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TORNARE DA DOVE SIAMO VENUTI

Di Giovanni Fioravanti | 05.07.2018


“Se non vuoi il crocifisso torna al tuo paese” porta scritto il cartello esibito da una passionaria al raduno di Pontida. Verrebbe allora da pensare che l’umanità dei leghisti si arresta di fronte a chi non riconosce il valore della croce. Non è vero che i porti sono chiusi a coloro che fuggono da guerre civili, dittature e povertà.  I porti sono chiusi agli infedeli. È l’ostracismo agli infedeli. Il cristianesimo è qualcosa che si esercita solo tra cristiani. Tu come me, se no a casa tua. Solo gli identici e gli uguali possono stare insieme.

Allora non è questione che tu povero migrante vieni a casa mia a togliermi il lavoro e i servizi sociali. La questione è il crocifisso, se a te sta bene ci puoi anche stare qui, se no te ne devi andare.

Le migrazioni da sempre sono una costante della storia umana, come l’avversione alla contaminazione culturale da parte dei paesi toccati dai flussi migratori, la tendenza a chiudere le frontiere e a creare ghetti di etnie. Non c’è nulla che può fermare le migrazioni e giustificare l’ostilità nei loro confronti.

Per questo ci si inventa la sicurezza che sta all’origine del contratto sociale tra i singoli cittadini e lo Stato. Rinuncio a parte della mia libertà che delego alle tue istituzioni affinché tu Stato garantisca la tutela della mia persona e dei miei beni. Se questo viene meno, non ha più ragione d’essere il contratto sociale e di fronte ad uno Stato assente sono costretto a difendermi con le miei armi.

Siamo ai principi basilari all’origine della convivenza sociale. E allora la strada più facile per mantenere la promessa del contratto sociale è erigere muri, innalzare confini, creare le barriere.

Quindi, il crocifisso esibito dalla signora a Pontida sembrerebbe non c’entrarci nulla, se non fosse che l’infedele, più che dei beni materiali, può privarmi dei beni immateriali, tanto più preziosi, come l’anima.

Il “Vade retro Satana” è il timore dell’invasione che entra dentro di te, contamina le tue fibre e i tuoi pensieri, il tuo sangue e le tue generazioni, e subito tutto non è più come prima. Ma da sempre tutto non è più come prima, perché questa è la storia dell’umanità su questa Terra. Consola l’idea che si può tentare di difendersi, ma la battaglia fortunatamente è persa.

Più che la questione migratoria dovrebbe terrorizzarci la questione culturale che sta dietro alla paura di chi si sente debole di fronte alla religione dell’altro. C’è un’emergenza culturale inedita, se la maggioranza del paese possiede una cultura così debole da temere quella dell’altro. Un paese dall’identità così fragile che a guardarsi allo specchio dei propri valori finisce per non riconoscersi più.

Il populismo come difesa, come riconoscimento di sé nel popolo di appartenenza, oggi appare la ricetta, quella che restituisce sicurezza alla propria identità, alla propria fragilità culturale, ma se la cultura non si rinnova nelle sfide si atrofizza e anziché essere uno strumento per orientarsi nella realtà finirà per farci smarrire in una storia che hanno scritto gli altri e nella quale saremo stranieri privi di identità. A nostra volta migranti verso un altrove che avrà abbattuto la sicurezza dei nostri confini e delle nostre barriere.

Ciò che spaventa è l’idea di una cultura identica a se stessa, imbalsamata. La constatazione che in un’epoca di conquiste della scienza e della tecnica, come mai nel passato, la cultura si sia arresa all’ignoranza. Scienza e tecnica trasformano la nostra vita, ma non maturano le nostre menti, che anzi arretrano nelle casematte del passato. Il timore di prospettarsi il futuro, di produrre una cultura in grado di illuminarne il buio e renderlo luce, apparizione.

La signora che pretende di rimandare a casa coloro che non vogliono il crocifisso ha la mente così imbevuta dalla sicurezza dell’ignoranza da non mettere nel conto che il diritto di contestare il crocifisso nei luoghi pubblici, dalle scuole agli ospedali, non ha colore né provenienza, ed è una legittima rivendicazione di chi già si trova a casa propria.

Il problema della cultura è questo, consiste nell’impedire che gli altri che non la pensano come te si sentano stranieri a casa loro, perché diversamente anche il tuo vicino diventa un infedele invasore a cui chiudere ogni possibile accesso. Ognuno intento a difendere la propria torre d’avorio e la moltiplicazione delle torri porta alla babele umana.

Populismo, prima noi, chiusura dei porti, dazi, identità nazionali sembrano ora la strada giusta, quella diritta e breve, la strada della semplificazione contro la complessità. L’impulsività e l’affabulazione di una ritrovata infanzia dei popoli nei confronti del realismo della realtà.

Ma bambini si dura poco, quella realtà reale costringe prima o poi tutti a diventare adulti in fretta, perché la complessità si farà sempre più complessa e le nostre menti non possono correre il rischio di farsi sempre più sempliciotte e semplicistiche, sempre più fucine di pensieri deboli destinati ad infrangersi contro la prepotenza della storia.

Anche noi avremmo bisogno di lasciare la nostra casa e intraprendere l’avventura della migrazione per il mondo che ci conduca a riscoprire la forza propulsiva della cultura, sarebbe un ritornare da dove siamo venuti.

Un commento

Stefano Covello:

Il Vaticano imperversa, doppiogiocando, come San Francesco, non d'Assisi, ma di Paola, il qual ultimo restò in Francia 25 anni alla corte di Luigi XI. Questo papa Francesco mi pare proprio così, di Paola.