Rassegna stampa

27-10-2011, Massimo Faggioli, LA CRISI METTE IN CRISI IL PAPA, Europa

Di Redazione | 27.10.2011


Il messaggio che viene dal pontificato di Benedetto XVI al mondo è a dir poco ambiguo, non solo alla vigilia di un momento cruciale per il futuro dell’Unione europea, ma anche alla vigilia di un evento delicato per il futuro della chiesa – l’incontro interreligioso di Assisi, che si trova già sotto il fuoco di una “scomunica a rovescio” da parte dei lefebvriani, i quali da un paio d’anni a questa parte sono stati, fin troppo benignamente, ricondotti dal papa sulla soglia del ritorno alla comunione con Roma.
Il documento pubblicato il 24 ottobre dal Pontificio consiglio Iustitia et Pax della curia romana, intitolato “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale”, ha incontrato recensioni e recezioni diverse in seno alla chiesa mondiale.
I cattolici impegnati in tutto il mondo sul fronte della giustizia sociale ed economica hanno visto in questo documento un approfondimento di alcune linee lanciate dall’enciclica sociale di Benedetto XVI Caritas in veritate (2009).
I cattolici di orientamento neo-liberista e neo-conservatore, attivi in ben finanziati think tank cattolici d’Europa e Nord America, l’hanno invece liquidato come un documento privo di autorità papale, infastiditi dall’esplicito rigetto nel documento delle politiche economiche neo-liberiste, e dall’auspicio della creazione di un organismo mondiale regolatore e dell’introduzione di una tassa sulla transazioni finanziarie.
La Santa sede ha alimentato questo meccanismo di recezioni diverse, dissonanti e non comunicanti tra loro, pubblicando il documento a ridosso della crisi più grave nella storia dell’unione monetaria europea, ma nello stesso tempo sottolineando, nella presentazione in conferenza stampa, che il documento di Iustitia et Pax gode di un livello di autorità magisteriale inferiore rispetto ai pronunciamenti papali.
Quanto sta accadendo mette in evidenza una crisi di coesione nella chiesa di Benedetto XVI, che va letta attraverso tre fenomeni diversi.
Il primo fenomeno è la concentrazione dell’autorità della chiesa cattolica ormai quasi unicamente nella voce (e nei libri) del “papa teologo”: il risultato è che quanto viene pubblicato dalla curia romana esce ridimensionato come non mai prima, neppure sotto Giovanni Paolo II.
Uno degli effetti dell’elezione al pontificato del “papa teologo” è stato infatti l’aumento dell’anticurialismo (una versione cattolico-romana dell’antipolitica) all’interno del cattolicesimo sia di destra sia di sinistra: il papa non più come punto di unità della curia, ma vittima e vindice dei peccati della curia.
Il secondo fenomeno è una ancor più netta ripartizione dei compiti all’interno di una curia romana, il cui diagramma del potere riflette la concezione di chiesa di Benedetto XVI. Al contrario delle congregazioni “storiche” (come quella per la dottrina della fede, ex Sant’Uffizio, per oltre 20 anni presieduto dal cardinale Ratzinger), il pontificio consiglio Iustitia et Pax è un frutto (come gli altri consigli) della riforma della curia che seguì il concilio Vaticano II, e come tale la sua autorità viene considerata di gran lunga inferiore a quella degli altri dicasteri.
Rispetto al pontificato di Giovanni Paolo II, questo declassamento dei pontifici consigli è più evidente con Benedetto XVI. Essendo il papa ancora, in pratica, anche il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, di fronte a questa concentrazione di poteri, i cardinali presidenti di congregazioni e consigli, come in questo caso Peter Turkson del Ghana (il principale responsabile del documento pubblicato il 24 ottobre), si assumono praticamente la responsabilità personale di quanto pubblicano, con una copertura da parte del papa e del resto della curia romana che può variare molto a seconda del vento della politica ecclesiale.
Il terzo fenomeno è il più importante nel lungo periodo, perché mostra una spaccatura all’interno del cattolicesimo globale. Nelle chiese cattoliche del nord del mondo la questione della giustizia sociale ed economica internazionale è tendenzialmente lasciata a pochi esperti, eredi della teologia conciliare, mentre molti vescovi e teologi la considerano vestigia del passato.
Nelle chiese cattoliche del sud del mondo (quello che gli esperti ormai chiamano il global south), invece, la questione della giustizia sociale e l’opposizione a una cultura economica neo-liberista sono oggetto di largo consenso tra vescovi e cardinali, teologi e laici cattolici. Alcuni di essi servono come membri della curia romana, e si ritrovano isolati in una cultura teologica ufficiale che parla di grandi principi di giustizia e solidarietà, ma non intende offrire, nelle sedi internazionali di cui pure la Santa sede è membro, un contributo di peso quanto a proposte di un pensiero alternativo rispetto alla cultura economica mainstream.
Le culture del cattolicesimo sono molte: anche le culture politiche e quelle economiche. Non è una novità. La novità è che il dibattito tra esse avviene ormai per contese tra spin doctors, più che tra vescovi, teologi e laici all’interno delle strutture di comunione della chiesa mondiale. Nella temperie politica ed economica di inizio secolo XXI, tutto questo sta avvenendo a danno delle chiese del sud del mondo, proprio quelle che consentono al cattolicesimo di sopravvivere e prosperare dal punto di vista demografico (e non solo). I commissariamenti non avvengono solo a danno degli stati, ma anche delle chiese: in questo caso, a sentirsi commissariate sono le chiese cattoliche del sud del mondo.

 

Un commento

Marco Comandè:

Interessante testo. Arricchisce l'informazione: pensavo che la teologia della liberazione fosse ormai limitata a pochi idealisti sudamericani, invece constato che si sta ampliando nel mondo. Purtroppo non aiuta il fatto che la sede del Vaticano sia Roma, ben lontana dalle realtà locali. /// Alex Zanotelli aveva già sollevato il quesito: perchè dare troppa importanza ai tre o quattro detti di Gesù sul matrimonio, mentre invece i tanti anatemi sulla ricchezza vengono trattati superficialmente? Non è nelle prediche che si può trovare la risposta (se il giudice laico giudica, il prete predica). Bensì nell'azione concreta: i governi si sentono minacciati quando intraprendono iniziative tipo la legge contro l'omofobia (sul detto: chi è senza peccato...); al contrario, quando l'ordine economico è minacciato allora è legittimo intervenire con forza. /// Una vera teologia, a mio avviso, dovrebbe avere maggiore fiducia nella natura umana e supporre che, nonostante la libertà, la superiorità dell'individuo rispetto alla famiglia (emancipazione, libertà di educazione, istruzione scolastica extra-familiare, ecc.) e altri ostacoli, l'istinto naturale a sposarsi e mantenere le cure parentali non è minacciato. /// Al contrario, l'ordine economico rispecchia esigenze materiali temporanee e spesso contrasta con il naturale istinto umano alla dignità, alla libertà, all'uguaglianza, all'etica. Pertanto si dovrebbero incoraggiare quei preti dei Paesi in via di sviluppo, che sono disposti a sacrificare una parte della predicazione evangelica pur di garantire il progresso sociale e sindacale. Qualcuno, a Roma, sa che nei Paesi poveri il trionfo del pensiero liberista ha portato alla formazione di milizie paramilitari incaricate di uccidere i sindacalisti? Non è, questo, un fatto più grave rispetto all'etica laica?