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SIGNOR PRESIDENTE, SIAMO COLPEVOLI ANCHE NOI!

Di Valerio Gigante | 05.07.2019


«Signor Presidente, se la solidarietà sta divenendo in Italia un reato allora noi le comunichiamo che vogliamo compiere ogni reato di umana solidarietà e che ci associamo a quanto ha fatto la comandante Rackete e desideriamo essere indagati e processati anche noi per apologia di reato e ci offriamo di ricevere la pena prevista per questo reato». Lo scrivono oltre 30 tra teologi, canonisti, storici della Chiesa in una lettera di auto denuncia inviata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il mondo cattolico, anche nei suoi livelli accademici, continua a mobilitarsi a sostegno della solidarietà nei confronti dei migranti ed a difesa di chi, come Carola Rackete, ha scelto di rischiare in prima persona per salvare vite umane.

Inoltre, l’accusa alla capitana Carola, sostiene la lettera, è ridicola ed inaccettabile: come si fa infatti a dire «che una minuscola unità navale, totalmente disarmata e con a bordo dei poveri naufraghi voglia e possa far guerra all’Italia»? La verità è che «non vi è nessuna minaccia e nessuna guerra in atto, se non quella scatenata da mesi nei confronti di esseri umani bisognosi di soccorso e desiderosi di vivere. Non si fa guerra ai poveri e il nostro posto di insegnanti di una Facoltà Teologica è lì dove la vita viene offesa e negata».

I docenti firmatari avvertono i fatti della Sea Watch come direttamente collegati al ruolo di formatori che svolgono: «Come insegnanti, signor Presidente, siamo molto allarmati da questo crescente clima di odio e di aggressione continua soprattutto nei confronti di impoveriti, indeboliti e sfruttati. Questo clima non potrà non avere conseguenze gravissime nella formazione di un comune sentire degli italiani, soprattutto dei più giovani nei cui confronti abbiamo il dovere di dire la verità, di promuovere il dialogo e l’accoglienza, di mostrare il bene della nonviolenza e non favorire e sostenere la mistificazione e l’intolleranza che sfociano inevitabilmente nell’odio».

Per questi motivi, conclude la missiva, «non lasceremo sola la comandante Rackete che con la sua disobbedienza civile ha dimostrato una passione per l’umanità esemplare e associandoci alla comandante attendiamo di essere anche noi processati».

Il gesto ricorda altre celebri iniziative avvenuto in passato in ambito cattolico. Nel 1965, don Milani fu messo sotto processo per apologia di reato, per aver difeso gli obiettori di coscienza (allora una legge che garantisse il diritto all’obiezione di coscienza non esisteva e chi rifiutava di indossare la divisa finiva in carcere per renitenza alla leva) contro i cappellani militari in congedo della Toscana che su un giornale avevano definititi “vili” gli obiettori. «Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro», scriveva tra le atre cose don Milani ai cappellani. Parole che ricordano da vicino quelle della lettera pubblicata in esclusiva da Adista: «Non si fa guerra ai poveri e il nostro posto di insegnanti di una Facoltà Teologica è lì dove la vita viene offesa e negata».

Qualche anno dopo la vicenda di don Milani, un altro celebre episodio scosse il mondo cattolico. Nel 1969 un migliaio di parrocchiani dell’Isolotto, a Firenze, si auto denunciarono in solidarietà al loro parroco, don Enzo Mazzi, e di altri 4 preti e 3 laici indagati per istigazione a delinquere e turbamento di funzioni religiose, durante i celebri fatti che portarono alla rimozione di don Mazzi da parroco. Nel 1971 furono tutti assolti.

Per contatti: prof. Salvatore Purcaro, 339 4128647

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