Rassegna stampa

12. 2018, Elio Rindone, IL VATICANO E LA PENA DI MORTE, Libero Pensiero n°86

Di Elio Rindone | 09.04.2019


Avete mai provato ad arrampicarvi su uno specchio? Nessuna persona di buon senso ci proverebbe, direte voi. E invece vi sbagliate: le gerarchie vaticane ci provano da secoli, e con un certo successo. L’ultimo caso è quello relativo alla recente presa di posizione del magistero sulla pena di morte.

I fatti: il primo agosto 2018 il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede comunica che il Sommo Pontefice Francesco ha approvato una nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica, che si occupa dell’ammissibilità della pena di morte, disponendo che venga tradotta nelle diverse lingue e inserita in tutte le edizioni del suddetto Catechismo.

E le differenze tra la vecchia e la nuova versione non sono irrilevanti. La frase “L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude… il ricorso alla pena di morte” è sostituita dalla seguente “Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità… fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti”. Facile notare che non si dice più da chi il ricorso alla pena di morte fu ritenuto una risposta adeguata, mentre la versione precedente riconosceva senza remore che era l’insegnamento tradizionale della Chiesa a non escludere tale ricorso.

Il vecchio testo, poi, dalla constatazione che oggi lo Stato dispone di mezzi “per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l'ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi”, traeva la conclusione che “i casi di assoluta necessità di soppressione del reo «sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti»”. Ora, invece, all’argomento della presenza di più efficaci sistemi di detenzione se ne aggiungono altri due – l’odierna “sempre più viva consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi” e la “nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato” – e sulla base di essi “la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona», e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo”. Quindi la pena di morte va esclusa non per una questione di fatto (i casi in cui sarebbe ammissibile sono oggi ‘molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti’) ma per una questione di principio (essa attenta alla ‘dignità della persona’, e perciò non sono possibili eccezioni), principio che sembra fondato, più che su citazioni evangeliche, sulla ‘sempre più viva consapevolezza’ della ‘dignità della persona’ raggiunta dalla cultura contemporanea.

***

È evidente che tutti coloro che ritengono, come chi scrive, che la pena di morte non sia mai, in nessun caso e per nessuna ragione ammissibile non possono che rallegrarsi per la decisione di papa Francesco e augurarsi che abbia successo la sua campagna contro una pratica purtroppo ancora in vigore in molti Paesi, anche di tradizione cristiana come gli Stati Uniti. Ma al contempo non possono evitare di porsi alcune domande: come mai nello Stato pontificio, sino alla sua caduta nel 1870, la pena di morte è stata abbondantemente praticata e nella Città del Vaticano è stata legale dal 1929 al 1969 e definitivamente abolita solo nel 2001? E ancora: la nuova versione del Catechismo è coerente con la dottrina tradizionale o ne costituisce la negazione?

Si tratta di questioni che il magistero non può ignorare, e infatti papa Francesco, nel Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione (11/10/2017), ha ammesso: “Purtroppo, anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana”.

Poiché lo Stato pontificio era una monarchia assoluta, Francesco sta, quindi, dicendo che i papi, che per secoli hanno autorizzato la pena di morte, hanno tutti – anche quelli canonizzati – condiviso, e diffuso tra i sudditi, una ‘mentalità più legalistica che cristiana’. Mo’ me lo segno, direbbe un mio amico romano! Si tratta, in effetti, di un’ammissione non da poco (come escludere che possa capitare ancora?), oltre la quale il papa però non può andare: ci si può scusare per una prolungata défaillance nella prassi ma non si può certo dire che si sta cambiando la dottrina.

E infatti, nel Discorso citato, dopo avere affermato “con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in sé stessa contraria al Vangelo”, Francesco sostiene che “Qui non siamo in presenza di contraddizione alcuna con l’insegnamento del passato, perché la difesa della dignità della vita umana dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale ha sempre trovato nell’insegnamento della Chiesa la sua voce coerente e autorevole. Lo sviluppo armonico della dottrina, tuttavia, richiede di tralasciare prese di posizione in difesa di argomenti che appaiono ormai decisamente contrari alla nuova comprensione della verità cristiana”.

Difficile evitare la sensazione che il magistero esiga dai fedeli una straordinaria elasticità mentale che consenta loro di vedere, in quelle che sembrano ai comuni mortali tesi contraddittorie, nient’altro che lo ‘sviluppo armonico della dottrina’. A questo punto, come resistere alla tentazione di ripercorrere, partendo dalla Bibbia, le principali tappe della dottrina sulla pena di morte, in modo da verificare se ci sia davvero l’asserita armonia e se l’elasticità mentale richiesta non superi i limiti consentiti dalla logica aristotelica?

***

Anzitutto va ricordato che il Nuovo Testamento non affronta la questione giuridica della pena di morte, mentre nell’Antico Testamento la legislazione mosaica la prevede espressamente: “Colui che colpisce un uomo causandone la morte, sarà messo a morte” (Esodo 21,12); e l’ammette non solo per l’omicidio ma anche in numerosi altri casi, come l’adulterio, la sodomia e la violazione del riposo sabatico.

Ispirandosi alla Bibbia, infatti, il magistero ha ripetutamente insegnato la liceità della pena di morte. Innocenzo III (1198-1216), per esempio, condannando la tesi contraria dei Valdesi, affermava che “non commette peccato mortale il potere secolare nel condannare alla pena capitale, purché nell’infliggere la punizione esso proceda non per preconcetta avversione ma per obiettiva valutazione, e in maniera non imprudente ma meditata” (Denzinger 795).

Anche il Catechismo del Concilio di Trento (n. 328), pubblicato da Pio V (1566-1572), asseriva che i magistrati “hanno facoltà di condannare a morte. Tale facoltà, esercitata secondo le norme legali, serve a reprimere i facinorosi e a difendere gli innocenti. Applicandola, i magistrati non solamente non sono rei di omicidio, ma, al contrario, obbediscono in una maniera superiore alla Legge divina”.

E il Catechismo maggiore (n. 413) di Pio X (1903-1914) ribadiva: “È lecito uccidere il prossimo quando si combatte in una guerra giusta; quando si esegue per ordine dell'autorità suprema la condanna di morte in pena di qualche delitto; e finalmente quando trattasi di necessaria e legittima difesa della vita contro un ingiusto aggressore”. Ancora Pio XII (1939-1958) dichiarava: «Anche quando si tratta dell’esecuzione di un condannato a morte, lo Stato non dispone del diritto dell’individuo alla vita. In questo caso è riservato al potere pubblico privare il condannato del bene della vita, in espiazione della sua colpa, dopo che col suo crimine egli si è spossessato del suo diritto alla vita» (Radiomessaggio 14/9/1952).

Ci troviamo, dunque, di fronte a un insegnamento costante nei secoli, e da considerare, perciò, irriformabile, anche se si tratta di magistero ordinario. La Costituzione Dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II stabilisce infatti che i fedeli devono prestare un religioso assenso “al magistero autentico del romano Pontefice, anche quando non parla «ex cathedra». Ciò implica che il suo supremo magistero sia accettato con riverenza, e che con sincerità si aderisca alle sue affermazioni in conformità al pensiero e in conformità alla volontà di lui manifestatasi, che si possono dedurre in particolare dal carattere dei documenti, o dall'insistenza nel proporre una certa dottrina, o dalla maniera di esprimersi” (n. 25).

E, del resto, costante è stato anche l’insegnamento dei grandi teologi, da Agostino – «Coloro che su ordine di Dio hanno fatto la guerra o coloro che hanno punito dei criminali nell’esercizio del potere pubblico, conformemente alle leggi divine, e cioè conformemente alla decisione della più giusta delle ragioni, costoro non hanno per niente violato il [comandamento] Tu non ucciderai» (De civitate Dei I, 21) – a Tommaso d’Aquino, per il quale come è lecito, anzi doveroso, recidere un membro malato e contagioso per salvare tutto il corpo, così “se una persona è divenuta per i suoi peccati un pericolo per la comunità o è causa di corruzione degli altri, è giusto che sia eliminata per garantire la salvezza della comunità” (Somma Teologica, II-II, 64, 2).

***

Sulla base di questa rapida verifica, non avrebbe torto il solito amico romano a gridare: A France’, te stai ad arrampica’ sugli specchi! Ed è evidente che per negare la rottura col passato, i fedeli dovrebbero non possedere una grande elasticità mentale ma proprio rinunciare al principio di non contraddizione: la verità, infatti, è che mentre prima erano in sintonia col magistero i difensori della pena di morte, ora lo sono i suoi oppositori.

Come mai, allora, il papa sostiene che non ci sono dissonanze nello sviluppo della dottrina? A me pare che la risposta sia facile: sta seguendo la solita, vecchia prassi. Sono numerosi, infatti, i documenti in cui nel corso dei secoli il magistero ha affermato ciò che prima aveva negato, ma tutti iniziano regolarmente con la dichiarazione: ‘Come sempre ha detto Santa Madre Chiesa’. I cambiamenti, in realtà, ci sono sempre stati, e forse l’unica novità è che con l’avvento della modernità questi si impongono con maggiore frequenza, e quindi sono più facilmente percepibili.

Se la situazione è questa, papa Francesco, a mio parere, ha il merito di aver compreso che la scelta più saggia, e in fondo più conveniente, è quella non di mantenere il più a lungo possibile posizioni ormai superate ma di aprire senza perdere tempo qualche breccia in una fortezza che appare sempre meno difendibile. Ma, per non essere accusato di eresia dai custodi dell’ortodossia, non può farlo se non ricorrendo al vecchio escamotage dello sviluppo nella continuità.

Circondato da un potere ecclesiastico preoccupatissimo per le sue fughe in avanti, e che fa di tutto per contrastare i tentativi papali di liberarsi degli aspetti più imbarazzanti del passato – come dimostra l’opposizione incontrata dall’Esortazione apostolica Amoris laetitia, pubblicata al termine del sinodo sulla famiglia e che conteneva qualche apertura sul tema della comunione ai divorziati risposati, e perciò criticata da ben quattro influenti cardinali – il papa non può che giocare d’astuzia.

Solo così credo che si possano spiegare i ripetuti colloqui col fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, in cui Francesco prende le distanze da tesi oggi insostenibili sia agli occhi degli specialisti dell’esegesi biblica che della massa dei fedeli, come per esempio quella sull’esistenza dell’inferno, affidando poi a un comunicato della sala stampa della Santa Sede il compito di fornire la prevedibile smentita, che però lascia sempre qualche dubbio su come stiano veramente le cose.

Dire e non dire, ricordare alcuni punti di una tradizione plurisecolare e tralasciarne altri, avanzare a piccoli passi, in modo da dare l’impressione che il nuovo non sia del tutto nuovo ma già contenuto, almeno implicitamente, nel vecchio e ora stia emergendo grazie a una ‘nuova comprensione della verità cristiana’: è questa la via seguita anche per quanto riguarda la pena di morte. La revisione del Catechismo del 2018 è stata perciò preparata negli anni precedenti da alcune dichiarazioni che in qualche modo la anticipavano, evitando così l’impressione di un brusco cambiamento. Infatti già in un Discorso alla delegazione dell’Associazione Internazionale di diritto penale, del 23/10/2014, il papa asseriva, manipolando un po’ i testi, che “San Giovanni Paolo II ha condannato la pena di morte (cfr Lett. enc. Evangelium vitae, 56), come fa anche il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2267)”. E in una Lettera al Presidente della Commissione Internazionale contro la pena di morte, del 20/3/2015, assicurava che “Il Magistero della Chiesa, a partire dalla Sacra Scrittura e dall’esperienza millenaria del Popolo di Dio, difende la vita dal concepimento alla morte naturale, […] la pena di morte implica la negazione dell’amore per i nemici, predicato nel Vangelo”. Ma davvero!?!

Probabilmente questa di Francesco è l’unica strategia oggi praticabile, se si vuol cambiare qualcosa: continuare ad arrampicarsi sugli specchi, sostenendo non solo che la nuova versione del Catechismo non modifichi ma semplicemente chiarisca quella precedente ma pure che il rifiuto della pena di morte discenda direttamente dai valori della difesa della vita e dell’amore dei nemici, proclamati dalla Sacra Scrittura e da sempre incarnati nell’esperienza del popolo cristiano, mentre in realtà quel rifiuto è una conquista della modernità.

***

Infatti, se oggi si è giunti a quella ‘nuova comprensione della verità cristiana’ che, a causa della ‘più viva consapevolezza’ della dignità della persona umana, ha provocato il rifiuto della pena di morte, non è per una più attenta rilettura del messaggio biblico ma grazie a una cultura, quella illuministica, che nel Settecento ha cominciato a contestare la tradizione cristiana. Il merito, in particolare, è di Cesare Beccaria, che ha elaborato la propria visione del diritto penale ispirandosi al pensiero di autori come Locke e Condillac, Rousseau e Hume, Voltaire e Diderot. E le tesi che sosterrà nel suo libro, Dei delitti e delle pene, pubblicato all’inizio in forma anonima nel 1764, sono frutto del confronto con gli amici illuministi che si riunivano a Milano, come racconta Pietro Verri: “Il libro è del marchese Beccaria. L'argomento gliel’ho dato io, e la maggior parte dei pensieri è il risultato delle conversazioni che giornalmente si tenevano fra Beccaria, Alessandro [Verri], Lambertenghi e me”.

In effetti, è sulla base di una teoria contrattualistica e utilitaristica del diritto che Beccaria critica la prassi penale tradizionale: definisce infatti il delitto come una violazione del contratto su cui si fonda la società, e non come un’offesa alla legge divina, e si propone di dimostrare l'inutilità della tortura e della pena di morte ancor più che la loro ingiustizia, perché convinto che i legislatori si preoccupino più di efficacia pratica delle leggi che di principi filosofici o religiosi.

Egli sostiene, perciò, che il “fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile”, perché nell’autorità che punisce non può “albergare questa inutile crudeltà”, ma quello “d'impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali”; da qui la conclusione: «Quelle pene dunque e quel metodo d'infliggerle deve esser prescelto che, serbata la proporzione, farà una impressione più efficace e più durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo» (Dei delitti e delle pene, XII).

Soffermandosi, quindi, sulla pena di morte, Beccaria osserva tuttavia che, oltre che crudele e poco efficace come deterrente, essa va abolita anche per una ragione di principio, in quanto è in contrasto con la condanna dell’omicidio, perché i crimini commessi non fanno perdere al reo la sua dignità di persona umana: «Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio» (Dei delitti e delle pene, XXVIII).

L'opera, come è noto, ebbe subito un enorme successo tra gli intellettuali e anche tra i sovrani – dalla zarina Caterina II di Russia al granduca di Toscana Pietro Leopoldo, che nel 1786 abolì per la prima volta in Europa la pena di morte, reintrodotta però qualche anno dopo – ma non nel mondo ecclesiastico, che necessitava di altri due secoli per arrivare alla ‘nuova comprensione della verità cristiana’. Infatti, il monaco vallombrosano Ferdinando Facchinei già nel 1765 pubblicò un opuscolo, Note ed osservazioni sul libro intitolato Dei delitti e delle pene, in cui difende il tradizionale sistema delle pene e delle procedure inquisitorie, e sostiene l’empietà delle posizioni di Beccaria, il quale contesta l’autorità della Sacra Scrittura che esplicitamente approva la pena capitale; e l’anno seguente il libro di Beccaria, che pure si dichiarava ‘buon cattolico e buon suddito’, venne incluso nell'Indice dei libri proibiti a causa della distinzione tra reato e peccato.

Si capisce che il papa, per ovvi motivi, non possa ricordare tutto ciò, ma la motivazione che porta per giustificare i suoi tentativi di rinnovamento – l’odierna ‘più viva consapevolezza’ di certi valori costituisce uno stimolo per una ‘nuova comprensione della verità cristiana’ – a mio modo di vedere va apprezzata perché può spianare la via a nuove aperture. Questa impostazione riconosce infatti che, anche se in realtà frutto di correnti di pensiero estranee alla tradizione cristiana, i progressi che la società compie, nel suo lungo cammino, per comprendere cosa è compatibile con la dignità della persona umana vanno accolti e valorizzati come coerente sviluppo del messaggio evangelico.

Del resto, non scriveva già Tommaso d’Aquino che “omne verum, a quocumque dicatur, est a spiritu sancto” (Somma Teologica I-II, 109, 1, ad 1): e allora, se ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo, perché rifiutare quelle provenienti dalla cultura illuminista o marxista o esistenzialista? Non resta, perciò, che augurarsi che questo criterio venga applicato non solo riguardo alla pena di morte ma anche a tanti altri campi, nella fiduciosa certezza che, con qualche sforzo e sempre con un certo ritardo, anche i pastori della chiesa, lasciandosi illuminare anche loro dallo Spirito Santo, possono riuscire a comprendere meglio il vangelo!

In effetti, sono numerosi gli stimoli che la società contemporanea potrebbe offrire e che sarebbe opportuno non fossero ignorati dal magistero. Nel campo della sessualità, per esempio, oggi è comune, anche tra i credenti, un certo modo di sentire a proposito di rapporti prematrimoniali, coppie di fatto, controllo delle nascite, omosessualità… Sarebbe certamente un bel giorno quello in cui il magistero, pur riaffermando sempre la coerenza dei suoi insegnamenti plurisecolari, accettasse le nuove idee in materia come frutto della ‘nuova comprensione della verità cristiana’!

 

 

Nessun commento