Rassegna Stampa

15-03-2012, Marco Aime, IUS CULTURAE MA CHE COSA VUOL DIRE?, La Stampa

Di Redazione | 14.03.2012


Ci sono parole che usiamo normalmente, senza per forza riflettere sul loro significato originario. Un piccolo peccato da cui talvolta sarebbe bene emendarsi. Una di queste è il verbo naturalizzare, utilizzato per indicare la concessione della cittadinanza nazionale a uno straniero (processo in genere assai veloce se lo straniero è un calciatore). Naturalizzare significa «rendere naturale», riportare allo stato di natura, ma non c’è nulla di naturale in una nazione e nella sua appartenenza.
La nazione è una creazione storico-politica degli uomini, destinata a mutare se non anche a sparire.
La concessione della cittadinanza è pertanto cosa umana, culturale e storicamente avviene secondo due principi generali: il ius soli , secondo cui chi nasce sul suolo di una nazione ne è automaticamente cittadino, come negli Stati Uniti o in Francia; il ius sanguinis per cui la cittadinanza dipende da quella dei genitori, vigente in gran parte dell’Europa, Italia compresa.
Alla luce del dibattito apertosi recentemente sulla concessione dei diritti agli immigrati, caldeggiata anche da Napolitano, il ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione Andrea Riccardi ha suggerito l’introduzione di uno ius culturae. «Quando si aderisce alla storia e alla cultura dell’Italia, bisogna poter avere il diritto di acquisire la cittadinanza italiana» ha detto il ministro. Si tratta di un tentativo lodevole, ma come applicarlo? E sarebbe poi davvero più giusto degli altri due modelli?
Cosa significa aderire alla storia e alla cultura italiane? Conoscere la storia? Sarebbe discriminatorio: quanti italiani la conoscono davvero? E anche studiando benissimo la storia di un paese, non significa aderire alla sua cultura. Posso conoscere perfettamente la storia del Giappone, ma non per questo sentirmi nipponico. E quando parliamo di cultura italiana, cosa intendiamo? «Che cos’è il tempo? Se nessuno m’interroga lo so. Se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so» scriveva Sant’Agostino. Una risposta simile si potrebbe dare a proposito della cultura, entità quanto mai sfuggente e sfaccettata, tanto più in un paese come il nostro, attraversato da mille identità (il termine campanilismo esiste solo in italiano).
Personalmente mi sento culturalmente più vicino a un curdo o a un tibetano onesti che a un mafioso italiano. Inoltre, una cultura per essere davvero condivisa ha bisogno di rituali collettivi, cosa che ormai manca anche a noi italiani per nascita e per tradizione.
Perché per una volta non possiamo provare a fare le cose semplici e dire che è cittadino italiano chi chiede di esserlo e rispetta i valori e i principi della Costituzione e le leggi dello Stato? Un atto che, finalmente, potrebbe renderci tutti uguali sul piano dei diritti. Accontentiamoci di questo, sarebbe un gran passo avanti.

Nessun commento