editoriale

RELAZIONI DI GENERE: LA CULTURA NON È UN MONOLITE IMMODIFICABILE

Di Ileana Montini | 08.03.2019


La manifestazione antirazzista di Milano di inizio marzo è stata imponente e importante. Un messaggio forte rivolto al ballerino ministro dell'Interno e alle destre, per dire che c'è anche un Italia non razzista e accogliente. La parola chiave "accoglienza" è stata fatta propria dal "popolo" di sinistra a imitazione del popolo più propriamente cattolico. Però, come coniugare nella complessità reale l'accoglienza dei migranti, continua a restare nel vago delle politiche e dei progetti. Nel giro di pochi anni l'Italia è diventata un paese di tipo polietnico, a differenza di altri paesi europei che si sono popolati di immigrati, anche delle loro ex colonie, nel corso di lunghi decenni. Forse anche per questa situazione anomala, la parola chiave accoglienza si accompagna al mito della bellezza -e ricchezza- delle differenze culturali; come risultava anche nei cartelli esibiti durante la manifestazione di Milano dei duecentomila.

Il "popolo" cattolico e di sinistra -accogliente- non si interessa alla questione della cultura e delle culture.

La cultura è un insieme complesso che include le conoscenze, le credenze religiose, il diritto, il costume, i valori rappresentativi del mondo. Non è data, la cultura, come monolite immodificabile: è invece dialettica. È già diventato uno stereotipo dire che si "devono rispettare le diverse culture". Sostenere che le differenze culturali arricchiscono, sempre e comunque, è fare un'altra affermazione vera solo parzialmente.

Lo stesso dicasi quando si sostiene che i diversi culturalmente vanno trattati in modo diverso.

Nelle società di tipo polietnico -come è diventata quella italiana- le comunità di immigrati aderiscono alle loro tradizioni in modo più osservante di quanto facciano i loro connazionali in patria. Spesso a causa dell'ostilità crescente da parte degli autoctoni, ma anche per il legame, esaltato e necessario, con il paese di origine, o per un sentimento di orgoglio che non raramente si tramuta in complesso di superiorità per il proprio patrimonio culturale e religioso.

Ciò è molto evidente per le comunità musulmane portatrici di una cultura che, nelle componenti arabe e turche, si è storicamente qualificata per l'Occidente come un'alterità. Ora, il settore che maggiormente risente dei fattori culturali è indubbiamente l'ambito delle norme e dei costumi relativi alla famiglia e alle relazioni di genere. Così che il conflitto culturale si manifesta anche come conflitto normativo. Per esempio: il comportamento realizzato da un soggetto appartenente a una specifica comunità etnico-culturale di minoranza, che è considerato reato nell'ordinamento giuridico maggioritario, può non esserlo nella propria cultura. Recentemente su facebook si sono ripetuti, in alcuni profili di musulmani, dibattiti intorno alla questione se sia lecito picchiare la moglie "insubordinata". In altri non è raro leggere che le donne poco "coperte" non meritano lo stesso "rispetto" delle altre, intendendo le musulmane velate e osservanti i precetti coranici. Tradotto in termini di conseguenze giuridiche: un marocchino chiese le attenuanti per aver picchiato la moglie, in quanto nel suo credo e nella sua cultura l'uomo è il capo indiscusso della famiglia. Anche la molestia -o lo stupro- potrebbero indurre a chiedere le attenuanti se la donna vestiva in modo succinto, tale da scatenare l'aggressività presunta, naturale e incoercibile, del maschio. Faccenda ben conosciuta nel diritto di famiglia italiano precedente quello rinnovato (1975) dove è stato eliminato lo Jus corrigendi.

Emerge qui che si pone il problema del rapporto tra norme penali e cultura e, dunque, la nozione di reato culturalmente motivato. Perché ciò che è sessualmente rilevante è definito in base alla cultura e ai costumi di un popolo.

In questi giorni la procura generale di Brescia ha iscritto nel registro degli indagati padre, fratello e zio di Sana, la pakistana italiana uccisa perché non voleva sottostare alla tradizione dei matrimoni combinati. In patria i tre sono stati assolti per "mancanza di prove". A Brescia le amiche e gli amici pakistani della giovane, hanno dichiarato che l'assoluzione incoraggerà le famiglie a continuare a punire le ragazze ribelli, in una comunità che- anche in Italia- pratica all'ottanta per cento la tradizione dei matrimoni forzati.

Il riconoscimento del Cultural Defense rischia di tradursi in esplicita, o tacita, approvazione di comportamenti punitivi soprattutto nei riguardi delle femmine.

Spesso, una serie di tradizioni, vengono proposte come esercizio della libertà religiosa: la richiesta di tribunali amministrativi del diritto di famiglia secondo la Sharia islamica (come succede in Gran Bretagna), la richiesta di classi separate per femmine e maschi a scuola, piscine separate e addirittura la poligamia e altro ancora.

Talvolta si infila anche la richiesta di poter esercitare le mutilazioni genitali femminili. Nell'ambito giuridico si sta ponendo in chiaro la difesa di norme a tutela di interessi preminenti, quali i diritti inviolabili dell'individuo di cui all'art. 2 della Costituzione; o della parità di genere.

Per l'8 marzo la Lega di Salvini ha preparato un proclama che sostiene, tra l’altro, che le donne sono deputate, naturalmente, al "ruolo di sostegno e promozione della famiglia"; e basta con le pretese di autodeterminazione! Qualcuno riveli ai leghisti che sono perfettamente d'accordo con i musulmani neo tradizionalisti presenti in Italia. Ma, a sinistra, si avvii una campagna di riflessione sull'immigrazione, le differenze culturali e l'integrazione, perché -per esempio- i progressi ottenuti dalle donne potrebbero vacillare anche per strane alleanza inimmaginabili.

(Foto tratta da: affaritaliani.it)

Un commento

Paolo Alessandrini:

Capita raramente leggere argomenti così chiari e concreti su di una materia tanto difficile e controversa, L'Autrice offre soluzioni che purtroppo sono troppo intelligenti e disinteressate perchè possano essere prese in considerazione, se non da pochi pensanti, Putroppo!