e, in generale, della società civile sul tema, ha
sollecitato interventi e modifiche legislative importanti, che tuttavia non
sempre sono attuate. Per esempio, secondo un rapporto
dell’Associazione Antigone del 2018, nel 20% degli istituti di pena non
sono ancora previsti spazi dedicati ai detenuti per svolgere lavori di
diverso tipo o da dedicare allo studio personale, qualora frequentino
corsi di istruzione secondaria.
L’isolamento forzato, la mancanza di rapporti affettivi, l’impossibilità di
incontrare persone e di intrattenere rapporti in piena libertà, non
garantiscono sicurezza né all’interno, né all’esterno del carcere, anzi
queste condizioni portano ad alti tassi di recidiva, in Italia pari al 68%,
in quanto il fatto di non poter lavorare o di non poter frequentare corsi
di scuola ai diversi livelli o all’università, non consente di sviluppare
quelle competenze sociali e relazionali fondamentali per un individuo
nella vita quotidiana da persona libera.
A supporto di questo, gli studi dell’Associazione Antigone evidenziano,
per esempio, che l’applicazione delle misure alternative consente un
contenimento dei tassi di recidiva e che è necessario ampliare il numero
di persone detenute che studiano in carcere e partecipano a corsi di
formazione professionale orientati ad apprendere un lavoro.
In merito al diritto allo studio, la legislazione vigente, a partire dall’art.
19 dell’Ordinamento Penitenziario del 1975, prevede che: «Negli istituti
penitenziari la formazione culturale e professionale, è curata mediante
l’organizzazione dei corsi della scuola dell’obbligo e dei corsi di
addestramento professionale, secondo gli ordinamenti vigenti e con
l’ausilio di metodi adeguati alla condizione dei soggetti».
Il DPR 263/2012, entrato in vigore nel 2013, inerente l’assetto
organizzativo dei Centri di istruzione degli adulti, compresi i corsi
serali, amplia all’art. 1 comma 2 l’offerta formativa di corsi della scuola
dell’obbligo (CPIA) e di istruzione secondaria superiore agli istituti di
prevenzione e pena.
Il protocollo successivo siglato tra il Ministero di Giustizia e il MIUR
dell’ottobre 2019, prevede per gli istituti di pena di:
- allestire percorsi con dotazioni di materiali didattici anche digitali;
- di allestire laboratori didattici e tecnici.
Se da un lato, l’impianto normativo supporta il diritto allo studio delle
persone detenute, dall’altro la situazione concreta risulta più articolata
nelle diverse realtà. Quanto previsto dal DPR e dal protocollo indicati in
precedenza, risulta attuato presso alcune case circondariali, sia in
termini di corsi di studio, sia di laboratori; presso altre strutture,
invece, vengono garantiti solo i percorsi di istruzione correlati ai CPIA.
Alcuni problemi nell’organizzazione
Al di là di questa differenziazione, interessa mettere al centro della
riflessione, alcune difficoltà che la scuola, soprattutto la secondaria di
secondo grado, deve affrontare nell’allestire i corsi di studio in carcere.
Il primo nodo da affrontare riguarda l’organizzazione delle classi. Nella
realtà della Casa circondariale di Torino, ogni classe è in realtà “diffusa”
nei diversi padiglioni e non è possibile accorpare gli allievi durante
l’orario scolastico, in quanto i reati per cui si trovano in detenzione sono
differenti e la regola interna prevede che non possano condividere gli
stessi spazi persone con reati diversi.
Per poter insegnare a una classe così distribuita su diversi padiglioni,
l’insegnante deve organizzare la propria attività con piccoli gruppi di
allievi. Emerge a questo punto la questione del rapporto orario
dell’insegnante e orario scolastico per gli allievi, in quanto lavorando
con piccoli gruppi, l’insegnante riduce il numero di ore settimanali della
propria disciplina: se si dovessero erogare le ore previste
dall’ordinamento, gli insegnanti interverrebbero su due piccoli gruppi,
poiché, in genere, in carcere vengono assegnate cattedre formate da
“spezzoni”. Nessun insegnante, infatti, tranne in rarissime occasioni, ha
l’intera cattedra presso la sezione carceraria.
La questione dell’organico non è di poco conto, in quanto ricerche
internazionali (http://eurydice.indire.it/lequita-nellistruzionescolastica-
in-europa-strutture-politiche-e-risultati-degli-studenti/)
mostrano quanto sia importante mettere a disposizione le risorse
necessarie sia a livello quantitativo, sia qualitativo, per garantire un alto
livello di equità nell’apprendimento.
Per consentire agli studenti detenuti di poter usufruire di un orario
adeguato e per garantire un livello qualitativo buono di istruzione,
l’Istituto di Istruzione Superiore “Carlo Ignazio Giulio”, che opera nella
Casa Circondariale di Torino, per esempio, sopperisce alla carenza di
organico attraverso una progettazione condivisa con l’associazione di
volontariato AUSER, che mette a disposizione ex insegnanti, per
organizzare attività individuali e autonome di potenziamento sulle
competenze di base e disciplinari dei singoli allievi.
La necessità di formare insegnanti per l’istruzione degli adulti
Se la composizione delle cattedre in carcere rappresenta un serio
problema, l’altro aspetto, questa volta sul piano qualitativo, riguarda il
nodo della formazione degli insegnanti che intervengono.
In questo caso, si tratta di un problema più ampio che, in particolare,
riguarda la formazione degli insegnanti della scuola secondaria di
primo e secondo grado: dal 2008, quando l’allora ministra Gelmini
cancellò le SSIS (Scuole di Specializzazione all’Insegnamento
Secondario), si sono sperimentate altre soluzioni parziali (TFATirocinio
Formativo Attivo, per due annualità e FIT, Formazione Iniziale
e Tirocinio, previsto dalla legge 107/2015 , che non ha mai visto la
luce), che tuttavia sono finite in un nulla di fatto, sotto il profilo della
stabilità di un progetto.
Il precedente governo ha, poi, affrontato la questione della formazione
degli insegnanti, ratificando un concorso per l’assunzione in ruolo, in
cui si richiede esclusivamente il possesso di 24 CFU, inerenti l’area
antropo-psico-pedagogica, crediti spesso acquisiti attraverso le
università on line. Insomma, in buona sostanza, si è ritornati alla visione
della scuola gentiliana per cui si può “trasmettere” conoscenza con il
solo possesso di una laurea, aggiornata da una spolverata di nozioni di
psicologia e pedagogia! Anni di riflessione filosofica e psico-pedagogica
in chiave costruttivista relativamente ai temi dell’apprendimento come
co-costruzione mediata e rielaborata dal soggetto in una dimensione
collettiva, sono stati cancellati in un battito d’ali rispetto alla formazione
degli insegnanti!
Tornando alla questione delle cattedre nell’istruzione degli adulti, gli
insegnanti della scuola secondaria che assumono le cattedre “di fatto”,
come si configurano i famosi “spezzoni”, attualmente non hanno alle
spalle alcun percorso formativo per affrontare questo lavoro. Sovente,
anzi, sono professionisti del mondo privato (psicologi, medici, avvocati,
ingegneri …) che per una serie di motivi scelgono di insegnare, privi
pertanto di quella adeguata formazione necessaria per insegnare, in
generale, e per insegnare agli adulti, in particolare.
Ora, uno Stato che abbia a cuore il proprio sviluppo, deve garantire lo
sviluppo dell’istruzione, ripristinando in primo luogo la formazione
degli insegnanti della scuola secondaria e progettando al suo interno
moduli specifici per l’istruzione degli adulti, di cui l’istruzione
carceraria rappresenta un segmento importante, esattamente come si
faceva nei corsi SSIS e TFA, dove erano previsti moduli specifici per
l’insegnamento degli studenti diversamente abili.
[...]
***
→ INTERNAZIONALE
ARGENTINA E ABORTO. “La religione non deve interferire
nelle decisioni dello Stato”:
Roma (NEV), 15 dicembre 2020 – Venerdì scorso in Argentina la
Camera ha approvato la proposta di legge per la legalizzazione
dell’aborto. L’approvazione è arrivata dopo un dibattito durato
quasi 20 ore e il “sì” ha vinto per una manciata di voti. Ora la
proposta passerà in Senato, dove una decisione è attesa entro la
fine dell’anno.
INDIA: Per impedire i matrimoni misti, l’ultradestra inventa un
falso complotto "demografico" musulmano. Cinque Stati, governati
dal partito del premier Modi, promuovono leggi contro le nozze
interreligiose. Le opposizioni parlano di indebita restrizione della
libertà personale ma, considerando l’ampia maggioranza di cui
gode il Bjp nelle assemblee parlamentari dei cinque Stati, appare
inevitabile l’arrivo del giorno in cui sarà lo Stato a decidere
arbitrariamente se un uomo e una donna si sposano per amore o
per «urtare la sensibilità» della maggioranza hindu.
https://ilmanifesto.it/sedurre-convertire-sostituire-la-farsahindu-
della-love-jihad/

FRANCIA: Mercoledì 9 dicembre in Francia il Consiglio dei ministri
ha approvato un disegno di legge “a sostegno dei principi della
Repubblica”, prima conosciuto come progetto contro il “separatismo
religioso”. Il primo ministro Jean Castex, presentandolo insieme a
quattro ministri del suo governo, ha detto che non è un intervento
«contro le religioni, né contro la religione musulmana in
particolare» ma «è una legge di libertà, di protezione, di
emancipazione di fronte al fondamentalismo religioso» e in linea
con «i principi repubblicani» della Francia. Il disegno di legge
inizierà a essere discusso a febbraio, è stato scritto dopo 40 riunioni
interministeriali e contiene più di 50 articoli. [...] La parte più
corposa del progetto di legge ha a che fare con l’esercizio del culto e
introduce diversi nuovi obblighi. La maggior parte dei culti praticati
in Francia è regolata da una legge del 1905, mentre il 92 per cento
delle associazioni musulmane, ospitando attività anche culturali,
ricade sotto una legge del 1901. Il governo vorrebbe ora
promuoverne il passaggio sotto la legge del 1905, che determina la
separazione tra Chiesa e Stato, permette maggiori controlli e
impone nuovi obblighi. Tra le nuove misure previste c’è per
esempio un rafforzamento del controllo sui finanziamenti esteri ai
luoghi di culto e il fatto che le donazioni superiori ai 10 mila euro
dovranno essere sottoposte a una dichiarazione specifica.
Il disegno di legge interviene anche sul piano dell’istruzione,
limitando la scolarizzazione a domicilio. Stabilisce «il principio
dell’obbligo scolastico» per i bambini di età compresa tra 3 e 16
anni, e consente deroghe per «ragioni molto limitate relative alla
situazione del bambino o della sua famiglia» che non potranno però
più essere comunicate attraverso una dichiarazione, ma autorizzate
dal ministero dell’Istruzione. Questo, secondo il governo, impedirà
ad alcune famiglie di scegliere l’istruzione a casa per ragioni
religiose o politiche. Durante la conferenza stampa di presentazione
del progetto di legge è stato spiegato che il 50 per cento dei bambini
che frequentano le scuole coraniche risulta ufficialmente istruito in
famiglia.
Si stabiliscono, inoltre, misure per evitare i matrimoni combinati
attraverso un maggior potere di controllo e di verifica assegnato agli
ufficiali di stato civile, e si vieta il rilascio dei “certificati di verginità”
da parte dei medici fissando una pena che prevede un anno di
detenzione e una multa di 15 mila euro. [...] Infine, nel testo, si vieta
il rilascio di titoli di soggiorno a persone in stato di poligamia. Il
progetto di legge prevede anche un nuovo reato, quello «di messa in
pericolo della vita altrui attraverso la diffusione di informazioni
relative alla vita privata, familiare e professionale di una persona
che permettono di identificarla o di localizzarla». Propone, infine, di
perseguire gli autori di minacce, violenze e intimidazioni per motivi
religiosi: la misura intende per esempio tutelare il personale
ospedaliero quando un marito richiede che la moglie venga visitata
da una medica.
https://www.ilpost.it/2020/12/10/francia-legge-laicita-islam/
***
→ LUTTI
Il 13 dicembre, per il Covid, è mancato Fiorenzo Alfieri. Aveva 77
anni e avrebbe potuto dare ancora molto alla cultura della nostra
città. È una grave perdita per tutti. Da leggere un bel ricordo di
Franco Lorenzoni:
La preziosa eredità educativa che lascia Fiorenzo Alfieri
“Non riuscivo a parlare tanto bene. Parlavo in dialetto, non
capivo la lingua italiana e scrivevo male. Mi hanno bocciato
due anni anche perché aiutavo mia madre a lavorare. Poi ho
cominciato a capire parlando. Il maestro mi faceva parlare
molto, mi ha insegnato pure a discutere, perché io nelle altre
classi non ero capace a discutere, non si parlava mai, chi
parlava pigliava un cinque o un quattro. Qui adesso sono
libero di parlare”. Il maestro che insegnava l’arte del
discutere a questo ragazzo immigrato dalla Puglia si chiama
Fiorenzo Alfieri, morto domenica 13 dicembre a causa del
covid-19. Con lui Torino, e l’Italia, perdono uno dei
protagonisti della sua vita politica e culturale.
Giovane maestro nella periferia di Torino, inaugurò esattamente
cinquant’anni fa una delle esperienze più innovative di
trasformazione della scuola elementare. Nel 1970, in sei scuole
della cintura operaia della città, caratterizzata da una forte
presenza di immigrati meridionali, diede vita insieme a un nutrito
gruppo di maestre e maestri impegnati e visionari alla prima
esperienza di tempo pieno, che metteva radicalmente in
discussione i vecchi metodi educativi. […]
https://www.internazionale.it/opinione/franco-lorenzoni-
2/2020/12/15/fiorenzo-alfieri
Alla fine di novembre è mancata Lucetta Jarach Guastalla con la
quale abbiamo condiviso tante iniziative del Comitato Torinese
per la Laicità della Scuola. Pensiamo a lei con affetto e rimpianto.
Un suo ricordo si legge in
https://moked.it/blog/2020/11/22/lucetta-jarach-guastalla-
1938-2020/
Sono mondi che scompaiono. E dal profondo del dispiacere per il
vuoto lasciato dalla persona, emerge un altro rammarico: quello di
non vedere più attorno a noi persone come lei, come altre di quella
generazione che ci hanno lasciato e ci stanno giorno dopo giorno
lasciando, capaci di fare da riferimento per i valori di libertà,
laicità, eguaglianza che abbiamo cercato di difendere e
promuovere.
Stefano Vitale
***
→ Biopolitica: inganno o chiave di volta?
Dal 17 dicembre è in edicola il nuovo almanacco di filosofia di
MicroMega
È principalmente incentrato su Michel Foucault e sul suo concetto
di biopolitica, il nuovo almanacco di filosofia di MicroMega.
La pandemia ha infatti riportato alla ribalta quel pensiero che fa
capo al filosofo francese e che ha avuto un enorme successo negli
ultimi decenni, specie in alcuni ambienti del pensiero filosoficopolitico
di sinistra. Si tratta di un successo giustificato da una reale
portata innovatrice? Ne dubita il direttore di MicroMega Paolo
Flores d’Arcais che in una lettera a Roberto Esposito, tra i
principali esponenti della biopolitica in Italia, si lancia in una
appassionata invettiva contro quello che in definitiva non sarebbe
altro che contraddizione e vuoto filosofico. Esposito risponde,
rivendicando invece la capacità creativa ed ermeneutica di alcuni
concetti foucaultiani, senza i quali la comprensione del presente
sarebbe ben più ardua. Uno scambio su cui MicroMega ha invitato
a esprimersi alcuni fra i più autorevoli filosofi italiani e
stranieri: Jean-Luc Nancy, Carlo Sini, Gloria Origgi, Massimo
Donà, Carlo Galli, Fernando Savater, Sergio Givone, Miguel
Benasayag, Franca d’Agostini, Josep Ramoneda, Maurizio
Ferraris e Stephen Holmes.
Ma il nuovo numero di MicroMega contiene anche il saggio di
Wolfgang Streeck che ripercorre gli approfonditi e rigorosi studi
sulla guerra e la tecnologia di Friedrich Engels, in occasione del
bicentenario della sua nascita; l’ampia recensione a firma
di Stefano Petrucciani dell’ultima, monumentale opera di Jürgen
Habermas, nella quale il filosofo tedesco tira le fila di un discorso
sul rapporto fra religione e filosofia che lo accompagna da diversi
anni; il dialogo sulla socialità umana tra il biologo
statunitense Mark W. Moffett e Telmo Pievani; e il “reportage”
dal Tribunale di Norimberga firmato dai giornalisti di Die
Zeit Moritz Aisslinger e Tanja Stelzer, in cui – a 75 anni dal suo
inizio – quattro testimoni di quel processo storico ci conducono in
un viaggio della memoria.
Completa il volume un prezioso inedito di Voltaire per la prima
volta in italiano: il breve trattato De l’âme, nel quale il filosofo
francese approfondisce uno dei temi più controversi della filosofia
del XVIII secolo, la natura dell’anima.
Il numero – come comunica il direttore – è l’ultimo edito da GEDI, il
gruppo editoriale che pubblica, tra l’altro, “la Repubblica” e
“L’Espresso”. L’ avv. Antonio Caputo ha pubblicato una petizione su
change.org (Per una libera stampa laica e indipendente sosteniamo
Micromega) in cui afferma “Stupisce il silenzio che fin qui ha
circondato la sorte della rivista fondata da Paolo Flores d'Arcais”.
***

IL LIBRO
Telmo Pievani, Finitudine. Un romanzo filosofico su
fragilità e libertà, Raffaello Cortina, Milano 2020, pp. 280,
€ 16
Telmo Pievani che dal 2012 insegna Filosofia delle Scienze Biologiche
all'Università di Padova e unisce alle competenze scientifiche una
grande capacità di divulgazione e comunicazione, ci consegna in questo
libro un esperimento filosofico-letterario: fa dialogare nel 1960 due
amici, Albert Camus ricoverato in ospedale dopo il terribile incidente
d’auto del 4 gennaio sulla strada per Parigi – che in realtà gli troncò la
vita a soli 46 anni – e Jacques Monod, che doveva ricevere il Premio
Nobel per la medicina nel 1965 e terminare nel 1970 Il caso e la
necessità scrivendo “L’antica alleanza [tra uomo e natura] è rotta;
l’uomo sa infine che è solo nell’immensità indifferente dell’Universo da
cui è emerso per caso. Non più che il suo destino, il suo dovere non è
scritto da nessuna parte. Sta a lui scegliere tra il Regno e le tenebre”.
Era una massima di sapore camusiano. Camus e Monod avevano
partecipato entrambi alla Resistenza, Monod aveva respinto su
“Combat” la genetica made in URSS di Lysenko, più tardi divennero
amici. Pievani immagina che stiano scrivendo un libro a quattro mani:
leggono e discutono le bozze di ogni capitolo, introdotto da una
citazione da Lucrezio, il grande materialista dell’antichità che aveva
posto il caso alla base della natura delle cose e aveva respinto le
superstizioni e i timori religiosi. Anche all’interno dei capitoli si discute
continuamente di Lucrezio e del materialismo antico (criticandone
anche certi aspetti, come l’ideale della atarassia), lo si confronta con le
acquisizioni della scienza moderna e con gli interrogativi filosofici che
pone l’essere il singolo individuo, ma anche la specie umana, una
transitoria presenza in un universo smisurato e indifferente. Alla fine,
dopo avere saggiato e criticato molte strade intraprese per esorcizzare la
finitudine, a cominciare dalle soluzioni religiose, e da quelle politiche
che hanno promesso paradisi secolari attraverso il Progresso, rimane,
nelle ultime pagine, la nobiltà dello “sforzo indefesso di capire
l’universo”. “Homo sapiens, il cacciatore nato del senso, capisce che un
senso non c’è. Allora decide di vivere fino in fondo il non-senso e di
sobbarcarsi, felice, le fatiche di Sisifo della scienza, dell’etica e della
convivenza umana”, in una prospettiva di giustizia sociale e di
solidarietà.
In una bella intervista a cura di Federica Biolzi, che si trova in rete
(http://www.exagere.it/il-caso-lassurdo-la-felicita-intervista-a-telmopievani/),
Pievani dice: “Una volta rotto l’incanto animistico, dobbiamo
trovare un nuovo senso alla nostra vita e Monod lo trova in ciò che
Camus gli aveva insegnato, ossia che la conoscenza è la grande
sconfitta della finitudine. Moriamo è vero, però, se abbiamo contribuito
alle conoscenze dell’umanità, non siamo davvero morti, attraverso il
DNA e le idee noi trasmettiamo qualcosa alle generazioni future.
Insomma, Monod tenta di sfidare la finitudine insieme a Camus, da
laico e naturalista, per non farla vincere del tutto, per farla arretrare”. E
conclude: “Dalla finitudine si può sviluppare una forte eticità di tipo
non metafisico, non religioso, che da direzioni opposte può trovare
inattesi punti di contatto con la sensibilità religiosa, ma che ha una sua
totale autonomia”.
Il libro farà discutere. Cosa vi è di Monod? Cosa vi è di Camus? Cosa vi
è di Pievani? Ma ricordiamoci che è “un romanzo filosofico”, in cui
troviamo molte belle pagine, tra cui quelle in cui Monod spiega a
Camus la biologia molecolare e il significato dell’evoluzionismo
moderno.
Cesare Pianciola
***

IL FILM
KIM KI-DUK
Dal 19 dicembre 2020 in streaming su www.cinetecamilano.it un
omaggio in 3 film al regista sudcoreano Kim Ki-duk, la cui
prematura scomparsa, l’11 dicembre scorso all’età di 59 anni, ci ha
privati di una delle voci cinematografiche più originali e intense
del nuovo millennio.
In programma al prezzo di € 5,00 ciascuno: Il prigioniero Coreano,
One on One, due titoli in cui la riflessione sull’uomo si fonde con il
discorso politico e sociale, e Pietà, capolavoro di stupefacente
intensità e verità che nel 2012 valse al suo autore il Leone d’Oro
alla Mostra del Cinema di Venezia.

La morte di Kim Ki-duk è stata inaspettata, prematura, giunta
mentre era in Lettonia per prepararsi alle riprese del suo venticinquesimo
film. Scomparso già da alcuni giorni, è poi ricomparso
sulle pagine di un quotidiano locale che ne ha dichiarato il decesso
per complicazioni legate al Covid.
Kim Ki-duk era agli antipodi dell’accademia, un autodidatta che faceva
film con due soldi e ribaltava le logiche produttive del suo
Paese, quella Corea del Sud che non l’ha mai sostenuto, che l’ha
sempre trattato come un reietto perché privo di una formazione
cinematografica ufficiale, da diploma, da pergamena autografata
da qualche rettore o potente direttore d’Accademia. Il suo nome
era conosciuto di più all’estero, ma il suo era un cinema che non
aveva bisogno di primeggiare entro i confini nazionali, in Corea ci
sono sempre stati nomi più altisonanti del suo, dal premio Oscar
Bong Joon-ho a Park Chan-wook. A Kim Ki-duk bastava però spostarsi
in Europa per trovare un pubblico pronto ad accoglierlo. In
particolare il legame con l’Italia è stato fondamentale nella sua
ascesa europea, è a Venezia infatti che nel 2000 ha riscosso successo
internazionale con L’isola, un film di anime sospese in fuga
non dichiarata dai grandi centri urbani. […] Una poetica che travalicava
facilmente i confini nazionali anche in virtù del suo essere
poco parlata, laddove il silenzio era proprio uno dei tratti più impressionanti
del suo cinema, una scarsità di parola e una ricchezza
di gesti che rendevano i suoi film qualcosa di unico, quasi sempre
in bilico tra abbagliante candore ed estrema violenza, tra levità e
livida interiorità. […]
Se Ferro 3 è già oggi tra i titoli più conosciuti – e probabilmente
verrà ricordato come il suo capolavoro – sono tanti i titoli che si
sono distinti per la forte marca autoriale e la piena riuscita artistica,
a cominciare da Bad Guy, con le sue luci al neon, il gangster
dannato e il brano “I tuoi fiori” di Etta Scollo. Ma anche Primavera,
estate, autunno, inverno… e ancora primavera, film circolare che indaga
le stagioni dell’uomo con tutto lo spettro delle emozioni possibili,
tra gioia e dolore. E ancora, non può mancare il Leone d’Oro
2012, Pietà, che all’epoca rappresentò una rinascita artistica per il
prolifico regista coreano, uscito da un periodo difficile della sua
vita e approdato a una fase di ricerca estetica più sofisticata, a un
classicismo statuario che prende spunto dalla Pietà di Michelangelo
e mette in scena la vita di un imponente David coreano che si
confronta con le proprie azioni criminose, un’indagine sul denaro
e sui danni che crea nelle vite delle persone. […] Ci ricorderemo di
Kim Ki-duk perché è riuscito a creare un cinema profondamente
iconico e unico, come quello di ogni grande artista, capace di tradurre
la propria visione del mondo ed esperienza personale in
racconto condiviso. [...]
Carlo Maria Rabai su “The Vision”, 14 Dicembre
https://thevision.com/intrattenimento/kim-ki-duk/
Nell’ultima fase della sua carriera, il circolo tra la vita e i film ha
preso un giro imprevisto quando una sua attrice lo ha accusato di
violenze e sevizie. In seguito altre due attrici si sono fatte avanti
con accuse simili. I tribunali hanno dato ragione alle vittime, pur
riconoscendo che non ci sono prove a conferma delle loro
testimonianze. Kim dal canto suo si è sempre detto estraneo ai
fatti. Queste accuse fanno certo male a chi ne ammirava il talento.
E, anche volendo separare l’arte dall’artista, come ad alcuni pare
opportuno una volta che l’artista non è più tra noi, il danno resta
pure dal lato dell’arte. Perché l’arte di Kim Ki-duk era tale proprio
per la sua immediatezza, nel fatto di presentarsi come un
moralismo ineffabile, come un predicamento di puri esempi di
vita, priva di commenti o di giudizi. Questa purezza è
irrimediabilmente persa. La cronaca impone una triste didascalia
ai film di Kim, là dove quei film dicevano che si può gioire
liberamente delle sole immagini.
Eugenio Renzi, “il manifesto”, 12.12.2020
https://ilmanifesto.it/vite-irrequiete-nella-muta-potenza-delleimmagini/

 

Fanno parte del Coordinamento: AEDE (Association Européenne
des Enseignants), AGEDO, CEMEA Piemonte, CGD Piemonte,
CIDI Torino, COOGEN Torino, CUB-Scuola, FNISM, Sezione di
Torino "Frida Malan", MCE Torino.

Nessun commento