rassegna stampa

Elio Rindone, APPROFONDIRE LE FONTI. ABOLIRE LALEGGE SUL CELIBATO O ABOLIRE IL SACERDOZIO? Adista Segni Nuovi n 6 del 15/02/2020

Di Elio Rindone | 22.02.2020


I fatti sono noti: una feroce polemica si è scatenata agli inizi del nuovo anno perché il cardinale Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha pubblicato un libro, firmato anche dal papa emerito Benedetto XVI che ha poi chiesto di eliminare il suo nome dalla copertina, per scongiurare con una mossa preventiva l’eventualità che papa Francesco apra alla possibilità di ordinare sacerdoti, in casi del tutto eccezionali, uomini sposati destinati a comunità periferiche non facilmente raggiungibili da un sacerdote regolarmente ordinato.

Che ancora oggi non si possa affrontare serenamente una questione come quella del celibato dei preti, che è stata da tempo risolta in altre chiese cristiane, appare francamente incredibile: non si sa se ridere o piangere. Come è possibile che il tentativo di Bergoglio di apportare qualche piccola innovazione incontri una così forte opposizione in una parte non trascurabile del mondo cattolico? Tanto più che il papa ha più volte dichiarato di non volere affatto introdurre la facoltatività del celibato come regola generale: nel gennaio 2019, per esempio, durante la conferenza stampa nel volo di ritorno da Panama ha ricordato «una frase di san Paolo VI: “Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato”. […] Personalmente penso che il celibato sia un dono per la Chiesa e non sono d’accordo a permettere il celibato opzionale».

I possibili cambiamenti di cui si parla appaiono dunque davvero di scarsissima rilevanza, mentre oggi sarebbero ben altre le questioni da affrontare: bisognerebbe cioè pensare non a rendere facoltativo il celibato o ad ammettere le donne al sacerdozio ma ad abolire lo stesso sacerdozio!

Certo questa affermazione può apparire in contrasto non solo con la tradizione ecclesiastica ma con lo stesso vangelo. Eppure le cose non stanno così: anzi, è proprio per fedeltà al vangelo e alla più antica tradizione che bisognerebbe abolire il sacerdozio. Anche se può sembrare una boutade, questa è una tesi condivisa da fior di studiosi cattolici, i quali sostengono che – ammesso e non concesso che le parole che i vangeli attribuiscono a Gesù siano state effettivamente da lui pronunciate – dai racconti evangelici non risulta affatto l’intenzione di Gesù di istituire un ordine sacerdotale. Mi limiterò perciò a citare due o tre autori i cui scritti risalgono ormai ad alcuni decenni fa.

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Nel 1997 Herbert Haag (1915-2001), noto biblista e già professore dell’Università di Tubinga, faceva osservare – nel volumetto Da Gesù al sacerdozio, edito in Italia nel 2001 dalla Claudiana, da cui sono tratte le citazioni che seguono – che l’invito rivolto agli apostoli [“Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me” (Luca 22,19)] o le parole indirizzate ai discepoli [“A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (Giovanni 20,23)] non sono sufficienti per affermare che Gesù abbia istituito l’ordine sacerdotale, perché si tratterebbe di compiti affidati a tutta la comunità dei credenti.

In effetti, sappiamo che né Gesù né gli apostoli erano sacerdoti ed è assodato che nella chiesa delle origini “la celebrazione dell’eucaristia era di esclusiva competenza della comunità. Coloro i quali presiedevano l’eucaristia, con l’accordo della comunità, non erano ‘ordinati’. Erano semplici membri della comunità. Oggi li definiremmo dei laici, uomini ma anche donne, di regola sposati ma anche non sposati” (Haag, p 23).

A tutto ciò bisogna poi aggiungere che l’impressione che si ricava dai vangeli è che Gesù non avesse una buona opinione dei sacerdoti del suo tempo. Nella parabola del samaritano che soccorre l’uomo lasciato mezzo morto dai briganti, per esempio, egli non perde l’occasione per notare – sarebbe eccessivo parlare di una certa perfidia anticlericale? – che invece “un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre” (Luca 10,31).

E non basta. Più volte gli evangelisti gli attribuiscono previsioni infauste per il Tempio di Gerusalemme, centro del culto di cui i sacerdoti avevano l’esclusiva: “Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta” (Marco 13,2). I rapporti, per usare un eufemismo, già non erano idilliaci, ma ascoltare l’accusa che il Tempio è stato trasformato in un “covo di ladri” (Marco 11,17) supera ogni limite di sopportazione del ceto sacerdotale, e non c’è quindi da stupirsi se in prima fila, tra i nemici di Gesù, ci sono proprio i sacerdoti più influenti, come ricorda Marco nel versetto successivo: “Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire”. E saranno proprio quei sacerdoti, insistono gli evangelisti, a mobilitarsi per bloccare il tentativo dell’autorità romana di salvare Gesù dalla condanna a morte: “i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli [Pilato] rimettesse in libertà per loro Barabba” (Marco 15,11). Stando, dunque, ai vangeli, “oggi è opinio communis che la responsabilità della morte di Gesù sia da attribuire ai sacerdoti del tempio” (Haag, p 70).

E la situazione non migliora dopo la morte di Gesù. Infatti, stando agli Atti degli Apostoli, i successi dei discepoli irritano i capi dei sacerdoti, al punto che questi tentano, decapitandolo, di fermare la diffusione del movimento: “Si levò allora il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducei, pieni di gelosia, e, presi gli apostoli, li gettarono nella prigione pubblica” (5,17-18), e addirittura “volevano metterli a morte” (5,33).

Per tutta una serie di motivi sembra, dunque, poco probabile che il maestro di Nazaret volesse istituire un ordine sacerdotale, e che tale intenzione si sia concretizzata nel corso dell’ultima cena. Infatti, il clero non ha accompagnato tutta la storia del cristianesimo: ha certo una durata plurisecolare ma è sconosciuto alla chiesa dei primi secoli. È questo un fatto che crea qualche problema ai sostenitori della tradizione. In effetti, “se Gesù, come si sostiene, ha istituito il sacerdozio della nuova alleanza, occorre chiedersi come mai non se ne trovi traccia nei primi quattrocento anni di storia della chiesa”. La spiegazione è semplice, prosegue il nostro autore: per quanto riguarda l’istituzione da parte di Gesù “del sacramento dell’ordinazione sacerdotale, la dimostrazione è del tutto impossibile” (Haag, p 23).

Una conferma di ciò si trova nel Catechismo della chiesa cattolica del 1997, che non cita alcun testo biblico a sostegno dell’istituzione da parte di Gesù del sacramento dell’ordine ma fa riferimento alla tradizione: “La tradizione della Chiesa chiama «sacramento» questo ministero, attraverso il quale gli inviati di Cristo compiono e danno per dono di Dio quello che da se stessi non possono né compiere né dare. Il ministero della Chiesa viene conferito mediante uno specifico sacramento” (875).

In effetti, quando le comunità che si rifanno a Gesù cominciano a darsi una struttura, scelgono degli anziani, uomini e donne che hanno raggiunto una certa maturità, come guide nel cammino della fede, e in seguito le comunità che si trovano su uno stesso territorio sceglieranno, tra questi anziani, un επίσκοπος, cioè un "sorvegliante", un "coordinatore". È dal termine greco πρεσβύτερος, che significa appunto ‘più anziano’, che è derivato l’italiano ‘prete’, nel linguaggio corrente divenuto equivalente di ‘sacerdote’. In realtà, il presbitero-prete è un membro della comunità, non è separato da essa e non è il mediatore abilitato a mettere in rapporto i semplici fedeli con una divinità lontana e inaccessibile. In poche parole, la separazione tra sacerdoti e laici non ha fondamento: tutti i credenti costituiscono un unico λαός, il popolo di Dio.

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Ma se dai vangeli non risulta che Gesù immaginasse una figura di sacerdote quale quella che conosciamo, cioè separato dal popolo e titolare di sacre funzioni, come ha avuto origine la tradizionale concezione del prete cattolico, quasi un secondo Cristo? Non c’è dubbio che un ruolo particolare l’ha giocato uno scritto per lungo tempo attribuito a san Paolo ma in realtà composto decenni dopo la sua morte da un autore anonimo, e cioè la Lettera agli Ebrei. Questo è infatti l’unico documento del Nuovo Testamento che attribuisce a Gesù i titoli di ιερευς e αρχιερευς (e cioè sacerdote e sommo sacerdote). E già il fatto che questo sia l’unico testo di tutto il NT che rilegge in questa prospettiva la figura di Gesù non dovrebbe costituire un problema? Ma c’è di più. Il versetto frequentemente citato, anche nei testi pontifici, per definire il ruolo dei sacerdoti cristiani e per giustificare la loro separazione dai semplici fedeli è il seguente: “Ogni sommo sacerdote, infatti, è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” (5,1). Peccato, però, che quel passo non parli affatto dei sacerdoti cristiani! Anzi, osserva Haag, “per due motivi la citazione di questo testo è arbitraria. In primo luogo, si parla qui del sommo sacerdote d’Israele; in secondo luogo, non c’è un altro scritto neotestamentario che si opponga con tanta forza alla concezione di un sacerdozio cristiano come la lettera agli Ebrei” (Haag, p 57).

Infatti, secondo l’anonimo autore della Lettera, Gesù “non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso” (7,27). Da ciò si ricava che “dando se stesso, Gesù ha portato a compimento la sua opera. Ciò significa che in futuro non potranno più esserci alcun sacrificio e alcun sacerdozio” (Haag, p 83). In effetti, la Lettera non parla mai, riguardo alla comunità cristiana, di sacerdoti ma usa un termine profano per indicare le ‘guide’ da seguire nel cammino della fede: “Ricordatevi dei vostri capi (hegoumenoi), i quali vi hanno annunciato la parola di Dio” (13,7).

Se le cose stanno così, è giusto chiedersi con Haag: “l’attuale modello di sacerdozio ha ancora un futuro?”. Il nostro autore risponde citando le parole del teologo tedesco Bernhard Häring (1912-1998), da molti considerato il più grande moralista cattolico del XX secolo che, dopo avere ribadito che “la chiesa dei primi tre secoli non conosceva […] né il termine ‘clero’ né la struttura a esso corrispondente”, si mostra sicuro che il clero sia destinato a scomparire: “non è necessario essere profeti o veggenti per dire che la chiesa adotterà questa possibilità [di affidare agli ‘anziani’ la presidenza delle celebrazioni eucaristiche]. Quel che non si può sapere è invece quanti danni la chiesa arrecherà a se stessa e al proprio mandato prima che le più alte istanze ecclesiastiche dirigenti ne prendano atto” (Haag, pp 60-61).

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Alle stesse conclusioni di Häring e di Haag giunge alcuni anni dopo Xabier Pikaza, già docente presso l’Università della Conferenza episcopale spagnola e la Pontificia Università di Salamanca, nel volume Sistema, libertà, chiesa. Istituzioni del Nuovo Testamento, pubblicato in Italia dalla Borla nel 2002. Commentando per esempio il vangelo di Marco 3,34-35 – “Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, [Gesù] disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre»” – il teologo spagnolo fa notare che attorno a Gesù si è riunito un gruppo di uomini e donne che vogliono fare la volontà di Dio in un clima di fraternità, liberi dal peso opprimente delle autorità tradizionali: “I seguaci di Gesù sono una famiglia allargata e condividono vita, speranza e comunione personale: cento madri/figli, fratelli/sorelle” (Pikaza, p 173). Stranamente Marco non parla di ‘padri’, e ciò è sintomatico per una società in cui, come in genere in quelle antiche, l’autorità patriarcale era indiscussa: la chiesa attuale, quando esalta la paternità spirituale dei suoi sacerdoti, non sembra rinnegare quella gioiosa comunità paritaria?

Basta rileggere, in effetti, la bella parabola del seminatore (Marco 4, 13-20) per accorgersi che Gesù ha affidato il suo messaggio non a degli specialisti ma a tutti coloro che vogliono accoglierlo con animo aperto e disponibile. Dunque niente scribi o sacerdoti “che amministrano la Parola dall’alto, perché [questa] è di tutti. [...] La Parola è principio di comunione universale, e tutti possono comprenderla, accoglierla, condividerla in libertà, senza intermediari sacrali” (Pikaza, pp 161-162).

Una società che mette radicalmente in discussione le gerarchie costituite, che non si comporta “secondo la tradizione degli antichi” (Marco 7,5), declassata a deposito di dottrine opinabili, che segue Gesù anche quando le sue critiche alle autorità religiose diventano sempre più esplicite: si tratta di un progetto rivoluzionario! La rottura con la religiosità ufficiale è assoluta, tanto che Marco («Io distruggerò questo tempio» 14,58) attribuisce a Gesù, giunto alla fine della sua avventura, l’idea che la religione incentrata sul culto del tempio non possa essere riformata ma vada semplicemente eliminata: il “messaggio del Regno implicava il rifiuto dell’autorità sacrale del tempio: la comunità sacrificale, diretta come teocrazia o governo di Dio grazie ai sacerdoti, è arrivata alla sua fine. [...] Per volontà di Dio, affinché la salvezza si apra ai poveri, questo sistema sacrale incentrato sul tempio deve finire [...]: va distrutto” (Pikaza, pp 216-217).

In piena sintonia con Häring e con Haag, Pikaza ritiene quindi che questo sistema ecclesiale di tipo patriarcale, fondato su una gerarchia di maschi celibi “sia ormai inutile: si trova vuoto d’acqua, risulta anti-evangelico; ha assolto una funzione, ma ha dato il massimo ed è diventato un fossile; non alimenta più la fede e la contemplazione dei credenti, né serve per animare la vita delle comunità; sopravvivrà per inerzia, per un tempo non molto lungo, e alla fine crollerà da solo, eccetto che cambi e si rinnovi a partire dal vangelo” (Pikaza, p 470, nota 1).

Per concludere: è evidente che papa Francesco non può né vuole fare nulla di quanto suggerito dagli studiosi cattolici citati, eppure proprio questo bisognerebbe fare per essere fedeli al progetto di Gesù, per il quale Dio è un padre a cui i figli possono rivolgersi direttamente, senza bisogno di sacerdoti-mediatori. Di persone mature, indicate dalla comunità perché capaci di guidare gli altri nell’esperienza di fede c’è nell’ottica del vangelo sicuramente bisogno, di mediatori e amministratori del sacro sarebbe decisamente meglio fare a meno.

Un commento

Francesco Tescione:

Ottima, approfondita e chiara spiegazione. Non dovrebbero essere proprio i catechisti o i "docenti" (catechisti) di irc a far riflettere sulle fonti? O è bandito il pensiero critico su questi temi? Francesco Tescione, Prof di LettereBE