editoriale

LAICI E LAICISTI, SECONDO HABERMAS

Di Attilio Tempestini | 28.04.2015


Ho sempre pensato che la crescente tendenza, per cui al termine “laico” viene affiancato e addirittura contrapposto il termine “laicista”, abbia in buona misura la finalità di espungere dal primo termine, il significato in cui tradizionalmente si parla di Stato laico: e dare a questo significato, un residuale alloggio nel termine “laicista”. Già su tale strada si è in effetti avviata, da decenni, la gerarchia cattolica; dicendosi d'accordo con una laicità “bene intesa” e talvolta precisandola, come corrispondente alla regola di lasciare a Dio ciò che spetta a Dio, a Cesare ciò che spetta a Cesare. Una regola tuttavia che non regola granché: in quanto lascia aperta, la ben nota questione della competenza sulle competenze. Chi decide se è competente Dio o Cesare, allorché entrambe le parti ritengono di avere voce in capitolo?

Mi si potrebbe far presente, che pure Norberto Bobbio riteneva utile parlare di laico e di laicista: col primo termine, cioè, designare chi ritiene da tutelare e proficua la libertà di espressione per le varie fedi ed opinioni, in campo religioso e politico; col secondo termine, designare un'intolleranza verso le fedi e le istituzioni religiose. Ma perché mai, mi chiedo, non dovrebbe per tale significato attribuito al primo termine bastare quel concetto di liberalismo, che Bobbio stesso ha delineato con i suoi classici saggi raccolti nel volume Politica e cultura? Perché, d'altro canto, non considerare che per il significato attribuito al secondo termine risultano più calzanti, a colpo d'occhio, vocaboli quali antireligiosità o anticlericalismo? Avrà forse qualche rilievo, in ciò che Bobbio pensa su questioni concernenti la religione, il fatto che mentre ritengo indimenticabili gli scritti con cui nell'appena menzionato volume egli critica un dogmatismo di tipo marxista, sinceramente non ricordo suoi saggi critici verso un dogmatismo di tipo religioso?

Comunque sia, la coppia di termini in discorso la ritroviamo proposta da Habermas in uno stralcio (comparso, qualche settimana fa, su “la Repubblica”) del libro Verbalizzare il sacro. Egli definisce laico, il non credente che si comporta con “agnostica” indifferenza nei confronti delle religioni – l'agnosticismo a me risulta, tuttavia, che conduca piuttosto ad evitare la scelta fra credere e non credere!-; laicista, chi polemizza con le religioni di grande rilevanza nell'opinione pubblica. Anzi, Habermas raddoppia la posta -lessicale- in gioco: da un lato parla di laico, o secolare; dall'altro, di laicista o secolarista.

Può darsi che, nella dimensione (cui da tempo il filosofo tedesco dedica i suoi studi) dell'opinione pubblica, un'impostazione del genere abbia i suoi pregi. In chiave sistematica tuttavia, ha il notevole difetto di aprire la strada ad una proliferazione di termini. Per esempio, occorrerà evidentemente un termine ulteriore se si intende indicare chi, pur sempre non credente, abbia nei confronti delle religioni non un'indifferenza, bensì un apprezzamento in quanto instrumentum regni.Così come, se si intende indicare chi polemizzi non con religioni, di grande rilevanza; ma con religioni minori.

Nel contempo, Habermas non rende giustizia ad una distinzione che, sul punto, mi pare assai opportuna: quella fra da un lato cosa si prova per la religione; dall'altro come si ritiene che la religione vada trattata in termini giuridici-istituzionali. Due livelli, su ciascuno dei quali si potrebbe individuare una gamma di casi, disposta lungo una scala e racchiudente l'intero arco delle situazioni che (religione per religione) appaiono ipotizzabili. Quanto al primo livello, mi parrebbe possibile allora parlare, via via, di persone filoreligiose -a cominciare evidentemente, da chi è credente-; agnostiche; antireligiose. Quanto al secondo livello, via via di persone clericali (o, se questo vocabolo sembra polemico, confessionali), secondo le quali una religione va trattata meglio rispetto ad altre fedi ed opinioni; laiche, secondo le quali va trattata in termini di pari libertà; anticlericali, secondo le quali va trattata peggio.

Una determinata collocazione, rispetto ad uno dei vari livelli, comporta spesso una determinata collocazione rispetto all'altro; ma non necessariamente. Un esempio eloquente? Il voto nell'Assemblea costituente italiana, sull'art. 7 della Costituzione il quale menziona i Patti lateranensi con la Chiesa cattolica. La Democrazia Cristiana, presente in tale Assemblea con 207 seggi, votò si. Ma il Partito Cristiano-Sociale, presente con 1 seggio soltanto, votò no.

Qual è, comunque, lo sbocco delle considerazioni di Habermas (nelle quali in realtà, a costituzioni e partiti non si presta grande attenzione)? Egli fa sua una scelta intermedia, fra “una mentalità laicista... generalizzata” ed una “deriva fondamentalista dei credenti“. Più precisamente, lo Stato per cui Habermas si pronuncia è caratterizzato sì da “neutralità ideologica” -non deve cioè “correre il rischio di farsi “organo esecutivo di una maggioranza religiosa che imbavaglia l'opposizione”-; ma “non proibisce di ammettere contenuti religiosi nella sfera pubblica politica”.

Piacerebbe davvero, saperne di più sui limiti di questa ammissione: giacché gli unici esplicitati riguardano, addirittura, il rischio di un imbavagliamento! Peraltro tale ammissibilità di contenuti religiosi la vediamo prospettata, come se (geometricamente parlando) si trattasse di un punto. Mentre essa appare, piuttosto, un segmento sul quale possono affiancarsi svariate situazioni. Si prenda la Francia, della IV Repubblica: con la sua norma costituzionale sulla laicità dello Stato -norma che, vigente anche nella V Repubblica, vuol dire par condicio fra le religioni e mancanza di concordati-; nonché con la rilevante presenza, di un partito dalla fisionomia cattolica come il MRP. Sembrerà ciò sufficiente, a Habermas, per ritenere non proibita l'ammissione di contenuti religiosi?

D'altra parte e considerando l'Italia di oggi, a Torino è in corso l'ostensione della Sindone: vale a dire di un telo, su cui a partire dal Trecento si è posta la questione se abbia avvolto Cristo nel sepolcro e quanto a cui la stessa diocesi torinese ha, qualche decennio fa, disposto una perizia e preso atto che le sue risultanze datavano il telo, ad un periodo di molti secoli più recente. Ebbene il sindaco Fassino (del PD) ha definito tale Ostensione, un “evento storico” del quale “la città è orgogliosa”. A me, sembra troppo -in materia di “contenuti religiosi nella sfera pubblica politica”-. Chissà, a Habermas.

2 commenti

Luigi Tosti:

Ho sempre pensato che il termine "laicista" sia stato coniato dalle gerarchie cattoliche (e dai politici ad esse asservite) per tentare di accreditare la tesi che la "laicità" deve essere intensa in senso "sano", cioè come diritto della Chiesa di interferire nella sfera pubblica anche con l'assegnazione di priviligi, posto che se è vero che "esiste il diritto di eguaglianza delle religioni; è anche vero che non tutte le religioni solo uguali", e che "laicista" sia, invece, chi osteggia la Chiesa cattolica sostenendo il contrario, e cioè che le religioni debbono rimanere relegate fuori della sfera pubblica e che lo Stato deve essere neutrale, senza privilegiare nessuna religione, nemmeno quella praticata dalla "maggioranza" dei cittadini. Si tratta di una distinzione fuorviante e inaccettabile, perché il principio di laicità delineato dalla Costituzione italiana implica la perfetta eguaglianza delle ideologie religiose (anche negative), sicché un VERO Stato laico deve essere -come sancito dalla Corte Costituzionale- neutrale, imparziale ed equidistante nei confronti delle ideologie religiose, senza accordare dunque ad alcuna di esse i privilegi che, invece, vengono di fatto accordati alla Chiesa cattolica. Questa neutralità può essere raggiunta solo se le religioni non si ingeriscono nella sfera pubblica con imposizioni che prevaricano i diritti di libertà delle minoranze. In sintesi, dunque, tra "laico" e "laicista" non dovrebbe esistere alcuna antinomia o incompatibilità, posto che il termine "laicista" dovrebbe indicare il "movimento ideologico" di chi condivide il principio di "laicità" affermato dalla Costituzione, al pari di "comunista" e "comunione" (di beni), che indicano, cumulativamente, il movimento ideologico di chi condivide la tesi politico-economica della comunione dei beni.

Giacomo Grippa:

La chiesa cattolica possiede una consumata,perversa abilità manipolatoria, si attribuisce addirittura la paternità etimologica del termine "laico", presentando Cristo come primo laico della storia(!), dal momento che laos significherebbe popolo, popolo per il quale il messia fu crocifisso...per adempiere al volere del Padre. Concordo quanto specificato nell'articolo, sul termine laicismo che indica la corrente di pensiero sulla separazione Stato- Confessioni, meglio ideologie religiose. Senza Concordati, senza privilegi per quella più diffusa, assicurata addirittura con trucchi o elusiuoni legislativi (si veda il mancato aggiornamento del calcolo sull'assegnazione dell'8XMille, l'incostituzionale riparto della quota dei contribuenti che non hanno scelto nè lo Stato nè le chiese; un altro consistente introito di favore per la costruzione o riparazione di chiese con l'erogazione ogni anno da parte dei Comuni del 7% degli oneri di urbanizzazione secondaria versati dai cittadini per il ritiro delle concessioni edilizie: l'assurdo dei docenti di religione, anche per i minori di pochi anni, dipendenti statali, scelti però dal vescovo e con una retribuzione superiore a quella assegnata ai docenti di altre materie. Senza limiti per la provvidenza pubblica in favore del Vaticano.