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LIBERTÀ VO CERCANDO

Di Francesco Bilotta | 06.08.2013


Qualcosa di tremendo è il titolo di una lettera aperta scritta da Costanza Miriano, una giornalista che – come ci informa il suo blog – collabora con l’Avvenire ed è autrice di un libro che si intitola “Sposati e sii sottomessa”.

L’Autrice implora di non ricorrere più alla maternità surrogata, causa – a suo dire – di sofferenze indicibili.

Lo sguardo corre tra le righe del testo alla ricerca di dati aggiornati che ci dicano quante migliaia di donne soffrono così tanto, ma soprattutto perché soffrono e in cosa consistono tali sofferenze. Niente. La retorica fine a se stessa rifiuta ogni pretesa di conoscenza.

Eppure, non riesco a non pormi alcune domande. L’Autrice della lettera conoscerà molte madri surrogate o molti bambini nati con questa tecnica? Avrà intervistato molti genitori che l’hanno utilizzata, che si sono amaramente pentiti e che ogni giorno vivono un tremendo senso di colpa? Sono domande senza senso. All’Autrice interessa spaventare, agitare fantasmi, non certo stimolare il lettore a conoscere, a usare la ragione.

Nei giorni scorsi ho letto d’un fiato un libro che mi ha molto dato da pensare. Non ne dubitavo del resto che sarebbe andata a finire così, conoscendo le sue Autrici: Chiara Lalli e Filomena Gallo. Il titolo del volume è Il legislatore cieco. I paradossi della legge 40 sulla fecondazione assistita (Editori Internazionali Riuniti, Lavis, 2012).

Chiara Lalli ha raccolto storie di vite rovinate dalla pretesa del legislatore italiano di decidere in astratto cosa sia il bene e cosa il male, al punto da criminalizzare la maternità surrogata. Ogni volta che si finisce di leggere una di queste storie, la domanda che ti ronza in testa è sempre la stessa: “perché?”.

Perché a Neris, portatrice sana insieme al marito di atrofia muscolare spinale, hanno dovuto impedire una diagnosi preimpianto dell’embrione e lasciarla in balia della statistica, con un 25% di possibilità di concepire un bambino con quella malattia? Perché ha dovuto assistere alla morte atroce della figlia che dopo tanti sforzi era riuscita a concepire? E ti rimbombano in mente le sue parole: “non lo capisco: perché vietarmi di evitare uno strazio del genere?”.  Ecco appunto, perché?

“Molti medici e ricercatori italiani lavorano all’estero, fanno quello che qui è vietato. Vai avanti e dietro dall’Italia con lo stesso referente. Vai ad Atene e le analisi che ti servono vengono fatte in Italia. Poi torni in Italia e poi riparti. Cosa c’è di più assurdo e ingiusto?”… E costoso? E ipocrita? Aggiungo io.

Poi Filomena Gallo, che con la sua lotta per i diritti fa onore all’Avvocatura italiana, ci spiega come è riuscita a ottenere dal Tribunale di Salerno l’autorizzazione a effettuare un’analisi pre-impianto.  Senza nulla togliere alla bravura di Filomena, ritengo che un peso nella vicenda l’abbia avuto il fatto che a decidere la controversia sia stato un giudice, il dott. Scarpa, noto per la sua cultura e per la sua sensibilità. Ma come si fa a vivere in un Paese dove la tutela dei diritti fondamentali è rimessa alla comprensione di un giudice? Come si può pensare di essere in una democrazia matura quando il Parlamento non si cura di rispettare la Costituzione repubblicana?

Le altre storie sono quella di Ilaria, che sempre grazie alla Legge n. 40/2004 non ha potuto ricorrere all’eterologa; quella di Novella, la cui madre si era resa disponibile a portare avanti una gravidanza al suo posto, visto che a lei l’utero lo avevano asportato dopo una grave emorragia post partum in cui aveva perso il bambino. E poi quella di Camilla che, avendo rinunciato al suo desiderio di maternità, voleva donare alla ricerca i suoi embrioni, non più adatti all’impianto in utero. No, nemmeno questo si può fare in Italia. E così ha trovato un istituto in Svezia e glieli ha donati.

Ti indigni a leggere la riflessione di Camilla: “un cittadino italiano ha diritti molto diversi da un cittadino spagnolo o francese”. E il pensiero va subito ai tanti “no” che ci impediscono di essere liberi, di decidere sulle nostre esistenze, grazie alla protervia di chi pensando “io non lo farei” arriva alla conclusione “nessuno deve farlo”.

Nell’introduzione Chiara Lalli e Filomena Gallo sono chiare, esplicitano il loro punto di vista: “La libertà è preferibile alla coercizione, e quest’ultima deve essere giustificata da ragioni intellegibili e forti”. Ecco cosa manca al nostro dibattito pubblico in materia di diritti della persona. Ragioni intellegibili e forti.

Non intendo sorvolare sulla imprescindibilità del corpo femminile nelle gestazioni per altri. È un tema complesso che non si può esaurire in poche righe. Mi limito a sottolineare come la qualità delle relazioni si giochi sempre sul rispetto reciproco che nasce tra chi ne è protagonista. Le storie che conosco di surrogacy si caratterizzano per il profondo sentimento di solidarietà che lega le parti e sono lontane anni luce da ogni forma di sfruttamento della donna. Non si può certo escludere astrattamente che la coppia committente o la gestante colga l'occasione per trarre vantaggio dalla situazione a scapito dell’altra parte, ma se questo è il problema, si dovrebbe ragionare sul modo di affrontarlo, non lanciare anatemi.

Non ci si dovrebbe limitare a vietare – come fa la Legge n. 40/2004 – ma si dovrebbe compiere ogni sforzo per creare presidi giuridici efficaci contro la prepotenza, come dimostrano le molte legislazioni estere che si occupano di maternità surrogata, in cui ogni forma di reificazione del corpo femminile in una logica mercantile viene bandita. La gestazione per altri crea un nuovo orizzonte di rapporti, che sfugge ad ogni determinismo biologico, oltre che a una visione binaria e irrigidita delle relazioni umane e della genitorialità. Nella gestazione per altri, la capacità di portare una vita nascente in grembo può divenire presupposto di un atto di solidarietà. Cosa c’è di sbagliato in questo?

Ma forse il problema è più generale. L’atmosfera che da anni ormai si respira nel nostro Paese a me sembra smentisca un’affermazione di Norberto Bobbio concernente i diritti fondamentali. Secondo il filosofo: «Quando si tratta di enunciarli l'accordo è ottenuto con relativa facilità, indipendentemente dalla maggiore o minore convinzione del loro fondamento assoluto: quando si tratta di passare all'azione, fosse pure il fondamento indiscutibile, cominciano le riserve e le opposizioni» (N. Bobbio, L'età dei diritti, Einaudi, Torino 1990). Spiace constatare che tale “facile accordo” in Italia non sia più possibile nemmeno con riferimento a quello che Kant aveva considerato il più innato di ogni diritto: la libertà.

 

 

 

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