editoriale

IL “VOTO CATTOLICO” NON ESISTE

Di Giulio Ercolessi | 07.03.2018


Potrà anche sembrare un argomento marginale, a tre giorni da elezioni politiche che hanno segnato un ulteriore passo avanti nel progressivo e apparentemente irreversibile processo di imbarbarimento della politica italiana – e certo non solo italiana – iniziato nel lontano 1994, ma c’è un aspetto di questi risultati elettorali che il giustificato terrore e orrore dei primi momenti ha probabilmente impedito di rilevare: il “voto cattolico” in Italia, in quanto tale, non esiste.

Da quando ebbe inizio la cosiddetta “Seconda Repubblica”, il carattere più maggioritario o comunque tendenzialmente bipolare dei sistemi elettorali aveva in parte nascosto questa realtà. Ora il parziale ritorno a un sistema prevalentemente proporzionale ha messo in evidenza il fenomeno in tutta la sua chiarezza. Sarà bene ricordarsene in futuro, dato che un’ulteriore oscillazione del pendolo in direzione maggioritaria è abbastanza probabile ad opera di una classe politica che ad ogni elezione (o, come in quest’ultima occasione, anche più spesso) si confeziona leggi elettorali usa e getta sulla base dei momentanei interessi della maggioranza parlamentare.

Si è detto che, finora, questa realtà era stata occultata “in parte” dai sistemi elettorali vigenti. Solo in parte, dato che essa emergeva con ogni evidenza da ogni indagine o studio serio effettuato in questo campo, anche da parte di studiosi, politologi e sociologi di stretta osservanza ecclesiastica, che, loro, non se l’erano mai nascosta né, a dire il vero, avevano mai tentato di nasconderla al ristretto pubblico interessato ai loro studi.

Un’intera classe politica complessivamente costituita ormai da semianalfabeti civili, e quasi tutti i media dipendenti in un modo o nell’altro dalla politica, avevano sempre avallato in questi decenni una tesi opposta. Sull’onda di un vecchio libro di Gilles Kepel e delle sue disinvolte volgarizzazioni e semplificazioni a scopo propagandistico, era diventata senso comune una narrazione fondata sul nulla. Dopo i bagordi degli anni successivi al ’68, e soprattutto dopo la stagione delle battaglie laiche e delle conquiste civili culminate con i referendum sul divorzio e sull’aborto, vi sarebbe stata anche in Italia una profonda inversione di tendenza, una “Revanche de Dieu” mondiale (tale era il titolo di quel fortunato volume), che non avrebbe interessato soltanto le aree del mondo di tradizione islamica – a partire dalla rivoluzione iraniana del 1978 – ma anche il resto del pianeta: gli Stati Uniti, innanzitutto, con la nascita della “Destra religiosa” e la sua conquista di buona parte del Partito repubblicano fin dagli anni di Reagan, ma anche l’Europa, sull’onda dell’elezione a pontefice di Karol Wojtyła, che avrebbe agito non solo come cartina al tornasole nell’evidenziare la mancanza di consenso popolare ai regimi comunisti dell’Europa centrale, ma addirittura come fattore determinante della disgregazione di quei regimi e della crisi della cultura marxista. Vi sarebbe stato, in sostanza, una sorta di “ritorno all’ordine” oscurantista, capace di travolgere tutte le culture politiche di lontana matrice illuministica, da quelle occidentali liberali e democratiche alle degenerazioni totalitarie dell’eredità illuminista rappresentate dai regimi comunisti. Anzi, molti dei propagandisti più radicali di questa tesi vedevano addirittura nel comunismo reale non già una nuova religione ancor più intollerante, tirannica e sanguinaria di quelle tradizionali, ma il frutto estremo e più coerente della “follia” della moderna politica occidentale dimentica della religione.

Almeno per quel che riguarda l’Europa occidentale – ma in larga misura anche per gli Stati Uniti – questa costruzione era interamente campata per aria. A ridicolizzarla sarebbe bastata, in Italia, la lettura combinata degli annuali rapporti sulla secolarizzazione curati dalla fondazione Critica liberale e dal settore Nuovi Diritti della Cgil e degli studi del prof. Franco Garelli, forse il sociologo più stimato dalla maggior parte dei vescovi italiani.

Ma la classe politica rinnovata della cosiddetta “Seconda Repubblica” non leggeva molto più dei tweets autoreferenziali propri e dei propri avversari e, sorda ad ogni smentita empirica, aveva elaborato un teorema che rimaneva sostanzialmente indiscusso. Stabilito che, in ogni sistema politico bipolare, le elezioni si vincono conquistando l’elettorato di centro, aveva del tutto arbitrariamente identificato il “centro” elettorale con un mitico elettorato cattolico, e aveva stabilito che, per vincere le elezioni, quello fosse l’elettorato strategico da conquistare. (Andò così a gambe all’aria anche la temeraria e sconsiderata scommessa del povero Pannella, che, giocando di sponda fra i due poli, si era inizialmente illuso di poter diventare lui l’ago della bilancia nel nuovo sistema bipolare).

Perché identificare il “centro” del sistema politico con il mondo cattolico? Semplicemente perché, per tutto il cinquantennio precedente il 1994, in Italia come in Germania, e per ragioni simili (e all’opposto che in Francia o in Gran Bretagna), “destra” era divenuto sostanzialmente sinonimo di destra estremista, di matrice totalitaria e fascista: anche le forze politiche conservatrici rifiutavano quella definizione e preferivano in genere definirsi centriste. Ne conseguiva un assurdo geometrico, dato che il partito di centro per antonomasia aveva alla sua destra il solo sei per cento dei voti mediamente conseguiti nelle elezioni della Camera dal MSI, e, alla sua sinistra, più o meno, un altrettanto costante cinquanta per cento abbondante.

A partire dal 1994 si cominciò invece a definire “centrodestra” lo schieramento che comprendeva la destra estremista, e “centrosinistra” uno schieramento che, ai tempi di Prodi, andava dal monarchico Fisichella fino al trotzkista moderato Turigliatto. Ma, nei riflessi pavloviani della politica italiana, il “centro” la cui conquista avrebbe garantito la vittoria rimaneva per antonomasia il presunto “voto cattolico”.

Il vero “genio del male” capace di sfruttare al meglio questa tesi fu il cardinale Camillo Ruini, che scartò subito ogni progetto di ricostituire un partito dei cattolici, preferendo mettere in concorrenza fra loro i due “poli”, e cui riuscì in questo modo di mascherare, con clamorosi quanto effimeri successi politici di vertice, l’avanzata irresistibile nella società italiana di una secolarizzazione galoppante. A dispetto della quale, e fino ad anni recentissimi, l’Italia della cosiddetta “Seconda Repubblica” non fu capace di approvare nessuna legge in materia di diritti civili: fu solo dopo una sentenza della Corte di Strasburgo, preludio a un diluvio assicurato di insostenibili richieste di risarcimento in caso di ulteriori ritardi, che fu approvata, e solo nel 2016, quella che ancor oggi è la più arretrata delle leggi di riconoscimento delle coppie gay nell’Europa occidentale (la legge fu ispirata al “modello tedesco”, destinato ad essere superato pochi mesi dopo in Germania con l’adozione, anche lì, e senza neppure grandi polemiche, di una legge sul matrimonio egualitario, cioè di quello che è ormai lo standard occidentale in materia); e una prima legge sul fine vita è stata approvata solo qualche mese fa, dopo anni e anni di inutili e sconvolgenti tragedie.

“Centrodestra” e “centrosinistra” hanno invece fatto a gara, in tutti questi anni, a riempire le proprie liste e ad eleggere esponenti dell’integralismo cattolico.

Non che i partiti potessero ignorare, per esempio, il costante favore della larghissima maggioranza degli elettori italiani, rivelato da più di vent’anni da ogni sondaggio in materia, per una legge sul fine vita basata sulla piena autodeterminazione degli interessati. Ma il teorema voleva che la maggioranza degli elettori laici o secolarizzati non potesse quasi mai giungere a determinare il proprio orientamento di voto sulla base della posizione assunta in queste materie dalla forze politiche concorrenti. All’opposto, si riteneva invece che esistesse un “elettorato cattolico”, più o meno ancora organizzato o organizzabile, che proprio sulla base di tali questioni avrebbe deciso come votare. E, in un sistema maggioritario, anche piccoli gruppi di elettori organizzati possono determinare il risultato finale in collegi marginali.

Fu per questo che, nonostante sapesse bene di andare contro l’opinione largamente maggioritaria nel paese, lo schieramento berlusconiano si imbarcò nello sconcio tentativo di impedire l’interruzione dei trattamenti inflitti per decenni al corpo di Eluana Englaro, e nella miserabile aggressione alla sua famiglia, nonostante la sentenza della Cassazione, ormai esecutiva dopo ben tre gradi di giudizio: tentativo andato a vuoto solo perché, nelle more della discussione parlamentare, quel corpo cessò di “vivere”.

In realtà, tutti gli studi erano da anni concordi nel rilevare come i cattolici italiani, anche praticanti e militanti, mantenessero da decenni comportamenti per nulla dissimili da quelli del resto della popolazione: quelli più conservatori, oscurantisti, illiberali o identitari continuavano a votare a destra perché particolarmente rigidi in materia di opposizione ai diritti civili; quelli più angustiati per le sorti degli “ultimi” votavano per lo più, e con altrettanta costanza, a sinistra.

Niente da fare: chiunque, nel mondo politico, tentava di accreditarsi presso il mitico elettorato “moderato” e “centrista” capace di assicurare la vittoria continuava a inseguire la chimera di un movimento “liberale popolare”. Dove “liberale” di solito non significava nulla, e “popolare” era una voluta ambiguità: popolare come opposto di elitario per un verso, e popolare come riferito al Partito Popolare Europeo, e quindi democristiano, per l’altro.

Ora finalmente, con il ritorno ad una legge elettorale prevalentemente proporzionale (e qualunque cosa si pensi dei sistemi elettorali preferibili), il bluff è svelato. Il mitico elettore cattolico integralista, quello che orienterebbe il suo voto sulla base dei propri convincimenti religiosi, aveva questa volta ben tre diversi modi di manifestarsi: nella coalizione di destra con “Udc Noi con l’Italia” (con tanto di scudo crociato nel simbolo); nella coalizione di “centrosinistra” con la lista “Civica Popolare Lorenzin”; fuori dalle coalizioni con il “Popolo della famiglia”. Nei primi due casi, gli elettori avrebbero potuto ragionevolmente contare sulla possibilità di fare comunque pesare il proprio voto, a meno di risultati catastrofici, a vantaggio della coalizione preferita.

I rispettivi risultati nelle elezioni per la Camera (del tutto analoghi a quelli ottenuti per il Senato) sono stati i seguenti: 1,30 % (nonostante qualche residua clientela personale), 0,54 %, 0,66 %. Tutti insieme (ma impossibili da raggruppare, a causa della loro eterogeneità), 2,5 %.

Alle politiche del 2008 l’analoga lista “Aborto? No grazie” di Giuliano Ferrara aveva raccolto lo 0,37 %. Se allora si poteva ritenere che il mitico elettore cattolico integralista e presuntamente decisivo se ne fosse tenuto lontano per non rischiare la dispersione del proprio voto in un sistema elettorale bipolare, oggi, con la legge prevalentemente proporzionale e con la possibilità di assorbimento dei voti dispersi a vantaggio della coalizione preferita, questa scusa non si può più addurre.

Ora la cosa dovrebbe risultare di solare evidenza anche ai più testoni: il “voto cattolico”, in quanto tale, nell’Italia del XXI secolo non esiste. Ci sarà anche di peggio, certamente, nell’elettorato italiano. Ma la chimera del “voto cattolico” sta solo nelle teste di legno dei politici italiani e dei media obbedienti.

Per quanto siano ottusi – lo sono e lo saranno sempre di più, perché la qualità media del ceto politico è destinata a peggiorare inesorabilmente – di quali altre dimostrazioni possono avere ancora bisogno?

Giulio Ercolessi

(Giulio Ercolessi è presidente della Federazione Umanista Europea https://humanistfederation.eu/ , la maggiore organizzazione che rappresenta laici e non credenti nei rapporti con le Istituzioni europee)

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