editoriale

LAICITÀ

Di Marcello Vigli | 12.06.2018


In questi tempi, in cui sempre più accelerata è l’elaborazione di sistemi interpretativi della realtà, filosofi, ideologi e teologi arricchiscono con le loro elucubrazioni personali e con confronti a più voci i programmi radiotelevisivi accumulando consensi e creando mode,

Anche il tema della laicità esige un aggiornamento nella sua elaborazione e, di conseguenza, l’uso dei termini laico e laicista richiede una diversa specificazione.

Con l’avvento e l’affermazione delle ideologie onnicomprensive nel secolo scorso si è affermata la necessità di cogliere l’analogia fra scelte ideologiche e scelte religiose derivandone un arricchimento nell’uso “politico” del termine laico, prescindendo dall’uso che se ne fa nella denuncia dei privilegi concessi alle chiese nei diversi paesi. In tale denuncia convergono da tempo anche molti cattolici, fautori di una Chiesa che rinuncia alla pretesa di costituire un soggetto alternativo alla Stato.

Laico non è più alternativo a religioso, e laicista può essere definito chi continua a non accogliere questa radicale novità identificando ancora religione e cattolicesimo e, ancor peggio, quello praticato dalle gerarchie vaticane. In verità queste mantengono un ruolo politico in alcune società grazie ai privilegi loro accordati da forze politiche desiderose di garantirsene il sostegno. Non vale quindi contestare le tesi e le elaborazioni teologiche con cui le chiese giustificano tale ruolo, quanto piuttosto denunciare intellettuali e politici che glielo attribuiscono o le consentono di assumerlo riconoscendoglielo.

Al tempo stesso i mutamenti interni al mondo cattolico, con l’aggiornamento della “dottrina” e le variazioni nei rapporti fra clero e laicato, la progressiva secolarizzazione delle altre confessioni cristiane e il fallito tentativo di una versione “socialista” dell’islamismo, insieme alla diffusione di una maggiore conoscenza delle “altre” religioni hanno reso meno univoca la connotazione della “religione”. Si è anche, al tempo stesso, ridimensionato l’uso politico delle organizzazioni religiose, chiese o sette, per la promozione di consenso elettorale, in ogni caso, un uso utile con la connivenza delle “autorità” religiose che, ormai, solo in tal modo partecipano alla gestione del potere. Chi le utilizza lascia loro spazi nella gestione dei temi etici e morali nei quali, in realtà, la loro influenza diminuisce progressivamente come testimoniano i risultati del referendum sulla legalizzazione dell’aborto in Irlanda. Anche in Italia il ministro Salvini - che pur nei comizi ostenta la corona del rosario – non teme di osteggiare apertamente la Conferenza episcopale con la sua politica di duro contrasto all’immigrazione. Sono andate travolte anche le connivenze che avevano garantito in Cile la permanenza di un episcopato ampiamente compromesso con la diffusione della pedofilia fra il clero.

In verità, in alcuni Paesi come in molte regioni italiane, tali connivenze permangono pur se, nella maggioranza dei casi, in forme non scandalose e, soprattutto, molto spesso offerte e garantite alla chiesa da esponenti di partiti “laici”, non in cambio di vantaggi economici o di potere, ma di spazi per esercitare la funzione “pastorale”, magari, nelle forme tradizionali sconfessate dal Concilio Vaticano II proprio in nome della Laicità. Nel nostro Paese esistono, infatti, leggi speciali che consentono alle “autorità” religiose e all’associazionismo cattolico di avere spazi garantiti e contributi pubblici.

Lo scandalo che ne deriva per la discriminazione nei confronti dell’associazionismo non religioso è sottovalutato, e/o comunque considerato il prezzo da pagare, da coloro che, pur essendo atei o anticlericali, disponendo di pubblico denaro garantiscono tali finanziamenti per avere la “benevolenza” della gerarchia cattolica

Si può quindi rovesciare la responsabilità nello scandalo, che non esisterebbe se nessuno offrisse privilegi e/o denaro per comprare consensi politici, partecipando alla truffa - magari a fin di bene, ma pur sempre truffa – di chi lo riscuote in nome di un Dio, che non ne ha alcun bisogno.

Ben altra considerazione merita l’impegno del cristiano che ispira le sue azioni, anche l’esercizio del diritto di voto, al dio in cui crede, senza sottrarsi all’obbligo di selezionarle secondo parametri e categorie razionali e, comunque, non presentandole dettate da un superiore imperativo. Non è credibile chi afferma di agire nel nome di Dio in cui crede, per di più coinvolgendolo nelle sue scelte, per non assumersi la responsabilità delle azioni che compie. Laici sono infatti i cattolici, e con essi la Comunità ecclesiale, che operano, testimoniando la loro fede, negli spazi garantiti dalle leggi a tutte le associazioni culturali.

 

3 commenti

Maurizio Giancola:

Per favore, non scrivetemi più. Sono profondamente laico dai lontani anni dell'adolescenza (i meravigliosi e irripetibili anni '60), ma il vostro laicismo ottocentesco francamente non mi interessa. Credo ci siano ben altri problemi di cui discutere oggi, purtroppo. Cordiali saluti.

Francesco Introzzi:

Cari Ho ricevuto la vostra comunicazione di applicazione della sempre più pesante legislazione euro-unionista a tutela della riservatezza privata e di questo vi ringrazio. Aggiungerei che questo vostro dovuto adempimento sarebbe un’occasione per combattere l’eccessivo peso – burocratico, anti-aziendalistico e socio-economico – di una invasiva, patologica, legislazione euro-unionista che guarda a creare “ossessioni” invece che a risolvere gli inconcepibili vuoti di “presenza politica – ed eco-climatica – a livello planetario”. L’azione “anti-privacy law” a me appare come contro-misura necessaria per contrastare il peso di una legislazione straripante limitativa della fisiologica libertà di circolazione delle comunicazioni inter-personali, infra-comunitarie e liberamente informative. La criminalità organizzata – che della privacy se ne fa un baffo - è la beneficiaria principale della “segretezza sociale indotta” una “segretezza sistemica” che diventa antitetica alla spontanea socievolezza dell’esistenza, che coltiva una “diffidenza indotta” tra i cittadini che diventa poi la base dell’auto-refenzialità dei detentori dei poteri istituzionali, religiosi prima ancora che sociali in genere. L’azione “anti-privacy law” dev’essere abbinata all’azione politica di liberazione dei giornalisti da una “reprimenda penale”, oltre che economica, della loro professione. Statemi bene.

Marcello Vigli:

Gent.mo Maurizio Giancola, ci spiace che abbia chiesto di non inviarle più nostri messaggi. Ovviamente la redazione darà seguito alla sua richiesta. Mi permetta solo di osservare che non ci sembra che le nostre riflessioni siano ispirate ad un “laicismo ottocentesco”. Proprio perché siamo convinti, come lei, che i problemi di cui discutere sono altri, le abbiamo calate nella ricerca del superamento della tradizionale contrapposizione religione/laicismo, chiesa/stato, nell’intento di declinare la cultura della laicità nel tempo della mondializzazione della società, della crisi delle ideologie, dell’informatizzazione del sapere umano. Cordiali saluti, Marcello Vigli