editoriale

UN PAPA IN TEMPI ECCEZIONALI

Di Marcello Vigli | 04.04.2020


Un papa eccezionale per momenti eccezionali si può definire papa Francesco. Ovviamente eccezionale per la sua Chiesa.

Con una serata veramente magistrale si è in inserito sulla scena mondiale alla vigilia della settimana, che la liturgia cattolica definisce “Santa”. Parla e agisce in nome e per conto di milioni di cattolici, fedeli ad una tradizione millenaria che affronta, per la prima volta nella sua storia l’impossibilità, non frutto di persecuzione ma condivisa, di celebrare con la loro partecipazione i riti in memoria della morte e resurrezione del Redentore.

Non gli è facile rappresentarli tutti perché, proprio in occasioni come questa, emergono le differenze fra chi pensa che bisogna cavarsela da soli perché non c’è un dio che possa intervenire e chi prega perché un Dio, buono o vendicativo, sia misericordioso verso questi suoi figli “impertinenti”.

Troppa differenza fra il ruolo “politico”, assunto dal papa sulla piazza, e il suo reinserimento nella più liturgica tradizione una volta rientrato nella basilica.

Fuori aveva assunto la funzione di portavoce dell’umanità intera nel raccomandare la fine di ogni guerra in un momento in cui uomini e donne, di ogni colore, si scoprono fratelli e sorelle in presenza di un comune nemico in grado di colpire tutti e tutte. Le sue parole hanno espresso l’appello dell’umanità tutta in nome della comune natura umana prevalente sulle differenze etniche, sociali e politiche. Le stesse parole pronunciate in una piazza vuota, al buio e sotto la pioggia, hanno raggiuto ogni regione del mondo imprimendosi nei cuori di milioni di persone perché il papa le ha rivolte non solo ai cattolici e ai credenti, ma ad ogni uomo nella prospettiva della globalizzazione, nella quale Dio non è di moda.

Conclusa questa prima parte della sua presenza papa Francesco sale lentamente i gradini per entrare nella basilica, quasi voler marcare il recupero del suo ruolo, confermato poi dall’assunzione dei “sacri” paramenti, per avviare una singolare liturgia di intercessione, adorazione e benedizione. Introdotta da una sobria preghiera, in cui fra l’altro si fa memoria delle parole di Gesù per rassicurare gli apostoli terrorizzati dalla bufera, si sviluppa con la venerazione di una immagine mariana e di un crocefisso ligneo per concludersi con un’adorazione dell’ostia consacrata e la benedizione Urbi et orbi da lui stesso impartita.

Appare evidente che, pur se sobria, questa liturgia si ispira alla tradizione più rigorosa in contrasto con lo scenario in cui si colloca.

Altrettanto evidente appare, però, che proprio con l’uso della benedizione Urbi et Orbi, usata solo in momenti liturgici eccezionali, papa Francesco si è inserito con tutta la Chiesa nella eccezionalità del momento senza distinzione fra tradizione e modernità. Tutta la Chiesa, quindi, era presente "in mysterio" nel gesto del suo supremo pastore, nell'atto di invocare misericordia e salvezza spirituale e corporale, secondo una ininterrotta tradizione di cui le liturgie di oriente e di occidente recano testimonianza.

Con la somma dei suoi gesti papa Bergoglio ha bruciato la differenza fra il ruolo assunto sulla piazza e la fedeltà alla più autentica tradizione liturgica, che, invece, trova difficoltà a reggere nelle città dove la partecipazione dei fedeli alla celebrazione della messa è proibita, come quella alle manifestazioni sportive e culturali, per prevenire la diffusione del coronavirus.

 

Roma, 3 aprile 2020

Un commento

Mauro Magini:

Caro Marcello concordo al 100% con quanto scrivi e, aggiungo, che la chiesa-istituzione, nonostante che Francesco abbia molto carisma, non riesce a liberarsi del suo passato dogmatico.