editoriale

AMAZZONIA: SI POTEVA FARE DI PIÙ?

Di Elio Rindone | 04.03.2020


L’Esortazione apostolica postsinodale Querida Amazonia, del 2 febbraio 2020, ha provocato, come era prevedibile, reazioni opposte. Su Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale italiana, per suscitare l’entusiasmo della giornalista Stefania Falasca basta la parola Querida, che “Esprime insieme amore, tenerezza, conoscenza, cura, protezione, passione, affetto in abbondanza” (Parola chiave ed ecclesiale è «querida». Per l'Amazzonia e per tutti noi, 13/2/2020).

E in effetti il papa, in questo documento, sceglie il registro poetico, ed esprime il suo amore per l’Amazzonia col linguaggio del sogno. Quattro sono, in sintesi, le aspettative di Francesco: «Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa. Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana. Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste. Sogno comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici».

Al contrario, un gruppo di donne credenti spagnole ha deciso di protestare clamorosamente “perché viviamo una profonda discriminazione nella Chiesa ed è giunto il momento di dire "Ora basta!" Non possiamo né vogliamo rimanere in silenzio. […] Siamo le mani e il cuore della Chiesa, ma ci viene negata la parola, il diritto di avere voce e voto, la possibilità di decidere e la leadership in ambiti opportuni, come è stato dimostrato, ancora una volta, nel Sinodo dell'Amazzonia” (Adista 22/2/2020). E già nell’ottobre del 2019 le monache di un monastero benedettino svizzero avevano infatti denunciato pubblicamente la discriminazione che le donne avrebbero subito nel corso dei lavori del Sinodo che stava per iniziare: infatti, le superiore religiose ammesse a parteciparvi, pur avendo lo stesso status canonico dei confratelli superiori, non avrebbero avuto diritto di voto.

Ma, assodato che è semplicemente impensabile dare alle donne ruoli dirigenziali, nel documento pontificio si trova almeno qualche apertura sul tema dei preti sposati? Assolutamente no, rileva sul Manifesto Luca Kocci che, pur apprezzando le indicazioni riguardanti la sfera sociale, culturale ed ecologica, che sono “decisamente avanzate e contengono una forte denuncia delle ingiustizie e delle diseguaglianze sociali causate dal sistema capitalistico e dei disastri ambientali provocati dai comportamenti predatori delle multinazionali del nord del mondo”, pone l’accento sul fatto che l’ipotesi approvata dal Sinodo di ordinare preti sposati neanche è “stata presa in considerazione da papa Francesco, che ha ribadito la dottrina tradizionale sul sacerdozio ministeriale”; e ovviamente non c’è stata “Nessuna apertura al sacerdozio femminile” (Preti sposati, il papa chiude la questione. Addio riformismo, 13/2/2020), che del resto neanche il Sinodo aveva osato proporre.

Lo stesso giornale pubblica poi un’interessante intervista di Kocci a un esperto di storia della Chiesa come Daniele Menozzi, secondo il quale il papa ha preso “atto che in questo momento gli equilibri ecclesiali non consentono, per evitare una lacerazione all’interno della Chiesa, di realizzare i mutamenti che gli hanno chiesto i settori ecclesiali cui pure si mostra simpatetico”. Tuttavia, è vero che “I tradizionalisti hanno ottenuto di bloccare lo sviluppo del processo riformatore, ma i presupposti culturali del processo sono pienamente ribaditi nel documento. Penso che il papa sia convinto che occorra una lenta opera di maturazione all’interno della Chiesa perché la riforma possa riprendere il suo corso” (Bergoglio prende tempo, «i tradizionalisti hanno ottenuto il loro scopo», 13/2/2020).

* * *

A me pare che l’interpretazione dei fatti offerta dal professor Menozzi sia assolutamente convincente. In poche parole: il papa sarebbe d’accordo con le proposte del Sinodo riguardo all’opportunità di ordinare, in casi eccezionali, preti sposati, ma si rende conto che procedere in tale direzione sarebbe molto pericoloso perché una parte della comunità cristiana non è pronta per tale innovazione.

E allora cosa fa? Da una parte, nella sua Esortazione apostolica, espressione del magistero del papa, Francesco riafferma la dottrina tradizionale sul sacerdozio ministeriale, e si guarda bene dall’approvare il testo finale del Sinodo, che quindi non può essere considerato magistero ordinario e non può avere effetti operativi. Infatti, come ha detto a chiare lettere il card. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo, nel corso della presentazione della Querida Amazonia, in tale esortazione “Non c’è una parola canonica chiara di approvazione, come dispone l’art. 18 dell’Episcopalis Communio, che parla di approvazione espressa e non indiretta”.

Rilievo più che fondato quello del cardinale perché in effetti, nella Costituzione Apostolica «Episcopalis communio» del 18/9/2018, Francesco aveva ribadito il primato petrino – “il Collegio episcopale non sussiste mai senza il suo Capo; ma anche il Vescovo di Roma, che possiede «nella Chiesa una potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente, è sempre congiunto nella comunione con gli altri Vescovi e con tutta la Chiesa»” – e aveva stabilito che, per quanto riguarda i Sinodi dei vescovi, solo “Se approvato espressamente dal Romano Pontefice, il Documento finale partecipa del Magistero ordinario del Successore di Pietro”.

Dall’altra parte, però, nella stessa Esortazione il papa ricorda che alla stesura del Documento “hanno collaborato tante persone che conoscono meglio di me e della Curia romana la problematica dell’Amazzonia, perché ci vivono, ci soffrono e la amano con passione” e perciò invita “a leggerlo integralmente”, esprimendo l’auspicio “che tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro, che i pastori, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici dell’Amazzonia si impegnino nella sua applicazione e che possa ispirare in qualche modo tutte le persone di buona volontà”.

Si può allora escludere che, invitando “a leggere integralmente” il documento finale del Sinodo e a lasciarsi “arricchire e interpellare” da esso, Francesco coltivi la speranza che col tempo possa verificarsi quella maturazione della coscienza ecclesiale che consenta di elevare al rango di magistero ordinario quelle tesi che oggi appaiono semplicemente inaccettabili a una parte consistente della gerarchia? E del resto, non è lo stesso cardinale Baldisseri che, presentando la Querida Amazonia, ha ricordato che “Il Sinodo è un processo, perché il tempo è superiore allo spazio, come dice il Papa”, per cui “Il campo è aperto. Si cammina”?

Questa ipotesi interpretativa – vorrei, ma ora non posso, però lasciamo tempo al tempo – appare più che probabile a chi conosce le sottigliezze del linguaggio ecclesiastico e, se fondata, costituisce un’ulteriore conferma del principio secondo cui a pensar male si fa peccato ma si indovina. E non implica affatto un’accusa di doppiezza all’operato del papa. Anzi, dà atto a Francesco di spingersi sino ai limiti del possibile, ispirando ancora una volta la sua azione all’etica della responsabilità di cui parla Max Weber: da capo di un organismo che comprende più di un miliardo di fedeli, egli sa che deve operare tenendo presenti le possibili conseguenze delle sue scelte, in modo da non provocare danni maggiori dei vantaggi perseguiti, e perciò si accontenta di spargere dei semi che spera possano germogliare a tempo debito.

E tuttavia, siamo sicuri che, quando verrà il momento dell’attuazione di riforme costantemente rinviate, non sarà troppo tardi? Poiché non pare che l’intera comunità cattolica possa essere pronta a breve per le innovazioni in questione – che in realtà sono di modestissima portata rispetto ai cambiamenti radicali che sarebbero necessari di fronte alla crisi epocale che tutte le tradizioni religiose oggi attraversano – forse sarebbe bene essere un po’ meno ottimisti e porsi sul futuro alcune domande, anche se possono suonare sgradevoli, come quelle che seguono.

Sarà ancora possibile ai papi rivendicare l’esclusiva del magistero ordinario?

Anzi, ci sarà ancora un magistero?

Anzi, ci sarà ancora la chiesa cattolica che conosciamo?

 

Un commento

Alfio Mandarà:

Certo che si poteva fare altro, come lo stesso articolo di spiega maliziosamente.