editoriale

LA LOTTA PER LA LAICITÀ

Di Attilio Tempestini | 28.04.2017


È il titolo di un, appena comparso, libro di Nicola Colaianni; i cui singoli capitoli propongono (rielaborandoli) vari studi, che l’autore ha firmato nel corso degli ultimi anni. Sono studi che vertono su un’ampia gamma di questioni -spesso considerandole, con riferimento al nostro paese-: insomma un discorso a tutto campo in tema di laicità.

I valori, cui si ispira tale discorso, sono quelli intuibili dal titolo del volume: sono cioè valori laici. Così, ecco che quanto al metodo della “bilateralità” dagli art. 7 ed 8 della Costituzione italiana delineato per regolare i rapporti fra Stato e confessioni religiose, appare eloquente nel libro in discorso, questo titolo di paragrafo: “il diritto comune unilaterale come garanzia dell’uguale libertà”.

Su temi poi, più specifici, Colaianni quanto alla esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche italiane ritiene “poco convincenti” gli argomenti cui la Corte di Strasburgo è ricorsa -a livello di “Grande Camera” e capovolgendo la sentenza, precedentemente emessa a livello di “Sezione”- per non censurare l’obbligatorietà di tale esposizione. In particolare, egli obietta all’argomento per cui il crocifisso è un simbolo passivo e col quale non si procede ad indottrinamenti, che i simboli notoriamente agiscono “in via subliminale”.

D’altra parte, a proposito di “unioni civili”, Colaianni rileva “dissimulazioni e pretesti del legislatore”, nella legge l’anno scorso approvata dal parlamento italiano: impegnata com’è, questa legge, a stabilire differenze fra tali unioni ed il matrimonio.

Che dai vari capitoli, del libro, emerga un profilo laico non mi sembra quindi materia di discussione. Mentre una discussione potrebbe proficuamente aprirsi se ci spostiamo su alcuni punti dell’Introduzione, da Colaianni scritta per il libro stesso: e che della laicità tratta su un piano generale. Prendiamo il punto in cui egli la ritiene, ben precisata dall’intreccio fra due sentenze della Corte costituzionale. Per un verso la sentenza che nel giuramento, previsto dal codice di procedura civile, ha dichiarato incostituzionale la formula per cui la responsabilità di chi giura è “davanti a Dio e agli uomini”, nonché l’ammonizione del giudice circa l’importanza “religiosa” del giuramento. Per l’altro, la sentenza che le norme concernenti le comunità israelitiche le ha dichiarate incostituzionali, laddove configurano un “regime così speciale” da annullare quella “garanzia dello Stato... per la libertà di religione”, che consegue al “principio di laicità dello Stato”. Ebbene, io osserverei che questa seconda sentenza propone il concetto di una laicità, contraddetta solamente se per una religione si ha un regime marcatamente “speciale”: ed in effetti è il concetto consentito da una Costituzione come la nostra, nella quale l’art. 7 prevede un regime speciale per la Chiesa cattolica e l’art. 8 consente altri regimi speciali per le ulteriori confessioni religiose. Ma resta il fatto che, secondo un generale concetto di laicità, qualunque regime speciale può ben considerarsi quanto meno un rischio.

Un secondo punto, che mi sembra meritevole di discussione, prende corpo quando Colaianni riporta la laicità ad un “dualismo degli ordini di interessi” fra lo Stato e le confessioni religiose: e, in un’ottica del genere, contesta la laicità francese che “ha finito per assumere i connotati di una religione”. Io però mi chiederei se, parlando di un tale dualismo (piuttosto che di uno Stato in seno al quale il pluralismo venga garantito, anche in campo religioso), non si indebolisca quell’istanza di un diritto comune unilaterale, da Colaianni stesso -come abbiamo visto- sostenuta. Egli si riallaccia poi, per la sua contestazione della laicità transalpina, ad un brano di Tocqueville, critico verso la rivoluzione francese. Ma Tocqueville non l’avrebbe davvero condivisa, la suddetta sentenza sul riferimento alla divinità nel giuramento: nelle pagine di La democrazia in America lo scrittore francese attribuendo uno “spirito religioso che io ammiro”, ad un giudice degli Stati Uniti il quale ha rifiutato il giuramento di un testimone giacché questi si è dichiarato ateo.

Ultimo punto: la laicità, si chiede Colaianni, avrà motivo di modificare sé stessa, di fronte alle novità cui ha portato papa Bergoglio? Io considererei il rischio di sopravvalutare tali novità. Sia nel senso che (ho già avuto modo di osservare, per “Italialaica”) sono novità, non tanto nella dimensione –rilevante per la laicità- del diritto ecclesiastico, quanto in quella del diritto canonico. Sia nel senso, che già a papa Roncalli seguirono papi di ben diverse caratteristiche.

D’altronde e ragionando più in generale, ad Obama non è forse subentrato Trump? La nota alternativa di icone, fra la Storia raffigurata (in quanto unidirezionale) come una freccia e la Storia raffigurata (per i suoi ricorsi) come un cerchio, mi pare sempre attuale.

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