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SENTENZA UE

Di Ileana Montini | 20.03.2017


A metà marzo è giunta sotto i cieli della UE la sentenza delle Corte di Giustizia che riconosce il diritto alle aziende private di licenziare -senza discriminazione- donne e uomini in base a "Una regola interna che proibisca di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso ". Con una precisazione: “Può invece costituire una discriminazione indiretta qualora venga dimostrato che l’obbligo apparentemente neutro della regola rechi, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono a una determinata religione o ideologia “.

La sentenza è una risposta al ricorso, contro il licenziamento, presentato da due donne musulmane francese e belga. Le reazioni dei musulmani è stata immediata sul Web e con comunicati stampa. Ultima la “lettera” inviata ai sindacati italiani dalle donne della Costituente Islamica. Ora, la Costituente Islamica è nata in seguito al patto votato da molte associazioni islamiche al Viminale. Il 1 febbraio La Repubblica riportava così l’evento: ‘il documento è stato sottoscritto dalle principali associazioni e organizzazioni islamiche in Italia, rappresentative di circa il 70 per cento dei musulmani che attualmente vivono in Italia’.

‘È un atto che considero straordinario - dice il ministro -, un importante passaggio utile per la vita del nostro Paese’.

Tra i punti salienti del patto, come sottolinea Minniti in conferenza stampa, c'è la ‘formazione di imam e guide religiose’ che prelude a un albo degli imam. Inoltre, le associazioni islamiche si impegnano a ‘rendere pubblici nomi e recapiti di imam, guide religiose e personalità in grado di svolgere efficacemente un ruolo di mediazione tra la loro comunità e la realtà sociale e civile circostante; ad ‘adoperarsi concretamente affinché il sermone del venerdì sia svolto o tradotto in italiano’; ad ‘assicurare in massima trasparenza nella gestione e documentazione dei finanziamenti’. Il documento di fatto consente di superare anche antiche contrapposizioni tra alcune associazioni islamiche.

Immediata la reazione dei musulmani che contestano il metodo del loro associazionismo -come l’UCOII- ritenuto non democratico in quanto verticistico; pertanto non veramente rappresentativo perché non votato. Il sottotitolo della Costituente Islamica, recita: ” Una fede, una comunità, una voce”. C’è stato chi ha insinuato che con la Costituente si vuole aprire la strada al partito islamico in Italia.

Per il momento c’è la reazione alla sentenza della Ue che, francamente sembra burocratica e confusa, anche in quanto -non si può non avvertirlo- riguarda soprattutto le donne islamiche; soprattutto quelle che hanno conquistato il diritto a lavorare fuori dalle pareti domestiche.

Nella lettera si legge : ” Molte ragazze che oggi portano l’Hijab sono nate nel nostro Paese, qui hanno studiato e qui vogliono vivere. Non ci si può imbarazzare di fronte alla scelta autonoma di una donna. Il velo è, per chi crede, un precetto e non si può obbligare una donna a scegliere tra la sua fede ed il suo diritto all’emancipazione attraverso il lavoro e l’autonomia economica. Un pezzo di stoffa che è parte della nostra fede e che nulla toglie alla libertà degli altri.”

Da notare che l’accento è posto sull’Hijab come precetto della fede. Negli interventi sulla stampa e su Facebook, si sottolinea -anche- che il velo è un ordine coranico e non un simbolo.

Ma è nella legge francese del 2004 che il divieto di “ostentazione “ nelle scuole e in altri luoghi pubblici, si usa la parola simbolo; mentre nella sentenza UE si usa la parola segno.

Il precetto significa ordine di adempiere a determinati obblighi emanati da un’autorità. Il simbolo è un segno di riconoscimento, o un gesto, o un oggetto, un elemento atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dall’immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla mediante gli aspetti stessi come caratteristica dell’elemento medesimo.

Il precetto va considerato in ordine a un contesto fonte dell’obbligo.

Che cosa allora si può dedurre dalla critica formulata dalla lettera aperta delle donne musulmane della Costituente? Che intendono giudicare la risibile sentenza dal punto di vista religioso, come se non si vedesse l’altro punto di vista: quello delle istituzioni laiche. In altri termini: come se si pretendesse che gli stati -o gli istituti sovranazionali come la Corte di Giustizia della UE- dovessero giudicare secondo le norme religiose.

La fonte della legislazione in Europa non è più la religione con i suoi precetti. Nello stato Pontificio tutti erano obbligati all’osservanza dei precetti religiosi; persino a mangiare di magro venerdì.

Nel 2006 i musulmani hanno predisposto una “Carta dei Musulmani d’Europa” (FIOE) che ora viene citata dalla Costituente. Al punto 20 si legge: “I Musulmani d’Europa sono invitati a integrarsi positivamente nelle società in cui vivono, sulla base di un armonico equilibrio tra la preservazione dell’identità musulmana e i doveri di cittadini. Ogni forma di integrazione che non riconosca il diritto dei Musulmani di preservare la propria identità islamica e di osservare i propri doveri religiosi è contraria agli interessi dei Musulmani e delle società europee a cui appartengono.”

Nel sito della C.I. in un articolo si accusano forse i musulmani del patto del Viminale scrivendo, tra l’altro:  “Vogliono un islam che nella sua forma pubblica e organizzata non si ponga come soggetto che sproni al bene e condanni il male anche nel dominio politico sociale e proponga a un occidente spiritualmente sfibrato, eticamente compromesso e socialmente ingiusto, un umanesimo che rimetta la relazione virtuosa con il Creatore e il creato al centro della sua riflessione e prassi personale e collettiva.”

Un altro articolo si occupa della laicità dello stato: “ (…) Ci sono invero norme che cozzano fortemente con la nostra etica, come del resto il divorzio per molti cattolici o la regolamentazione delle coppie gay per noi e loro. Tuttavia si tratta di opportunità e non di obblighi e quindi chi le trovasse incompatibili con la sua specifica etica, religiosa o laica, non è certo tenuto a praticarle. Noi non vogliamo costruire uno Stato islamico in Italia né introdurre elementi di shari’ah nell’ordinamento, ma certamente partecipare al dibattito civile su queste controverse materie.”

Si adombra, proprio con queste affermazioni, il partito islamico? Sembra ci sia un po’ di confusione o contraddizione. Su Facebook si leggono accuse di  “ideologia gender” nelle scuole a imitazione, e con le stesse immagini, dei cattolici del Family day. O ci si dichiara d’accordo con l’obiezione di coscienza alla legge 194. E contro la legge delle unioni civili.

Quando i politici discorrono di integrazione è difficile capire dove vanno a parare. Come risulta, anche, dall’intervento del presidente della Regione Puglia alla trasmissione “L’aria che tira”: dove a una domanda sulla sentenza dell’UE, ha semplificato il tutto dicendo che le fedi religiose devono esprimersi liberamente.

Semplice, no?

2 commenti

Antonia Sani:

E' una brutta sentenza, per i motivi messi qui in evidenza. Pensare che sia stata emessa dalla Corte di Giustizia Europea non può che dispiacere. E' vero che si inserisce pienamente nell'attuale contesto socio-culturale-economico. In una località balneare del meridione, il padrone di un bar in cerca affannosa di personale, a due ragazzine col velo islamico in cerca di un lavoro occasionale, si affrettò a rispondere che non aveva bisogno di nessuno... Alla mia perplessa domanda rispose " No no! quelle mi fanni scappare tutti i clienti !". La nostra sarà pure una società per più versi pagana. Ma non laica. La discriminazione sulla base di un conformismo razzista che pare inarrrestabile è un dato di fatto. Sicuramente nell'azienda cui è rivolta la sentenza nessuno oserebbe protestare per eventuali presenze di crocifissi o di suore ( nel caso che qualcuna di esse eccezionalmente si trovasse a lavorare in quell'azienda...) La sentenza mette nelle mani dell'azienda la decisione circa simboli ipoteticamente ritenuti discriminanti, e quindi da vietare. La laicità è fortemente colpita: infatti la sentenza non è un invito alla tolleranza reciproca, ma un incentivo a nascondere le proprie identità, in nome di una serenità che può favorire la produzione.. e quindi il mercato.l E', insomma, un adattamento alle maggioranze vigenti Antonia S.

Francesco Introzzi:

Ogni nascondimento è una scuola di paura e di ipocrisia. Anche l'obbligo di nascondere le proprie espressioni identitarie è una limitazione - e repressione - della libertà e del libero relazionamento inter-personale, aggiungo una repressione del libero relazionamento infra-comunitario, quindi si tratta, non solo di una limitazione della libertà personale ma anche della limitazione della sovranità politica localistico-comunitaria. In tutte le aule scolastiche di livello primario - a titolo di educazione alla libertà di auto-espressione identitaria - dovrebbe esserci uno spazio murale, un grande pannello - un supporto di legno compensato, una sottile lastra di metallo - sul quale affiggere dei riquadri standard (fogli A4)contenenti immagini (disegni, fotografie, dipinti) rappresentative di figure simboliche (personaggi storici, scene mitologiche, figurazioni simboliche, simboli religiosi, immagini sacre, bandiere), tutto all'insegna di una libertà espressiva, sempre ovviamente non lesiva dell'altrui identità intellettuale. Cuneo, 30 marzo 2017 Francesco Introzzi