editoriale

LA FAMIGLIA, AL SINGOLARE

Di Francesco Bilotta | 10.12.2013


Qualche giorno fa, ho incontrato una Collega. Lei un’avvocata, sposata con un figlio, ha deciso, d’accordo con il marito, di adottare un bambino per dare una vita serena a chi, appena venuto al mondo, è stato subito abbandonato a se stesso.

La strada più semplice (si fa per dire), l’adozione internazionale. Talmente semplice da diventare un’estenuante odissea. Mi racconta di visite di tutti i tipi, test medici e psicologici, in Italia e in Russia e la necessità di tanto denaro. Una trafila che scoraggerebbe chiunque. Mi parla e non mi guarda. Pensavo che il suo sguardo esprimesse imbarazzo e stanchezza. Solo ora mi avvedo che davanti ai suoi occhi c’era il viso di quel bambino che vive a 500 chilometri da Mosca e che un giorno l’ha scelta come nuova mamma. «Che senso ha battersi per i diritti degli altri quando i tuoi non riesci a difenderli da tanta burocrazia?». L’ha detto come pensando ad alta voce ed è stato come uno schiaffo in pieno volto. In quel momento sono rimasto senza parole. Ora a mente fredda provo a rispondere.

Forse la domanda andrebbe riformulata così: che senso ha continuare a dibattere sulle famiglie quando ci siamo dimenticati cos’è che crea la famiglia? Guido Alpa, Presidente del Consiglio nazionale forense, l’ha detto molto chiaramente a Cagliari al Convegno Sui generis, il 13 settembre scorso: sulla questione della famiglia si sta combattendo una battaglia ideologica. Se la battaglia che una parte dell’Avvocatura sta combattendo per l’allargamento del matrimonio in senso egualitario è una battaglia ideologica, sarà bene ricordarne il fondamento e l’obiettivo. Il fondamento è la convinzione che sia prioritaria la tutela della dignità delle persone, mentre l’obiettivo è scardinare un meccanismo istituzionale che usa la differenza per opprimere una parte dei cittadini italiani. Più che un’ideologia, semmai potrebbe essere considerata un’utopia, secondo le categorie di Karl Mannheim. Ma che non sia tale ce lo dimostrano i tanti Paesi nel mondo dove tutto ciò è già realtà.

Cosa ha in comune tale battaglia con le difficoltà connesse all’adozione internazionale? Il fatto che il nostro diritto è organizzato intorno a una ben precisa idea di famiglia, che deve essere formata da persone di sesso diverso, capaci di procreare, dotate di mezzi economici sufficienti a mantenere i figli che hanno fatto nascere, unite in un legame che è preferibile non si interrompa. È per questo che non solo il matrimonio egualitario è connesso alle difficoltà che incontrano le persone che intendono adottare, ma ha anche a che fare con il divorzio c.d. breve, con l’inesistenza di istituti alternativi al matrimonio, con la legge sulla fecondazione medicalmente assistita, e più in generale con la mancanza di una politica sociale focalizzata sui molti modi in cui si può declinare il concetto di famiglia.

Come ha sottolineato Chiara Saraceno, nel corso del recente Convegno di studi organizzato dalla Consulta torinese per la Laicità delle Istituzioni, Laicità e famiglie nella società secolarizzata, al giorno d’oggi più soggetti si sono proposti come autori di modelli famigliari, mettendo all’angolo lo Stato e la Chiesa. A me pare che tali modelli alternativi di famiglia abbiano un elemento in comune poiché tendono a organizzarsi su due direttrici: la solidarietà tra tutti e il benessere di tutti coloro che fanno parte di questa formazione sociale.

La distanza tra l’emergente realtà sociale e l’afasia (o la timidezza per dirla con Renzi) del nostro Legislatore si coglie nei tentativi strenui degli operatori del diritto di dare comunque risposte ai bisogni concreti dei cittadini. Non che sia una novità sotto il profilo giuridico, ma la recente iniziativa dei Notai di ricordare a tutti la possibilità di sottoscrivere contratti che regolino i rapporti di carattere patrimoniale tra i partner di una coppia non coniugale è l’ennesima dimostrazione di quanto sia reale e diffusa la richiesta di un diritto di famiglia diverso.

Una volta tanto devo riconoscere che il Pontefice ha dato a tutti una lezione di grande concretezza diffondendo un questionario per ripensare profondamente l’azione pastorale della Chiesa cattolica. Non ha chiuso gli occhi di fronte alla realtà, anzi ha invitato tutti a osservarla molto bene e a chiedersi cosa si possa fare da cattolici per ricondurre quella realtà nell’alveo dell’ortodossia.

E le istituzioni repubblicane? Il nostro Paese, meglio il nostro Legislatore, sta rifiutando l’idea stessa di cambiare paradigma con riferimento alla famiglia. Tutto quel gran parlare che si fa di “nuove famiglie” testimonia paradossalmente la volontà di ribadire l’esistenza e la legittimità di un ben preciso modello di famiglia, considerando tutto il resto qualcosa di naïf, che simula LA famiglia.

E questa non è ideologia? Lo è certamente. Tale ideologia totale ha come fondamento un potere oppressivo che soffoca le differenze, e come obiettivo il controllo del mutamento sociale. Di fronte a un tale scenario la “timidezza” non può essere invocata come giustificazione dell’immobilismo.

Jean-Paul Sartre definisce l’uomo libero «perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa». Sarà bene ricordare a noi stessi che tutte/i singolarmente e collettivamente in quanto libere/i siamo responsabili anche per ciò che non facciamo.

 

(Disegno da: tutelaminoriunife.it)

Nessun commento