rassegna stampa

Settembre 2018, Elio Rindone, ITALIA EUROPA MIGRANTI – Lettera aperta al ministro Salvini, Libero Pensiero n°85 settembre 2018 (*)

Di Elio Rindone | 01.10.2018


Signor Ministro

Lei sa bene che le Sue parole e le decisioni del Suo ministero Le hanno attirato una serie di accuse molto pesanti: xenofobia, razzismo e perfino disumanità. E anche in me, cittadino che tenta di farsi un’idea di ciò che accade sulla scena politica italiana, i suoi discorsi suscitano, almeno a prima vista, un’impressione del genere; credo, però, che prima di esprimere giudizi definitivi sia necessario cercare di comprendere le motivazioni che stanno dietro alle Sue parole, perché mi sembra poco sensato supporre che tutto il torto stia da una parte, la Sua, e tutta la ragione dall’altra, quella dei Suoi critici.

La prima condizione per confrontarsi con chi la pensa diversamente da noi – è bene non dimenticarlo mai – è quella di considerare l’interlocutore una persona intelligente e in buona fede: sarà così possibile portare alla luce quanto di valido c’è nelle sue posizioni, e quindi interpretare al meglio quelle affermazioni che non sembrano condivisibili ed eventualmente offrire elementi per modificarle. Se Giovanni Falcone, a proposito dei suoi interrogatori degli imputati di mafia, diceva di avere imparato a riconoscere l’umanità anche nella persona apparentemente peggiore, un simile atteggiamento non dovrebbe a maggior ragione essere riservato a un ministro della Repubblica?

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Mi sembra giusto, perciò, riconoscere subito la validità delle Sue critiche alla posizione dell’Unione Europea rispetto al fenomeno migratorio. La questione è oggi regolata da un documento, il Dublino III, firmato per l’Italia nel 2013 dal presidente del consiglio Enrico Letta (agli interni Angelino Alfano e agli esteri Emma Bonino) che, ispirandosi alla Convezione di Dublino del 1990, ribadisce il principio di permanenza dei migranti nel paese di primo approdo, con l’ovvia conseguenza che il peso dell’accoglienza ricade sostanzialmente su quei Paesi, come l’Italia, che per ragioni geografiche sono più vicini alle coste africane, da cui oggi si imbarca la maggior parte dei richiedenti asilo. Come negare che aver firmato i regolamenti di Dublino, magari per ottenere una certa comprensione nella gestione del nostro debito pubblico, sia una grave responsabilità dei precedenti governi italiani?

Ritengo condivisibile, quindi, la richiesta avanzata al Consiglio Europeo del 28 e 29 giugno 2018 dal governo italiano: occorre superare il sistema esistente, che assegna la responsabilità di farsi carico di ogni richiedente asilo al primo Paese di arrivo, affermando invece il principio che chi sbarca in uno dei Paesi dell’Unione sbarca in Europa. L’obbligo di salvataggio in mare e di accoglienza in un porto sicuro non può avere come effetto che tutti i migranti arrivati in un Paese rimangano in esso e che la responsabilità di gestire le richieste di asilo sia affidata esclusivamente al Paese di primo approdo.

Delle richieste italiane, il Consiglio Europeo ha accettato a fatica il principio della responsabilità comunitaria sull’accoglienza dei migranti: chi arriva in Italia arriva in Europa. Ma non è stato fissato alcun impegno vincolante di condividere l’onere della gestione delle richieste di asilo, di stabilire la quantità di migranti che ciascuno Stato deve accogliere e di adottare adeguate contromisure nei confronti di chi si sottrae ai propri obblighi. Sulle modalità concrete di attuare il principio della responsabilità comunitaria, quindi, sono previsti solo accordi su base volontaria tra i singoli Stati.

Dublino III resta, perciò, in vigore e il Consiglio Europeo ha solo deciso di rinviare la questione delle possibili modifiche alla prossima riunione di ottobre, con la speranza che esse possano essere approvate con una votazione a maggioranza qualificata, ipotesi per la verità poco probabile se si leggono le recenti dichiarazioni di alcuni governi europei e se si tiene conto della chiusura, a fine agosto, dei ministri degli esteri e della difesa dell’Unione Europea di fronte alla proposta italiana di una rotazione dei porti di sbarco dei migranti, modificando così le regole delle missioni operanti nel Mediterraneo, oggi a guida italiana su richiesta del governo Renzi.

Gli accordi su base volontaria della redistribuzione, tuttavia, cominciano a dare qualche risultato, ma mi sembra innegabile che, se qualcosa è cambiato, ciò si deve alle dure prese di posizione del governo italiano, mentre l’atteggiamento complessivo della UE non si può certo dire che si ispiri a valori di solidarietà, di equità e di umanità. Ed è un pessimo segnale il fatto che i cittadini di diversi Paesi europei non alzino la voce contro le chiusure dei loro governi.

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Un’altra espressione che Le ha attirato pesanti accuse è l’affermazione che bisogna occuparsi prima di tutto degli italiani. Anche per questo motivo, sempre legato all’immigrazione, milioni di elettori hanno invece votato il Suo partito, e cioè per la promessa di difendere i tanti lavoratori italiani che si sentono minacciati dalla concorrenza degli stranieri. Anche in questo caso, riconosco che le preoccupazioni di carattere economico di chi già sopporta le conseguenze di una lunga crisi – nel nostro Paese nel 2017 si registrano un costante impoverimento del ceto medio e un aumento della disoccupazione, mentre le persone che vivono in povertà assoluta sono cinque milioni, e nove milioni quelle che vivono in povertà relativa; inoltre sono ben 320 mila i giovani italiani che svolgono un lavoro poco qualificato rispetto al loro titolo di studio e 130 mila i laureati pronti a cercare un lavoro all’estero, con grave danno della comunità nazionale, che ha investito notevoli somme per la loro formazione – non sono senza fondamento, perché basandomi non su indagini scientifiche ma sulla mia esperienza diretta, posso dire che in effetti il problema è reale.

Nel quartiere romano in cui abito, infatti, è successo in pochi anni che il fruttivendolo italiano si è trovato a fare i conti con quello egiziano, la lavanderia con una gestita da indiani, mentre le colf sono in genere filippine; anch’io ho sostituito il mio barbiere italiano con uno del Bangladesh e il mio idraulico con un rumeno. Il motivo è sempre lo stesso: costano meno degli italiani. E sappiamo cosa succede nelle campagne pugliesi, dove migliaia di stranieri sono impiegati in nero, e per pochi euro al giorno, nella raccolta dei pomodori. Come stupirsi dell’indignazione di tanti lavoratori nei confronti di un ceto politico che per anni non ha saputo o voluto farsi attento al loro malessere? E non si può dire che gli intellettuali italiani abbiano in genere dato voce alle sofferenze di chi non riesce ad arrivare alla fine del mese o al disagio di chi abita nei pressi di ghetti invivibili.

Bisogna, del resto, avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: chi giustamente ricorda che siamo tutti essere umani, si prende cura delle condizioni economiche o sanitarie del vicino di casa con la stessa partecipazione emotiva e lo stesso impegno concreto con cui si preoccupa per le proprie? Credo che ben pochi potrebbero rispondere affermativamente, e quindi non trovo strano che una comunità politica voglia affrontare in via prioritaria i problemi che rendono difficile la vita dei propri membri. Del resto, anche se non si sentono ripetere slogan del tipo ‘Prima i danesi’ o ‘Prima gli svedesi’, tutti i governi del mondo seguono di fatto tale criterio: per limitarci all’euro-zona, la Germania non fa altrettanto quando porta il surplus delle partite correnti verso l’estero alla cifra mostruosa di 300 miliardi l’anno, infischiandosene dei limiti posti dai trattati europei e danneggiando enormemente le economie dei Paesi dell’Europa mediterranea?

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Ciò detto, mi chiedo e Le chiedo, signor Ministro: si può davvero pensare che le odierne migrazioni si possano affrontare come un fenomeno emergenziale, e non strutturale, e quindi di lunga durata, di cui occorre anzitutto comprendere le cause? Se centinaia di migliaia o, nel prossimo futuro, milioni di uomini e donne sono disposti a lasciare i loro affetti, le loro case e i loro Paesi, è assolutamente evidente che non lo fanno per capriccio ma perché si trovano in una situazione così disperata da essere pronti a mettere a repentaglio la vita stessa nel viaggio verso l’Europa.

E i motivi per cui quei Paesi – soprattutto africani, un continente ricchissimo di materie prime – sono oggi così poveri da essere pressoché invivibili per i loro abitanti sono noti: per secoli milioni di africani, soprattutto giovani, sono stati deportati come schiavi nelle Americhe dai negrieri europei; poi le grandi potenze si sono impadronite dei loro territori creando vasti imperi coloniali; oggi sono le multinazionali che continuano ad accaparrarsi le ricchezze di quei Paesi, magari mantenendo in piedi governi corrotti che le svendono al miglior offerente. Per non parlare delle responsabilità delle Potenze occidentali nelle guerre regionali provocate per esportare la democrazia, nel florido mercato delle armi e nei cambiamenti climatici che hanno effetti particolarmente disastrosi nelle zone più calde, e spesso più tecnologicamente arretrate, del pianeta.

Se i Paesi ricchi volessero davvero porre fine al fenomeno migratorio, o almeno contenerlo, dovrebbero smetterla di sfruttare i Paesi poveri e dedicarsi alla sempre più urgente conversione ecologica delle proprie economie. Ma non pare proprio che le grandi potenze mondiali siano disposte a mutare il carattere predatorio delle loro politiche che, stando all’ultimo bollettino di Save the Children, sono tra le cause ogni giorno, e nel silenzio di tanti intellettuali europei e dei grandi mezzi d’informazione, della morte per fame di 8mila bambini (e cioè quasi 3milioni all’anno). A noi occidentali, che costituiamo il 20% della popolazione mondiale ma consumiamo l’80% delle risorse globali, risulta più comodo indignarci per chi muore per annegamento che per chi muore per fame, perché allora non basterebbe condannare la chiusura dei porti ma dovremmo cominciare a ridurre il nostro tenore di vita.

Una corretta informazione dovrebbe perciò aiutare l’opinione pubblica a prendere coscienza non solo delle pesanti responsabilità passate e presenti dell’Europa ma anche del fatto che il problema non si può risolvere sigillando i propri confini, versando miliardi di euro alla Turchia perché impedisca ai migranti di mettere piede in Europa o riportando chi riesce ad attraversare il Mediterraneo nei campi di detenzione, e non di rado di tortura, della Libia. Se non si rimuovono le cause, è illusorio credere che se ne possano arrestare gli effetti: non resterà mai a casa chi muore di fame o fugge dalla guerra.

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Se il fenomeno migratorio è inarrestabile per i suddetti motivi, non è più ragionevole, signor Ministro, regolamentarlo? È il contrario di quanto è avvenuto negli ultimi anni: gli arrivi irregolari in Italia sono aumentati da quando i canali di ingresso legali (visti per lavoro, studio, ricongiungimenti) sono stati drasticamente e irresponsabilmente ridotti. Da anni, infatti, i decreti flussi sono limitati ai lavoratori stagionali o a chi è già in Italia per motivi di studio, mentre solo per rispondere alle richieste di colf e badanti, dicono gli esperti del settore, occorrerebbe oggi un decreto flussi per almeno 50mila persone. È ovvio che se le quote legali sono basse o inesistenti, non resta che rischiare la vita e sbarcare in Italia come richiedenti asilo. Ma si può proseguire con scelte così insensate? Il modo migliore di combattere gli scafisti, che si arricchiscono sulla pelle di esseri umani sfiniti dalla sofferenza, non sarebbe l’apertura di canali di ingresso legali per i migranti economici e il potenziamento dei corridoi umanitari per le persone che hanno bisogno di protezione internazionale, in modo da garantire condizioni sicure di viaggio ed evitare le stragi che si ripetono nel Mediterraneo (negli ultimi quindici anni, prima della nascita dell’attuale governo, sono annegati quasi in 35.000, tra uomini, donne e bambini)?

A tale soluzione si potrebbe obiettare che in tal modo il numero dei migranti da accogliere aumenterebbe, mentre in Italia ce ne sono già troppi. Ma è davvero sicuro, signor Ministro, che siano troppi e che la loro presenza sia un danno? Il presidente dell’INPS, Tito Boeri, ha affermato, dati alla mano, che senza il contributo dei lavoratori stranieri il sistema pensionistico italiano non reggerebbe. La Sua battuta su Boeri – ‘vive su Marte? – non mi sembra una risposta convincente. Se Lei dispone di cifre diverse, le fornisca e dimostri che sono quelle giuste: altrimenti l’opinione pubblica farà bene a prestar fede a Boeri.

Ecco, il problema della corretta informazione della pubblica opinione mi pare decisivo. La convinzione comune è che l’Italia sia il Paese che ospita il maggior numero di migranti, e Lei spesso usa il termine ‘invasione’. I numeri, in realtà, dicono ben altro: la percentuale di stranieri residenti in Austria è del 14,3%, in Belgio dell’11,7%, in Germania del 10,5%, in Spagna del 9,5% e nel Regno Unito dell’8,6% (in Francia del 6,6%, perché lì è in vigore lo ius soli, e quindi i figli degli immigrati hanno la cittadinanza francese). La percentuale italiana è solo dell’8,3%, e per di più nei primi mesi del 2018 gli sbarchi sono notevolmente diminuiti in confronto allo stesso periodo del 2017, tanto che nell’anno in corso sono stati più numerosi i migranti arrivati in Spagna, poco più di 18.000, che quelli sbarcati in Italia, 17.800.

Se la presenza degli stranieri è percepita da tanti italiani come un pericolo, o almeno un fastidio e un costo insostenibile, ciò è dovuto alla mancata opera di integrazione, che porta gli immigrati, che appena possono fuggono dai centri di accoglienza, a vendere calzini ai semafori o a dedicarsi allo spaccio di stupefacenti. Mentre in Germania, che nel 2015 ha accolto oltre un milione di profughi, soprattutto siriani, si organizzano lezioni di tedesco e corsi di formazione professionale che consentono un graduale inserimento nel mondo del lavoro, in Italia i migranti che chiedono la protezione internazionale restano fermi per mesi, con giornate vuote e senza ricevere alcuna formazione, nei Centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA), gestiti dal ministero dell’Interno attraverso le prefetture, incaricate di appaltare i servizi a cooperative che magari intascano milioni di euro senza fornire le prestazioni dovute.

Pare, invece, che stia funzionando il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), una rete che fa capo a enti locali e organizzazioni impegnate nella realizzazione di un’accoglienza integrata e diffusa, che ha accesso al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo. Si tratta di piccole strutture inserite nel tessuto urbano che prevedono, attraverso la presentazione di un progetto e il monitoraggio di spese e procedure, percorsi personali di inclusione sociale e una responsabilizzazione delle amministrazioni locali.

Per potenziare tale esperienza occorrerebbe, ovviamente, aumentare le somme destinate all’accoglienza, utilizzando al meglio i cospicui contributi destinati all’Italia dall’Unione Europea, che pare possano essere a breve addirittura triplicati. Esattamente il contrario di quanto Lei, signor Ministro, ha fatto, spostando 42 milioni di euro dall’accoglienza ai rimpatri. Si tratta di scelte che apparentemente rispondono agli interessi dei cittadini ma che in realtà sono controproducenti, se è vero che proprio i centri di accoglienza ben gestiti potrebbero creare migliaia di posti di lavoro: insegnanti, formatori, psicologi, medici, personale dedicato all’identificazione.

E Lei sa anche, signor Ministro, che in Italia ci sono centinaia di piccoli borghi abbandonati dalla maggior parte dei loro abitanti, le cui case rischiano di andare in rovina: perché non utilizzarle per ospitare i migranti, che potrebbero riattivarne l’economia ed evitare che le nostre colline e le nostre campagne restino prive di ogni cura? E sa pure che non si tratta di progetti irrealizzabili, perché già messi in atto a Riace a opera del sindaco Domenico Lucano, ignorato dai politici di ogni colore e da Lei trattato con parole sprezzanti mentre è ammirato a livello internazionale perché ha realizzato un modello di ospitalità che oggi è studiato in tutta Europa.

Questo paesino della Locride, svuotato dall'emigrazione, è stato ripopolato da immigrati provenienti da zone di guerra e povertà, che vivono nelle case abbandonate dai proprietari e lavorano nelle botteghe lasciate da chi se ne è andato dal paese, recuperando le attività tradizionali e collaborando con i vecchi abitanti. Così, Riace è rifiorito proprio grazie all'arrivo dei profughi sbarcati sulle coste calabresi, e sempre grazie a loro è rinata la sua economia: non solo i riacesi hanno smesso di andar via ma la popolazione è in continua crescita e sono in attivo bar, panetterie, botteghe di vario genere, e persino la scuola elementare ha evitato di chiudere i battenti.

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In conclusione, signor Ministro, se appaiono condivisibili il Suo impegno per un maggiore coinvolgimento dell’Unione Europea nella gestione del fenomeno migratorio e la Sua preoccupazione per i disagi dei cittadini che vedono peggiorare le loro condizioni economiche e aumentare il degrado nei quartieri periferici in cui vivono, non si può dire altrettanto delle soluzioni da Lei proposte e dei mezzi da Lei usati, sulla pelle già piena di cicatrici dei migranti, come arma di ricatto sulle istituzioni europee, per non parlare del Suo atteggiamento nei confronti dei magistrati che indagano sul suo operato.

In base ai dati sopra riportati, si può affermare che non è vero che in Italia gli immigrati sono troppi, anzi ne abbiamo bisogno oggi e ancor più a lunga scadenza per l’equilibrio del nostro sistema pensionistico. Non è vero che siano un costo, anzi possono favorire la rinascita di certe zone del Paese, come dimostra l’esempio di Riace. E non è vero che la loro presenza sia un danno per gli italiani perché fanno concorrenza accettando basse retribuzioni: se ciò accade, è perché i lavoratori, e non solo quelli stranieri, non sono tutelati, anzi la legislazione più recente mira a intaccare i loro diritti. Lei certamente sa che dal 2008 al 2014 le fasce più deboli della popolazione hanno perso il 24% del loro reddito, e la distanza tra ricchi e poveri in Italia, come attesta l’Istituto Cattaneo, è aumentata negli ultimi 35 anni più che negli altri paesi dell’Ocse. Cosa fare se si vuole invertire la tendenza? Non mettere i penultimi contro gli ultimi ma contrastare la deriva neoliberista che produce precarietà e povertà di massa.

Ecco, per esempio, cosa fare: combattere i lavoretti sottopagati, i caporali che impiegano i ‘clandestini’ in nero per pochi euro al giorno e il predominio mafioso su intere zone del Paese, perché la vera divisione non è fra italiani e stranieri ma tra sfruttatori e sfruttati. In una parola, garantire l’attuazione del principio costituzionale per cui “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (art 36). Questo ci aspettiamo da Lei, signor Ministro, contando sulla Sua intelligenza, sulla Sua buona fede e sul Suo senso di umanità. In caso contrario, non solo dimostrerebbe che hanno un fondamento le critiche a Lei rivolte ma verrebbe anche meno ai compiti del Suo ministero: e l’ostentazione di rosari e altri simboli religiosi non basterebbe certo a compensare le sue gravi responsabilità politiche e a far dimenticare atteggiamenti obiettivamente antievangelici.

(*) L’articolo è stato scritto alla fine di agosto, ben prima del clamore sulle vicende di Riace.

 

 

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