rassegna stampa

13-04-2013, Vera Schiavazzi, “MA PER NOI VALDESI IL PERDONO NON HA BISOGNO DI MEDIAZIONI”, la Repubblica

Di Redazione | 12.05.2013


Intervista a Paolo Ricca

«La sua autorità, la mia autorità come cristiano non è né maggiore né minore di quella del Papa: possiamo annunciare a un fratello o a una sorella che Dio lo ha perdonato dei suoi peccati, perché è questa la rivoluzionaria novità del Vangelo. Ma non possiamo dire: ego te absolvo…». Paolo Ricca, pastore valdese, docente, teologo, uno dei più importanti intellettuali evangelici italiani, riassume così il confine sottile che — da Lutero in poi, anche se il padre della Riforma avrebbe voluto conservare la confessione — separa i cattolici dai protestanti. Gli uni pronti a confessarsi e a “lavare” così ogni peccato, come lamenta Papa Francesco, gli altri dediti a parlare “direttamente” con Dio, in buona compagnia di credenti di altre fedi, come gli ebrei.
Professore, che cosa significa parlare direttamente con Dio?
«Vuol dire che per i protestanti non c’è bisogno di altre mediazioni umane. Nulla di straordinario: è quello che facciamo ogni volta che diciamo il Padre Nostro, una preghiera bellissima e breve, che contiene già tutto come ha raccomandato Gesù. Questa è la novità cristiana, non tanto il fatto che
Dio perdoni, il che è condiviso da tutte le grandi religioni, quanto quello di perdonarsi gli uni con gli altri».
Io perdono te e tu perdoni me, e tutti e due siamo assolti?
«In un certo senso è così, come nella parabola evangelica del re che rimette a un servo il suo enorme debito. Quando però questo servo dimentica il beneficio che ha ricevuto e esige il suo piccolo credito da un altro poveraccio, allora il suo debito iniziale gli viene rimesso sulle spalle: essere perdonati è collegato alla capacità di perdonare i nostri simili. È il grande scandalo del messaggio cristiano».
Proviamo a calare questo principio nella vita moderna. Che cosa dovrebbe fare chi sa di essere in torto?
«Può meditare, rivolgersi a Dio nella forma in cui lo conosciamo, e cioè attraverso la Scrittura, può
pregare, ma può anche parlare a un fratello o a una sorella. Dio ci ha già perdonati. Facciamo un
esempio: un uomo tradisce la moglie, poi si rende conto di avere agito male. Può ritrovare la pace
leggendo la Bibbia, pregando, il che non è fatto necessariamente di parole ma della consapevolezza
di essere in ogni momento davanti a Dio, ma può anche confidarsi a un altro credente, che potrà
annunciargli il perdono. La cosa migliore sarebbe se a perdonarlo fosse la moglie stessa».
Questo modo di chiedere perdono presuppone una conoscenza della Bibbia che pochi posseggono. Non è più rassicurante rivolgersi a un sacerdote?
«Forse. Hegel diceva che la nostra preghiera è leggere il giornale, perché riconosceva nella storia la presenza di Dio. Lutero, poi, era contrario a abolire la confessione, anche se voleva cancellarne il valore di sacramento: sosteneva che non c’è nulla da perdere nel conservare quel momento di conforto tra il credente e un’altra persona, spesso il pastore, che anche nelle nostre chiese svolge decine di dialoghi, ascolta e alla fine prega insieme al fratello o alla sorella. Ma storicamente ha prevalso il desiderio di differenziarsi dal cattolicesimo, così come nell’abolire il dialogo tra chi predica e l’assemblea. Concordo con lui: è stata una rinuncia».
C’è qualcosa che non può essere perdonato?
«No. Quando ero un ragazzo, dopo la guerra, ho ascoltato il pastore Martin Niemöller, a lungo prigioniero nei lager predicare a Torre Pellice. Ci disse che Gesù era morto “anche per Hitler”, proprio lui che era stato fatto rinchiudere dal Fuhrer per un suo sermone. Ancora oggi quella frase mi fa rabbrividire, ma ne riconosco la profonda verità».

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