editoriale

LA VITA DIFFICILE DEL RELATIVISMO, NELLA POLITICA ITALIANA

Di Attilio Tempestini | 30.05.2018


I dirigenti del Movimento 5 Stelle hanno più volte affermato, che non esistono idee di destra o di sinistra ma soltanto idee giuste o sbagliate. Ridurre però il dibattito politico, a questa seconda alternativa (magari intesa in rapporto non soltanto alla contrapposizione di tipo economico-sociale, che tradizionalmente viene rappresentata nel binomio destra-sinistra; ma anche a contrapposizioni di altri tipi, come quelle concernenti la religione) è in rotta di collisione con una democrazia liberale. La quale ha come ingrediente essenziale, quella differenza fra giudizi di fatto e giudizi di valore limpidamente messa a fuoco, un secolo fa, da Kelsen.

Per fare un esempio banale, se io dico che fra Milano e Roma ci sono quasi 600 chilometri, è un giudizio di fatto e qui la coppia giusto-sbagliato è pertinente: basta dotarsi di uno strumento di misurazione, per vedere in quale polo dell’alternativa si rientri. Ma se dico che trovo preferibile vivere nella prima città o nella seconda, è un giudizio di valore: per il quale non si può ricorrere alla suddetta alternativa, giudizi del genere essendo non universali ma appunto relativi alle singole persone. Cosicché e portando il discorso su un piano politico, una democrazia liberale da un lato prevede che le decisioni vengano prese secondo quelle scelte di valori, che risultano in maggioranza; dall’altro tutela per chi resta in minoranza la libertà di operare, affinché in maggioranza passino le proprie scelte.

Ma non ci ricorda forse qualcosa, questa insofferenza/indifferenza del Movimento 5 Stelle per i contrasti politici -quella d’altronde che gli fa ritenere possibile puntare, ora ad un governo con la Lega ed ora ad un governo col PD-? Non è difficile rilevare che circa settant’anni fa il Fronte (anch’esso faceva attenzione, a non chiamarsi “partito”) dell’Uomo Qualunque ha rappresentato un antesignano, di simili atteggiamenti. Il suo fondatore e principale esponente, Giannini, affermava che affinché lo Stato funzionasse, non occorrevano Benedetto Croce, Togliatti, Nenni, De Gasperi... Bastava “un buon ragioniere”.

Appunto. Proprio come i conti che un ragioniere fa sono giusti o sbagliati, così le idee sono giuste o sbagliate.

Non si capisce bene, allora, cosa intendesse il PD quando alcune settimane fa la proposta del Movimento 5 Stelle per una collaborazione governativa, l’ha rifiutata adducendo il contrasto di valori fra le due forze politiche; ma senza precisare, quali valori del Movimento contestasse. Neppure ha precisato, d’altra parte, quali fossero in tale contrasto i valori del PD: ed in effetti anche per questo partito una questione si pone, a proposito di giudizi di valore. Giacché la sua linea (ma ciò vale anche, quanto ad altri partiti) si è caratterizzata per esprimere determinate scelte, ma spesso senza esplicitarle nella loro problematicità e presentando le conseguenti decisioni, come scontate.

Facciamo il caso della TAV: è evidente che un’alternativa si pone -per restare sul piano, dei lavori pubblici- fra concentrare l’attenzione su opere del genere, o piuttosto su opere che mettano in maggior sicurezza il territorio e riducano le conseguenze di alluvioni e terremoti. Eppure, la TAV è considerata fuor di discussione, così come fuor di discussione sono considerate (ed in effetti hanno il loro peso, sul contesto in cui la TAV rientra) le istituzioni europee, nella loro attuale configurazione complessiva. Anche io penso, che un’Europa unita vada nell’apprezzabile direzione di una kantiana pace perpetua; ma si può anche aver presente l’obiettivo di andarci, facendo in modo che fra i parlamenti ed “i mercati” la supremazia non l’abbiano i secondi. D’altronde, siccome sono stati dei parlamenti che hanno dato vita a tali istituzioni europee, i parlamenti successivi avranno ben il diritto di ripensarle!

In Italia insomma, il concetto dei giudizi di valore non sta di casa nel Movimento 5 Stelle, ma neppure se la passa troppo bene in chi non considera quella che, di tali giudizi, è una caratteristica non secondaria: farsi riconoscere. Mi rendo conto, naturalmente, che il gioco politico conduce a situazioni più sfumate di una nitida distinzione concettuale, come quella che contrappone i giudizi di fatto ai giudizi di valore: e tuttavia, proprio in questi giorni tale distinzione è messa particolarmente a dura prova allorché si affida l’incarico per un governo “tecnico” a chi, per un’opera di ricognizione dei conti pubblici che inevitabilmente non era soltanto da ragioniere, ha goduto della fiducia di un precedente governo “politico”.

 

Un commento

michele:

UN PARTITO CHE FAVORISCE CHI PROVOCA MILIONI DI MORTI DI CANCRO, è DI DESTRA O DI SINISTRA?