editoriale

NIENTE È PIÙ COME PRIMA

Di Marcello Vigli | 21.03.2018


Stiamo vivendo un momento in cui si concentra una serie di eventi che segnano la fine di un tempo e ne aprono un altro ricco di incognite, sia nel mondo sia nella Chiesa cattolica.

In Cina e in Russia entra in affanno il processo di democratizzazione del sistema di governo, che sembrava avviato: il Presidente Xi Yao Ping si fa eleggere a vita, Putin si conferma per altri sei anni alla guida del colosso russo. Impegnati a sviluppare o ammodernare i sistemi economici dei loro paesi stanno perseguendo il potenziamento del loro ruolo internazionale profittando delle incertezze e incongruenze degli Usa e della pressoché totale assenza dell’Unione europea. Pur se coinvolti più immediatamente nella controversia, da un lato, e nella conflittualità fra i contendenti all’egemonia in Medio Oriente, dall’altro, non rinunciano ad interventi costanti negli altri fronti caldi.

Del tutto irrilevante il ruolo dell’Europa anche per la lunga assenza della guida tedesca, per oltre tre mesi priva di governo in conseguenza dell’impossibilità di garantire una maggioranza al quarto governo Merkel, proprio mentre si stanno faticosamente consumando la fuoriuscita della Gran Bretagna e la crisi catalana in Spagna, e in Italia si apre una stagione di incertezza parlamentare.

Nel nostro Paese si sta pagando il prezzo della crisi dei gruppi dirigenti della sinistra, che ha gestito il governo per i cinque anni della XVII legislatura sciogliendo nodi restati stretti da decenni, pur se con il comodo strumento dei tagli, ma senza creare gli ammortizzatori in grado ridurre i danni sociali.

Valgano per tutte le soluzioni date all’abolizione dell’articolo 18 della Statuto dei lavoratori e ai problemi della democrazia scolastica!

L’indisponibilità ad accettare soluzioni condivise insieme al rifiuto nel dicembre 2016, di articolare il voto nei confronti dei quesiti posti dal referendum, hanno dato la misura del rifiuto della democrazia come espressione delle maggioranze possibili. La tardiva dissociazione, di una parte della dirigenza del Pd dalla gestione renziana del partito, non ha impedito la disgregazione dell’elettorato da sempre favorevole alla sinistra. L’evidenza dei dati elettorali consente di risparmiare in questa sede l’analisi particolare dei flussi, mentre conferma l’inoppugnabile entità del progressivo sfaldamento del partito democratico e non solo del suo elettorato. Ne deriva un radicale mutamento del quadro politico nazionale, che crea notevoli difficoltà nella gestione dello Stato.

Un particolare interesse ha la dissoluzione del cattolicesimo democratico in coincidenza con il giuramento di Salvini sul rosario e con il bacio di Di Maio alla reliquia di San Gennaro!

Il voto dei cattolici equamente diviso fra tre forze, ben distinte fra loro e con programmi politici ben diversi, lascia prevedere una difficile governabilità indipendentemente dalla soluzione che sarà trovata nell’immediato, anche per la scarsa compattezza interna delle tre formazioni.

Ancora una volta la debolezza del quadro politico favorisce, se non sollecita, l’interventismo delle gerarchie ecclesiastiche anche in conseguenza della diversità degli orientamenti degli elettori cattolici se, come sostiene un alto prelato: È indubbio che i voti delle parrocchie sono andati sia a Di Maio che a Salvini. E la Chiesa non può non tenerne conto. Questa molteplicità, frutto anche dell’assenza di indicazioni elettorali della Cei, ha sollecitato monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, insoddisfatto dei risultati, a chiedersi: se non sia da avviare una riflessione nella Chiesa italiana su una terza via possibile fra il vecchio collateralismo, ormai inaccettabile, e il rischio di irrilevanza. Al contrario il cardinale Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha commentato gli stessi risultati dichiarando che la Chiesa è impegnata a lavorare con chi c'è, perché gli interlocutori politici non possono essere scelti discrezionalmente dal Vaticano: Questo non significa che la Chiesa non continuerà a svolgere il suo ruolo e a proporre determinati valori, sperando che ci sia apertura e accoglienza anche dall'altra parte. Anche l'arcivescovo di Taranto Filippo Santoro, presidente della commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro della Cei, invita a rispettare e interpretare la richiesta di cambiamento espressa dagli elettori italiani, auspicando un governo al servizio di tutti, capace di guardare agli ultimi, e ricordando che: Le scelte degli elettori vanno sempre rispettate e interpretate in profondità: si è registrato un desiderio di cambiamento, viviamo da anni ormai una disillusione cocente nei riguardi di una certa politica, che il popolo ha sentito distante e ripiegata su sé stessa.

Pur se in sintonia con queste posizioni, il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti auspica che si sviluppi un serrato confronto fra i vescovi, dal quale, però, difficilmente potrà emergere una conclusione in contraddizione con le indicazioni date da Bergoglio alla stessa Cei: I laici che hanno una formazione cristiana autentica non dovrebbero aver bisogno del vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo!

In verità, nei bilanci dei cinque anni del pontificato di Francesco in corso in questi giorni, emerge l’esistenza di diversi e autorevoli dissensi nei confronti della sua azione e dei suoi pronunciamenti.

Da un lato sono in molti a riconoscere che, come scrive Noi Siamo Chiesa, papa Francesco ha modificato le priorità dei papi precedenti indicandole nel vissuto, nelle sofferenze, nei peccati e nelle gioie del credente e di ogni uomo di buona volontà. Sullo scenario internazionale si è imposto per le sue analisi sulla rivoluzione culturale necessaria per affrontare il neoliberalismo responsabile delle profonde disuguaglianze e sulla violenza che subisce la Natura.

Dall’altro, per quanto riguarda la riforma della Chiesa, per la quale ha imposto la pratica della sinodalità, la sua azione sta incontrando grandi resistenze, esplicite o nascoste. In particolare, mentre gli interventi innovativi sui poteri economici interni alla Chiesa e sulla gestione delle sue risorse finanziarie procedono pur se con grandi difficoltà, il decentramento della Curia, da lui avviato con la creazione del cosiddetto C9 dei Cardinali, è frenato; la stessa lotta alla pedofilia da lui promossa con grande impegno si rivela ben lungi dall’essere vinta.

Tuttavia, se è ancora presto per stabilire se sarà ricordato come un riformatore o un velleitario, si deve riconoscere il suo gande impegno nell’esercizio del ministero “petrino” testimoniato da due encicliche e altrettante esortazioni apostoliche, 23 motu proprio, due Sinodi, un Giubileo, 22 viaggi internazionali con oltre 30 Paesi visitati, 17 visite pastorali in Italia, 8 cicli di catechesi all’udienza generale, quasi 600 omelie durante le Messe a Santa Marta, oltre a decine di discorsi, messaggi, lettere.

E’ indubbio che una Chiesa povera e dei poveri è ancora molto lontana, ma è altrettanto certo che di fronte alla difficile condizione dell’umanità di questo inizio del millennio Francesco ha fatto uscire dall’immobilismo i rapporti tra le Chiese cristiane e ha dialogato positivamente con ogni fede, in particolare affermando con forza l’incompatibilità tra la violenza e le religioni.

Un commento

filippo agostini:

Le riflessioni che l'articolo pone sono interessanti. Ciò che lascia perplessi è la veicolazione odierna del potere, sia laico che religioso. In testa c'è sempre qualcuno di grande potenza e forza (vedi Cina e Russia) o di nobili intenti in fieri (papa Francesco I); in mezzo una piccola schiera di faccendieri abilissimi nel manovrare le indicazioni dei vertici economicamente, socialmente, politicamente; in coda, e sono la stragrande maggioranza, i popoli, i più diversi, che apparentemente non hanno niente in comune per le peculiarità dei loro paesi di origine ma, a ben guardare, sono uniti dagli esiti nefasti della mondializzazione indiscriminata e dell'arretratezza e dell'appiattimento culturale che tale pratica porta con sé. Nel caso italiano, vedere in Salvini o in Di Maio il nuovo che avanza sotto la spinta del volere popolare è la semplificazione elementare di un sedicente processo di consapevolezza che ha saltato molti passaggi. Che la chiesa sottolinei l'importanza di dare ascolto a queste nuove volontà nazionali, senza capirne a fondo i significati, implica un adeguamento al ribasso dell chiesa stessa alle pratiche semplicistiche odierne. Che lo facciano gli oligarchi russi o cinesi o americani è del tutto normale. In quei paesi le coscienze sono quasi del tutto addormentate e il dissenso è stroncato con la violenza dello stato. Io vedo i prossimi anni di una durezza estrema. Filippo Agostini