Rassegna stampa

LAICITÀ DELLA SCUOLA news Ottobre 2020

Di Redazione | 28.10.2020


Notiziario on line del Coordinamento per la laicità della scuola. Redazione: Marco Chiauzza, Grazia Dalla Valle, Daniel Noffke, Cesare Pianciola, Stefano Vitale.

EDITORIALE

Samuel Paty, insegnante, vittima del fanatismo

Riprendiamo l’editoriale dal titolo Je suis enseignant – Siamo tutti insegnanti, che Pietro Polito ha postato sul sito del Centro studi Piero Gobetti

(https://www.centrogobetti.it/rubriche/874-editoriale-siamotutti-insegnanti-pietro-polito.html).

«Samuel Paty era un insegnante che amava fare il suo mestiere: insegnare. Insegnava storia e geografia alla Scuola media di Conflans-Sainte-Honorine, nel nord di Parigi; […] aveva 47 anni. Venerdì 16 ottobre, con un gesto premeditato e preparato su istigazione consapevole o inconsapevole di alcuni adulti, è stato colto di sorpresa e ammazzato in modo orribile, decapitato, perché aveva mostrato in classe le vignette di Charlie Hebdo sul grande profeta Maometto. Non è assurdo che al giorno d’oggi una persona, in Francia o in un altro paese europeo, possa morire per la libertà? Il Presidente Macron ha commentato a caldo questo orrendo assassinio, dicendo che l’insegnante è stato ucciso “perché insegnava la libertà di credere e non credere”.

Come ha scritto Michela Marzano [“La Stampa”, domenica 18 ottobre 2020] Paty aveva “il coraggio di insegnare la libertà”. La filosofa pone una domanda cruciale che non riguarda solo gli insegnanti di professione ma tutti noi: “E adesso che faccio con i miei studenti, quando arrivo al capitolo libertà d’espressione? Dico loro che è un cardine delle nostre democrazie liberali, e che quindi non la si può né sopprimere né restringere – a meno che non ci si trovi di fronte all’incitamento all’odio, all’apologia dei crimini contro l’umanità o alla diffamazione – oppure taccio per non mettermi in pericolo?”.

La libertà d’espressione e d’insegnamento è un diritto individuale e un dovere pubblico dell’insegnante come è sancito e garantito dall’art. 33 della nostra Costituzione che, al primo comma, recita: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Secondo l’opinione consolidata nella dottrina, con l’espressione «scienza» la Costituzione si riferisce a tutte le attività di indagine e di ricerca, sia quelle cosiddette esatte e sperimentali; sia quelle umanistiche. Il significato precipuo dell’art. 33 è questo: “Non esistono né arte né scienza ufficiale o di stato” [Sentenza n. 77 della Corte Costituzionale del 1964. Per le informazioni e le considerazioni sulla libertà d’insegnamento cfr.: Carlo Emanuele Gallo, Professore Ordinario di Diritto Amministrativo nel Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Torino, “Bioetica News”, Torino, Luglio 2016]. La libertà di insegnamento è una libertà individuale che non può essere delegata né può essere indirizzata da indicazioni governative siano esse politiche o religiose. Proprio la libertà individuale dell’insegnante è la migliore garanzia della neutralità dell’insegnamento pubblico.

Ovviamente la libertà d’insegnamento non è illimitata. Un primo limite è la tutela degli studenti come stabilisce l’art. 31 della Costituzione, dove è previsto che la Repubblica protegge l’infanzia e la gioventù. Un altro limite è l’osservanza di quelle regole di carattere fondamentale che disciplinano e garantiscono la nostra convivenza. Inoltre vi sono dei limiti diciamo tecnici nel senso che si tratta di tenere conto della capacità di apprendimento di ciascun studente. Infine, ma forse è questo il limite invalicabile, l’insegnamento non deve essere utilizzato a fini di propaganda politica o religiosa. La cattedra non è per i demagoghi, ma nemmeno per i sacerdoti di qualsiasi tempio. Ciò non significa che l’insegnante non ha o non possa avere una posizione personale, ma che il buon insegnante informa gli studenti sulle tesi diverse da quelle che egli sostiene per garantire l’obiettività dell’apprendimento. Quando si resta nell’ambito dell’espressione delle proprie opinioni e delle proprie idee, senza incitare all’odio e alla violenza fisica, verbale o psicologica, non c’è giustificazione che tenga per restringere la libertà. Chi pretende il contrario vuole sostituire alla democrazia la dittatura o la teocrazia.

Alla luce di queste brevi considerazioni sulla libertà d’espressione e d’insegnamento, torniamo alla domanda posta da Michela Marzano e, come ho già detto, rivolgiamola a ciascuno di noi: “E adesso che cosa facciamo i nostri studenti, con i nostri giovani?”. Di fronte a un delitto così atroce, così assurdo come quello commesso a Conflance-Sainte-Honorine, di fronte al corpo straziato di Samuel Paty, abbandonato a se stesso, indifeso, offeso, mostrato senza ritegno, né rispetto nei telegiornali di massima visibilità agli occhi morbosi di una presunta opinione pubblica, Je suis enseignant – Siamo tutti insegnanti.

Come non andare con la mente al famoso adagio manzoniano: Uno il coraggio, se non ce l’ha, non se lo può dare”. Così, di fronte alla prepotenza dei bravi e del loro padrone, don Abbondio si mette in pace con il mondo e con la propria coscienza. La filosofia di don Abbondio non era quella del professore che insegnava la libertà: non è vero che dalla paura non nasce il coraggio. A fronte di chi ha parlato di provocazione e ha invocato pretestuosamente limiti alla libertà d’espressione, sappiamo perfettamente che “ci sono momenti in cui il coraggio non è una semplice opzione, ma una vera necessità” [M. Marzano, art. cit.]».

In un blog di MicroMega on line, Monica Lanfranco riporta un commento di Maryam Namazie, una delle attiviste più impegnate a livello globale nella lotta contro il fondamentalismo religioso e per l’affermazione della laicità e del libero pensiero: «Concentrarsi sui limiti alla libertà di parola quando un insegnante è stato decapitato è come concentrarsi sulla gonna di una donna quando è stata violentata. Una cosa non causa l'altra. La vostra attenzione sulla libertà di parola offende: la differenza tra me e voi è che io non minaccio o uccido nel caso la mia sensibilità sia provocata. Il problema è l'omicidio, non la libertà di parola» (http://blogmicromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?cat=14791).

Chi era il giovane assassino abbattuto dalla polizia Abdullakh Anzorov, 18 anni, di origine cecena, immigrato in Francia insieme alla famiglia con lo status di rifugiato quando aveva sei anni? Come è avvenuta la sua radicalizzazione islamista? Riproponiamo alla fine di queste News un film del 2019 dei fratelli Dardenne, che pone il problema del fanatismo islamista attraverso le ossessioni religiose di un tredicenne.

Sul rapporto tra simbolico e reale, tra le parole e le cose, svolge interessanti considerazioni su cui riflettere l’insegnante Daniele Lo Vetere, su “laletteraturaenoi”, il sito della Palumbo diretto da Romano Luperini. Sarebbe da discutere ampiamente, ma riportiamo solo queste righe: «la scuola è proprio il luogo in cui dovremmo fornire gli strumenti per capire le metafore. Ma non sono solo gli studenti musulmani radicalizzati della banlieue parigina a dar prova di difficoltà nel distinguere tra simbolico e reale. Il mondo intorno a noi ha eroso poco alla volta la netta distinzione tra letteratura e realtà, tra la violenza simbolica di una vignetta satirica e la violenza reale di una decapitazione. Dietro a tutto ciò ci sono ragioni socio-culturali, economiche, politiche, ovviamente. Dovremo indagarle, prenderle di petto, senza illuderci che basti l’invito a difendere la laicità della République [...]»

(https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/il-presente-e-noi/1276-sulla-morte-di-samuel-paty,-16-ottobre-2020.html).

Un documento dei professori del Liceo Giannone di Benevento termina ricordando le parole di Lelio Basso, padre costituente, che, nel suo ultimo discorso in Parlamento nel 1978, si chiedeva se fosse utopia lottare per «preparare un’umanità in cui essere cattolici o protestanti, cristiani o ebrei, musulmani o buddisti, credenti o atei non dovesse più costituire per nessuno né motivo di persecuzione, né titolo di privilegio»

(https://www.realtasannita.it/articoli/in-primo-piano/noussommes-samuel-paty-ecco-il-documento-sottoscritto-da-38-docenti-del-liceo-classico-pietro-giannone-di-benevento.html).

Red.

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LA NUOVA ENCICLICA FRATELLI TUTTI DI PAPA FRANCESCO.

ALCUNE CONSIDERAZIONI CRITICHE

Riprendiamo parte di un articolo di Pier Paolo Caserta comparso su

italialaica.it il 13.10.2020

… i non cattolici, dovrebbero almeno evitare di cedere al plauso

automatico di questo clima agiografico. […] Non pare dubbio, infatti, che

le componenti più reazionarie della Chiesa non abbiano in simpatia

Francesco. Allo stesso tempo, occorre vedere cosa rimane dopo che le

parole sono evaporate, quando impegnano la società in una richiesta di

profonda trasformazione ma senza modificare dall’interno la

fondamentale struttura di potere della Chiesa cattolica, gli architravi che

la sorreggono e, almeno restando all’enciclica, gli stessi rapporti di

subordinazione tra sessi che la informano fin dall’origine.

Così, i pronunciamenti sul piano sociale e globale contenuti nell’enciclica

per lo più corteggiano il senso comune. Non fa eccezione la critica,

facilmente condivisibile, all’attuale modello economico “fondato sul

profitto”, Capitolo primo, 21). In altri casi l’affondo va in profondità e io

sono in sintonia: “Non va ignorato che «operano nel mondo digitale

giganteschi interessi economici, capaci di realizzare forme di controllo

tanto sottili quanto invasive, creando meccanismi di manipolazione

delle coscienze e del processo democratico. Il funzionamento di molte

piattaforme finisce spesso per favorire l’incontro tra persone che la

pensano allo stesso modo, ostacolando il confronto tra le differenze.

Questi circuiti chiusi facilitano la diffusione di informazioni e notizie

false, fomentando pregiudizi e odio” (45).

Per contro, l’ultimo spazio che il gesuita è chiamato a presidiare, la

battaglia dottrinale sulla quale la Chiesa cattolica non intende

indietreggiare di un solo millimetro, sapendo benissimo che su tutto il

resto deve già cedere, è quella che si gioca sul corpo della donna, sulla

sua insindacabile libertà di scelta, sulla sua piena autodeterminazione.

L’alleato principale del corso bergogliano è il socialismo o ancora e

sempre il patriarcato? Fratelli tutti, senza frontiere, per sigillare l’ultima

vera frontiera. Ma, si obietterà, il tema della condizione femminile è

presente nell’enciclica. Certo, è ovviamente menzionato, e in più punti.

Anzi, proprio quello non poteva mancare, perché l’esternazione

costituisce il primo e necessario meccanismo a protezione della

conservazione. È proprio Bergoglio, anticipando come sempre il senso

comune, a scrivere: “l’organizzazione delle società in tutto il mondo è

ancora lontana dal rispecchiare con chiarezza che le donne hanno

esattamente la stessa dignità e identici diritti degli uomini. A parole si

affermano certe cose, ma le decisioni e la realtà gridano un altro

messaggio.” (Capitolo primo, 23). Ecco, perfetto, verrebbe da dire. E

l’organizzazione della Chiesa cattolica, sul tema, cosa ha sempre

rispecchiato? A che punto è? Consapevolmente o inconsapevolmente

autobiografico? Non si può dubitare che, se la società è ancora indietro,

qui la Chiesa cattolica lo è molto di più della società. Perché, allora, la

richiesta si indirizza verso l’esterno? Nessuna traccia di auto-riforma sul

tema è presente nell’enciclica, mentre un’apertura è arrivata al termine

dell’Angelus di domenica: “Preghiamo perché i fedeli laici, specialmente

le donne, partecipino maggiormente nelle istituzioni di responsabilità

della Chiesa". Aspettiamo di vedere quali concrete direzioni potrà

prendere questa preghiera. Sarebbe veramente augurabile che la Chiesa

cattolica si decidesse una buona volta a seguire la stessa strada da

tempo intrapresa dalle altre chiese nazionali europee, nelle quali il

sacerdozio femminile è in quasi tutti i casi realtà. Ove mai questo

dovesse accadere, sarebbe una misura pur sempre molto tardiva, ma

necessaria. Rimane del tutto fuori la libertà di scelta e di

autodeterminazione della donna, in mancanza della quale è retorico

parlare di pari “dignità e identici diritti”. Forse le aperture a tutto campo

lasciano vedere anche meglio quale sia l’ultimo nucleo da presidiare con

ogni forza, la battaglia sul corpo della donna, come il cosmo geocentrico

nel Seicento.

http://www.italialaica.it/news/editoriali/60764

L’enciclica si può leggere qui:

http://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/

papa-francesco_20201003_enciclica-fratelli-tutti.html

 

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POLONIA, PROTESTA NELLE CHIESE PER DIFENDERE IL

DIRITTO ALL’ABORTO

25/10/2020. Le donne sono scese in piazza per il quarto giorno

consecutivo in tutta la Polonia, per gridare tutta la loro rabbia

contro la decisione della Corte costituzionale che giovedì scorso ha

deciso che l'aborto in caso di malformazione grave del feto non è

costituzionale e bollandolo come “pratica eugenetica”. Ieri le

proteste sono entrate nelle chiese, in diversi casi durante le messe,

per ribadire che, spiegano le organizzatrici, «sul corpo delle donne

non decide né il governo né la Chiesa».

https://www.lastampa.it/esteri/2020/10/25/news/poloniaprotesta-

nelle-chiese-per-difendere-il-diritto-all-aborto-

1.39460773

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CROCIFISSI FUORI POSTO

Il Crocifisso donato al presidente dell’Assemblea regionale Stefano

Allasia dall’arcivescovo della Diocesi di Torino monsignor Cesare

Nosiglia è stato affisso nell’Aula consiliare di Palazzo Lascaris.

La decisione di appendere il Crocifisso – offerto da monsignor

Nosiglia al presidente Allasia al termine dell’incontro avvenuto il 9

ottobre 2019 al Palazzo dell’Arcivescovado di Torino – è stata

assunta in seguito all’approvazione, nel dicembre scorso, di un

Ordine del giorno del primo firmatario Andrea Cane (Lega). Il

documento impegnava il Consiglio e la Giunta regionale “a

difendere e salvaguardare l’importanza storica, culturale e

religiosa del Crocifisso” e “a procedere all’affissione di un

Crocifisso nell’Aula del Consiglio regionale, dietro i banchi della

presidenza”.

Fonte:

http://www.cr.piemonte.it/web/comunicati-stampa/comunicatistampa-

2020/506-ottobre-2020/9658-il-crocifisso-in-aula

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CIDI DI TORINO

Il 23 ottobre si e inaugurata con interventi a distanza, data la

situazione sanitaria, lattività ‘20-21 del Cidi di Torino, che ha

pubblicato un documento intitolato Partire dal senso della

scuola. Ne riportiamo la prima pagina:

“C’è una scuola che non ha mai smesso di cambiare. C’è una

scuola che ha cercato di mantenere attuale il patrimonio lasciatoci

dai grandi maestri del passato e il mandato che la Costituzione

le ha consegnato. C’è una scuola che ha affrontato con grinta

e competenza le crescenti difficoltà della quotidianità educativa

aggravate da politiche sbagliate che hanno reso le risorse sempre

più scarse.

Questa scuola deve assumersi l’impegno di sollecitare un processo

d’innovazione profondo in cui tutti i soggetti della vita scolastica

siano posti nelle condizioni di essere protagonisti, assumendosi le

proprie responsabilità.

Serve costruire un’idea condivisa di futuro che leghi il

cambiamento della scuola con la rinascita del Paese, serve la

volontà politica di investire sull’istruzione, serve un dirompente

miglioramento della qualità quotidiana del fare scuola per

fronteggiare le nuove sfide educative.

Il Cidi Torino, nei suoi quarant’anni di storia, si è mosso all’interno

di questa idea di scuola contribuendo, con le proprie iniziative,

a promuoverne i principi e a calarli nella quotidianità. Il pensiero

e la lezione di Gianna Di Caro hanno segnato il lavoro

dell’associazione e continuano a segnarlo, orientarlo e a renderlo

vitale.

Questo documento è finalizzato a rilanciare questo pensiero

perché per cambiare è necessario condividere consapevolmente il

senso della scuola che si vuole promuovere.

Si propongono alcuni piani di senso da riaffermare:

Il compito istituzionale — Il mandato politico che le affida

la Costituzione — La valenza di umanizzazione culturale

che svolge per tutti e per ciascuno”.

Domenico Chiesa ha illustrato i vari punti del documento e

Giuseppe Bagni ha concluso la discussione.

Tra gli interventi, Mario Ambel, direttore della rivista on line

“Insegnare”, ha presentato il significato dei due volumi Una scuola

per la cittadinanza – che ha curato per PM edizioni.

Come si legge nel sito di “Insegnare”, la pubblicazione, frutto del

lavoro collettivo di un nutrito gruppo di insegnanti ed esperti,

delinea i principi e le modalità di lavoro di una scuola che si

prefigga l’educazione alla cittadinanza come fine democratico e

mandato costituzionale, affidato all’intero progetto curricolare e

non a ritagli di materie o di “ore”.

Il primo volume ne ripercorre la genesi storica e raccoglie

un’ampia serie di riflessioni sulla natura e i problemi della

mediazione culturale e didattica messa in atto dalle scuole nel loro

complesso e nei singoli approcci disciplinari.

Nel secondo volume si trattano le complesse problematiche che

nascono nel momento in cui la scuola si apre verso l’esterno e

dialoga con la realtà contemporanea e le sue prospettive di

cambiamento.

Entrambi i volumi intendono offrirsi come opera aperta al

confronto, alla discussione e alla elaborazione condivisa di quanti

hanno a cuore la sorte della scuola pubblica, una “scuola per la

cittadinanza”.

 

Il ciclo di seminari

A partire dal 20 ottobre una serie di incontri sulle diverse

tematiche affrontate nei due volumi per mettere a fuoco le

modalità di fare "educazione alla cittadinanza", anche in dialettica

costruttiva con le "Linee Guida" sul ripristino dell'educazione

civica.

Il programma e le modalità di iscrizione si trovano qui:

http://www.insegnareonline.com/orizzonti/scuola-cittadinanza/

iscrizioni-ciclo-seminari

Cidi Torino

Via Maria Ausiliatrice 45, 10152 Torino

https://www.ciditorino.it/

ciditorino.mail@gmail.com

 

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CRITICA LIBERALE SEGNALA UN LIBRO DI ENZO MARZO

SCARICABILE GRATUITAMENTE:

I diritti dei lettori. Una proposta liberale per l’informazione in catene

La libertà di informazione è, bene o male, garantita da costituzioni e da

leggi. I media, che avvolgono il globo con le loro reti, si dichiarano liberi,

ma sono ovunque in catene. Questo libro di Enzo Marzo, I diritti dei

lettori. Una proposta liberale per l’informazione in catene, con interventi di

Luigi Ferrajoli e Stefano Rodotà (Biblion edizioni), non vuole essere solo

un contributo al dibattito sul degrado avvilente della nostra stampa e

televisione, ma soprattutto una proposta politica che deve coinvolgere

quanti sono convinti che una delle basi fondamentali di un regime

democratico è una comunicazione libera. Il tentativo è di far riconoscere

che la comunicazione non ha due protagonisti, editori e giornalisti, bensì

tre. Esiste anche il lettore, che oggi non possiede alcun diritto, ma è solo

oggetto (pagante) di propaganda, di vere e proprie truffe e vittima di una

assoluta opacità del prodotto che acquista.

Essendo una battaglia, vogliamo fare con l’esempio un piccolo passo

verso la de-mercificazione dei prodotti culturali che, se fossero

riconosciuti quel che sono, ovvero un bene pubblico, dovrebbero avere

una circolazione gratuita. Per questo offriamo a chiunque di scaricare il

testo integrale del libro. Vi chiediamo in cambio soltanto di contribuire

alla diffusione del libro inoltrando a tutti i vostri conoscenti il link da cui

lo si può scaricare e di partecipare al dibattito sulle nostre idee con

commenti, critiche e proposte, cui cercheremo di dare la massima

diffusione.

PER SCARICARE GRATUITAMENTE L'EBOOK clicca qui

Per acquistare l’edizione cartacea:

https://www.biblionedizioni.it/prodotto/i-diritti-dei-lettori/

 

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L’ULTIMO NUMERO DEGLI “ASINI” METTE IN PRIMO PIANO

IVAN ILLICH

È online il numero 81 della rivista: https://gliasinirivista.org/

Il motto di questo numero, “Ogni muro è una porta”, frase di Ralph

Waldo Emerson ripresa da Albert Camus nel discorso in occasione

del conferimento del premio Nobel per la letteratura nel 1957, ci

invita a non inventarci ostacoli fittizi laddove non ci sono e a non

stancarci di agire, nonostante tutto.

Apre la rivista un ampio dossier curato da Giacomo Borella

dedicato a Ivan Illich, in occasione della pubblicazione del primo

volume delle sue Opere complete, con il titolo Celebrare la

consapevolezza a cura di Fabio Milana, presso l’editore Neri Pozza.

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I 150 ANNI DI PORTA PIA SULLA NEWSLETTER DI

MICROMEGA:

Flores d’Arcais: XX Settembre, per noi resta una festa!

Il direttore di MicroMega commenta il 150° anniversario della Breccia:

“Fino ai Patti Lateranensi il XX Settembre era festa nazionale, per

sottolineare il carattere laico del Risorgimento Italiano. Di tutto questo si è

adesso perso il senso ed il ricordo. Che l'impegno e la battaglia per la laicità

nel nostro paese riprenda con vigore!”.

La Breccia della laicità compie 150 anni

di Maria Mantello

Il 20 settembre del 1870 i nostri bersaglieri entravano a Porta Pia e il papa

perdeva il suo il trono. Con Roma restituita all’Italia, il Risorgimento dei

diritti umani e della libertà aveva la meglio sulla teocrazia.

XX settembre: 150 anni e non sentirli. Purtroppo

di Adele Orioli

L’anniversario della breccia di Porta Pia – prima tappa per la costruzione

della laicità dello stato italiano – ben lungi dal rappresentare un polveroso

residuato risorgimentale, merita di tornare a essere una festa solenne.

PER RICEVERE LA NEWSLETTER: http://temi.repubblica.it/micromegaonline/

newsletter/

 

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IL LIBRO

Gianfranco Pasquino, Minima politica. Sei lezioni di

democrazia, Utet. Milano 2020, pp. 175, € 14,00

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

all’Università di Bologna, socio dell’Accademia dei Lincei, è stato

allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori ai quali ha dedicato

l'anno scorso una raccolta di saggi: Bobbio e Sartori. Capire e cambiare

la politica (Egea-Bocconi, disponibile anche in versione Kindle). A

differenza di altri allievi dell'intellettuale torinese, non ritiene che da

Bobbio sia derivabile una teoria tendenzialmente sistematica e mette in

rilievo la molteplicità delle sue ricerche in filosofia del diritto, filosofia

politica e scienza politica. Quest'ultima dimensione è quella Pasquino

ha affrontato nella sua ampia produzione.

Bobbio insegnò negli anni sessanta Scienza politica, che cercò di

riacclimatare in Italia, e scrisse una voce con questo titolo nel

fondamentale Dizionario di Politica che uscì nel 1976 a cura di Bobbio,

Matteucci e Pasquino presso l'Utet (poi in edizioni riviste e aggiornate

nel 2004 e 2016). In questa voce ne delineò l'autonomia metodologica, i

compiti, le questioni aperte. Anche le opere dei classici del pensiero

politico furono da lui analizzate in quanto – come scrisse – “tendono

alla formulazione di tipologie, di generalizzazioni, di teorie generali, di

leggi, relative ai fenomeni politici, fondate sullo studio della storia, cioè

sull’analisi fattuale”. Secondo Pasquino, Bobbio “è riuscito a svolgere

un’efficace opera di chiarificazione, diffusione, educazione concettuale,

politica e civica”. Ma il “dibattito sulla Costituzione e le sue eventuali

modifiche viene tenuto molto in subordine da Bobbio” che temeva in

ogni modifica un peggioramento. Per cui è Sartori che – a partire da

Democrazia e definizioni (1957) –, in dialogo con Bobbio in una

prospettiva rigorosamente liberale, ha portato secondo Pasquino i

maggiori contributi alla scienza politica con la teoria della democrazia,

con l’analisi dei partiti, con la valutazione dei sistemi elettorali, con

l’ingegneria costituzionale comparata. Non a caso nella bibliografia

finale di Minima politica Bobbio ha un solo titolo mentre Sartori ne ha

undici.

Il lettore di questo libro non deve aspettarsi un manualetto di facile

lettura perché i sei capitoli che lo compongono contengono anche

discussioni “tecniche” e rassegne di studi sugli argomenti trattati. Le

“lezioni” sono però introdotte da sommarietti in corsivo che pongono in

modo semplice e diretto il nocciolo delle questioni affrontate: Leggi

elettorali, Rappresentanza politica, Presidenti della Repubblica, Deficit

democratico, Governabilità, Non liberali, non democrazie.

Le leggi elettorali sono distinte in “partigiane” (per es. quella Calderoli

che aveva come unico scopo di evitare o ridurre la possibile vittoria del

centro-sinistra) e“sistemiche” (per es. il Mattarellum che –

contemperando maggioritario e proporzionale – aveva tra gli scopi

quello di rendere possibile un'alternanza). Il problema fondamentale

delle democrazie liberali è quello della rappresentanza per cui gli

elettori dovrebbero poter scegliere i loro rappresentanti, che invece sono

designati con varie tecniche elettorali dai partiti in base a criteri di

fedeltà al partito o addirittura al leader in carica. Dovrebbe essere

possibile la accountability cioè la rendicontazione del parlamentare al

suo elettorato, che lo conosce e lo può controllare, tenendo conto anche

dei programmi e della fisionomia del partito nel quale è stato eletto. La

rappresentanza politica non è e non può essere lo specchio del paese

reale e gli elettori dovrebbero esigere la competenza degli eletti e non

aspirare populisticamente che siano “uno come noi”, né tanto meno

accettare la non reiterabilità dei mandati che impedisce l'accumulazione

di esperienza politica. Un requisito per un buon funzionamento della

democrazia rappresentativa è che “i cittadini siano interessati alla

politica, siano informati sulla politica, diventino partecipanti nei luoghi

della politica, ritengano di essere efficaci nei loro comportamenti

politici”. Non è chi non veda la distanza tra la democrazia ideale e

quella reale.

Comunque è da respingere l'ossessione per la governabilità e l'efficienza

governativa che ha ispirato alcune proposte recenti di riforma

costituzionale. Qualsiasi riforma che portasse a una riduzione della

rappresentatività politica, dei diritti dei cittadini e della separazione dei

poteri sarebbe un passo verso le “democrazie illiberali” – come in

Turchia, Ungheria e Russia – che mancano dei requisiti democratici

essenziali anche se conservano l'esercizio formale del diritto di voto.

Invece – e sono tra le pagine migliori del libro – le istituzioni europee,

oggetto di continui attacchi di sovranisti e populisti, nonostante le loro

deficienze hanno questi requisiti.

Non mi pare irrilevante che Minima politica abbia come sottotitolo Sei

lezioni di democrazia e non sulla democrazia. L'intento non è solo

quello di contribuire in forma storica e sistemica a chiarire i concetti e a

illuminare il lettore sul (mal)funzionamento del sistema politico

italiano, comparato ad altri sistemi, ma di fornire le conoscenze

preliminari perché i cittadini intervengano attivamente, si facciano

soggetti consapevoli della democrazia imperfetta in cui vivono per

correggerla e modificarla. Prendendo a prestito una espressione di

Étienne Balibar, autore di ispirazione marxiana lontano dagli interessi

teorici e politici di Pasquino, si tratta insomma di “democratizzare la

democrazia”.

Cesare Pianciola*

*La recensione riprende l’articolo Tra Bobbio e Sartori. Per l’educazione alla

cittadinanza, pubblicato su “L’Eco della scuola nuova”, organo della Fnism,

LXXV, n.1, genn.-marzo 2020. I numeri della rivista si possono leggere in

pdf: https://www.fnism.it/arretrati/arretrati_ECO_n.html

 

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IL FILM

L’età giovane

Titolo originale: Le Jeune Ahmed

Regia: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne

Principali interpreti: Idir Ben Addi, Olivier Bonnaud, Myriem

Akheddiou, Victoria Bluck, Claire Bodson,Othmane Moumen,

Amine Hamidou, Madeleine Baudot, Marc Zinga

84 min. – Belgio 2019

Premiato l’anno scorso a Cannes con la Palma per la migliore

regia, il film si può vedere in DVD.

Diventare uomo è difficile per il tredicenne Ahmed (Idir Ben Addi),

cresciuto senza padre e senza modelli maschili di riferimento, in

una famiglia di immigrazione marocchina ormai alla trerza

generazione, ben integrata nella realtà sociale della città belga in

cui risiede. […]

Sempre attenti al racconto della realtà, incarnandola nei personaggi

che vivono contraddittoriamente e spesso in solitudine i drammi

dei nostri giorni, i Fratelli Dardenne, questa volta si affidano alla

narrazione di una fatto di strettissima attualità, descrivendo con

asciutta evidenza la deriva molto pericolosa, che potrebbe

diventare una tragedia, di un adolescente indottrinato e fanatizzato

da un fondamentalista religioso.

I due registi, tuttavia, evitano gli accenti mélo di un finale che

potrebbe aprirsi alla speranza e al perdono, lasciando agli

spettatori immaginare i possibili sviluppi della vicenda.

Gli attori, per lo più non professionisti, rendono, con accenti di

verità, del tutto plausibile una storia che diventa a poco a poco un

teso noir, soprattutto nell’ultima parte.

(https://laulilla.wordpress.com/category/recensioni-film/letagiovane/)

 

Riportiamo parte di una intervista di Aurore Engelen ai fratelli

Dardenne che si trova sul sito di Cineuropa.

21/05/2019 - CANNES 2019: Incontro con i fratelli Dardenne per

parlare della loro ottava partecipazione al concorso di Cannes con

L'età giovane, loro undicesimo lungometraggio […].

Cineuropa: Perché vi siete interessati al destino di un ragazzo

radicalizzato?

Jean-Pierre Dardenne: Gli attentati che ci sono stati in Francia e in

Belgio sono stati scatenanti per noi. La vicinanza geografica ci ha

scossi. Ci siamo chiesti come avremmo potuto dire qualcosa

attraverso il nostro cinema su questi fatti terribili

Chi è Ahmed?

Luc Dardenne: Abbiamo scelto di fare di Ahmed un ragazzo molto

giovane, addirittura un bambino, perché ciò ci permetteva di

mostrare come questo giovane cervello e questo corpo malleabile

potessero mettersi al servizio di un ideale di odio, veicolato dal

discorso di un imam. Il bambino crede in questo ideale di purezza.

Ci crede con tutto se stesso e diventa più radicale dei radicali. Vuole

agire ora.

Ma volevamo anche dimostrare che a volte il corpo può sfuggire al

ragionamento. Che la vita può avere la meglio sulla morte. Abbiamo

provato a scrivere con un personaggio più grande, ma ci

annoiavamo molto. Troppi discorsi moralisti, era sinistro. Non

avevamo voglia di passare tanti mesi della nostra vita con lui!

J-P. D.: La nostra speranza era di trovare una piccola storia che

risultasse universale. Ahmed è ossessionato dal ricordo di questo

cugino morto "in combattimento" che l'imam rievoca

opportunamente. Questo culto dei morti è terribile per lui,

terribilmente fatale.

Il rapporto di Ahmed con la lingua è particolare, tra violenza verbale

e impermeabilità a qualsiasi discorso alternativo.

J-P. D.: Abbiamo preso sul serio il fatto di essere un fanatico. Il

fanatico non ascolta il mondo esterno, costruisce un muro tra sé e il

mondo. Il suo unico obiettivo è che gli altri diventino come lui, ad

ogni costo. La storia del film è cercare di fare in modo che questo

ragazzo ritrovi "l’impurità" da cui vuole preservarsi, senza pertanto

cadere nell’ingenuità. Ed è solo attraverso il corpo che a un certo

punto cade sulla terra. Le parole non possono fare più nulla.

Eppure le manifestazioni di benevolenza verso Ahmed si susseguono.

L. D.: Bisognava andare fino in fondo con ogni personaggio che

cerca di farlo uscire dal suo fanatismo. A volte sentiamo che le cose

fremono. Quando scrivevamo, ci siamo resi conto che,

contrariamente a quello che abbiamo fatto nei nostri altri film, non

potevamo creare un personaggio che potesse aiutare Ahmed a

diventare un altro. Doveva cambiare da solo.

Questa impermeabilità contribuisce ancora di più ad alimentare la

tensione drammatica...

J-P. D.: Pensavamo costantemente a questa tensione drammatica,

incrociando le dita affinché lo spettatore ci seguisse! Bisognava

mantenere l'equilibrio tra l'impressione che Ahmed fosse troppo

chiuso per deviare dal suo progetto letale, e la speranza, tuttavia,

che non lo realizzasse. Cambierà o no? Va anche detto che nel

filmare un bambino ci sono cose che sfuggono a noi e cose che

sfuggono a lui. Non è un attore professionista che controlla il suo

corpo e i suoi movimenti. Si concede, e la camera è lì come una

specie di vampiro. Siamo stati attenti a lasciargli questa libertà, che

non fosse tutto controllato, né per lui né per noi.

https://cineuropa.org/it/interview/372135/

 

***

Fanno parte del Coordinamento: AEDE (Association Européenne des Enseignants), AGEDO, CEMEA Piemonte, CGD Piemonte, CIDI Torino, COOGEN Torino, CUB-Scuola, FNISM, Sezione di Torino "Frida Malan", MCE Torino.
Portavoce del Coordinamento e referente per le superiori:
Fulvio Gambotto (339 5435162)
Referente per gli altri ordini di scuola:
Silvia Bodoardo (329 0807074)

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