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QUANDO A SCUOLA DICEVANO CHE “FACEVAMO POLITICA”

Di Ileana Montini | 12.04.2012


In Veneto, in provincia di Treviso, accadeva che quando ricevevano l'incarico nelle scuole  insegnanti provenienti dalle aree geograficamente dal punto di vista elettorale a sinistra, genitori e colleghi li guardassero con un certo sospetto. Si trattava degli anni settanta e talvolta  questi professori e professoresse erano oggetto di serrato controllo perché potevano  “fare politica” in classe. Ovviamente una “politica” non gradita e in più non erano considerati affidabili perché ritenuti non credenti o giù di lì. Poi accadeva anche che scoprissero come il prof. arrivato dalla Romagna, fosse invece di Comunione e Liberazione.

Me ne sono ricordata leggendo il saggio appena uscito del sociologo Ilvo Diamanti sulla crisi dei partiti (GRAMSCI, MANZONI,E MIA SUOCERA, ED. Il Mulino).

Diamanti sostiene che grandi cambiamenti sono ormai intervenuti in ambiti politici come la democrazia, la rappresentanza, i partiti, la scelta del voto, le leadership e le èlite.

I partiti sono diventati dei cartelli di oligarchie e alimentano disaffezione e sfiducia. Parallelamente si è imposta la comunicazione mediale; in particolare la televisione. Ci sono ormai casi frequenti di partiti creati ad arte dal leader per promuovere la propria candidatura. E comunque tutte le tendenze vanno nella direzione della personalizzazione, cioè del crescente ruolo della “persona”. La personalizzazione però riguarda ogni ambito, dall’impresa alla finanza.  Anche la campagna elettorale è diventata permanente allo scopo di produrre il consenso (o il dissenso) intorno al governo in carica.

Siamo di fronte all’espansione di una sorta di democrazia im-mediata, dove le grandi narrazioni - le ideologie e i sistemi valoriali importanti - non servono più. Prevale, in effetti, lo storytelling, mutuato dalla pubblicità commerciale. Si costruiscono storie individuali che mirano a determinare l’identificazione tra il leader e l’elettore. Berlusconi ha dato una mano larga a questa lenta trasformazione del Paese in neo-presidenzialismo.

Il sociologo urbinate disegna i profili delle subculture politiche territoriali radicate da lungo tempo nel Paese e fondate su appartenenze ideologiche e /o religiose.  Il Nord-Est è da sempre abitato dalla subcultura “bianca”, mentre la subcultura “rossa” si è sviluppata, a partire dall’Emilia-Romagna, nelle zone centrali. I cittadini della provincia di Treviso che sospettavano continuamente dei prof. provenienti dalle zone rosse, pronti a chiedere un trasferimento di ufficio per “incompatibilità ambientale” come recitavano le norme scolastiche approvate per legge, votavano Democrazia Cristiana a grande maggioranza preferendo i candidati delle correnti più a destra. E oggi quella provincia si distingue per i suoi politici leghisti venati spesso di un razzismo rozzo.

Negli anni ottanta le due subculture hanno cominciato a segnare il loro declino. Un declino, sostiene Diamanti, ma non la scomparsa tout court.  Una grandissima parte degli elettori continua a votare nello stesso modo. Non per lo stesso partito, ma per la stessa “parte”, lo stesso schieramento.

Le scelte non riguardano tanto il partito, quanto lo schieramento. La Lega Nord di Bossi continua a mietere successi nelle zone un tempo letteralmente democristiane. Da bianco fiore, a verde padano. Nel Meridione, scarsamente dotato di tessuto associativo e limitati sistemi economici locali, la Dc e lo Psi, anche grazie al ruolo della spesa pubblica e dell’intervento dello Stato, hanno mietuto consensi compensando le perdite del Nord.

Nel sud si riproduce la geografia dei partiti di governo degli anni Ottanta. “In altri Termini - scrive Diamanti - le subculture politiche saranno anche scomparse, insieme ai loro fondamenti–partiti, associazioni, ideologie, religione. Ma nelle zone dove erano insediati un tempo, oggi si continua a votare per partiti e formazioni della stessa area politica. (…) Se proiettiamo indietro nel tempo la comparazione, quindi, scopriamo la stessa frattura del 1948. Definita con una sola parola: l’anticomunismo. La coincidenza di comportamento elettorale su base territoriale, a 60 anni di distanza, si presenta, dunque, elevata. In modo perfino inquietante.”

Un altro dato interessante è la conduzione e impostazione delle campagne elettorali che mirano a intercettare il senso comune, la tradizione in altri termini, per iscriverlo all’interno delle proprie strategie sia politiche sia comunicative. È da leggere in questo senso il ricorso al termine “comunismo” da intendersi però su di un piano popolare e populista.

Negli anni settanta in Veneto, se si entrava in una chiesa la domenica si notava la divisione sessuale dei fedeli: da un lato le donne, dall’altro gli uomini. Erano gli anni del dopo Concilio Vaticano II. Anni di speranza nella Chiesa. Il Sinodo olandese aveva auspicato una revisione del sacerdozio nel senso di aprirlo anche alle donne. In una scuola media della provincia di Treviso proposi agli alunni/e di immaginare donne sacerdote. Disegnarono donne mentre confessavano, altre mentre celebravano. I disegni furono appesi alle pareti. Quando il don insegnante di religione li vide andò su tutte le furie. La preside convocò un consiglio di classe speciale e chiese udienza al vescovo. In una classe un ragazzino, componendo un collage con foto tratte da riviste (quasi sempre Famiglia Cristiana!), ritagliò il volto del segretario liberale Malagodi (senza saperlo, ovviamente) e ci mise due mani ritagliate da un’altra foto, intorno al collo. Il collage fu visto e rivisto anche dai genitori che corsero dal preside a “denunciare”  la prof. romagnola perché era evidente che “faceva politica”.

Scrive Diamanti: “La scomparsa dei ‘luoghi ‘, la devastazione delle città, l’impoverimento del tessuto associativo, dei grandi ‘corpi intermedi’, delle grandi organizzazioni economiche e sociali hanno sicuramente spappolato le comunità tradizionali. Ma, al tempo stesso, hanno rafforzato il ruolo delle micro-relazioni, non solo nell’ambito territoriale, ma anche nella Rete”. Ecco, la religione di Chiesa, ha assunto, a mio avviso, il ruolo di tenere insieme mediante la possibilità di un’identificazione collettiva. I riti ecclesiali, dal battesimo, alla cresima, alla comunione, al matrimonio e ai funerali, sono utilizzati al fine di cementare qualcosa a favore dei residui comunitari parentali e di vicinanza. Marcando anche una differenza difensiva rispetto agli immigrati che, peraltro, usano nello stesso modo le tradizioni rituali e le loro religioni.

I partiti, invece, in mancanza tra l’altro dell’organizzazione di base delle sezioni, sono vissuti come, è stato già detto, dei cartelli elettorali d’interesse personale.

Intanto però è implosa la Lega con l’inchiesta sull’uso del denaro ricevuto a titolo di rimborso elettorale. I soldi pare abbiano preso varie direzioni: investiti chissà dove all’estero, usati per ristrutturare la casa del leader maximo, usati per foraggiare il rampollo “trota” e l’altro figlio maggiore di Bossi o la “badante” vice presidente del Senato Rosy Mauri. La Mauri è stata espulsa perché si è rifiutata di obbedire a Bossi che le aveva chiesto di dare le dimissioni dalla vice presidenza. Il Bossino invece resta nella Lega. Da tempo era in atto una guerra interna tra il “cerchio magico” guidato soprattutto dalla Mauri e dalla moglie contro l’ex  ministro Maroni. Maroni al momento ha vinto alla grande, ma deve difendere il leader carismatico pena lo sgretolamento del movimento in tanti rivoli dal Veneto all’Emilia-Romagna. La difesa è ridicola: "non sapeva". Come dire: un po’ ingenuo perché rincoglionito dalla malattia, ma sempre splendente e riconoscibile nella sua divinità; che lo rende insuperabile nell’additare la via giusta rispetto al bisogno di assecondare pulsioni etnocentriche e regionaliste.

Gian Enrico Rusconi (COSA RESTA DELL’OCCIDENTE, ed.Laterza, 2012) ci invita a fare i conti con la crisi della nazione occidentale e la nascita di richieste di “democrazia su misura”, ritagliata su confini territoriali “e secondo criteri socio-economici e culturali opportunistici e discriminatori “.

Appunto, nella realtà i politici leghisti non differiscono dagli altri in fatto di etica pubblica, ma resta la capacità di fare quadrato magari creando ad arte il capro espiatorio (la “strega” Mauri?), utilizzando il bisogno di tradizione difensiva delle identità collettive in un mondo globalizzato e, dunque, pericolosamente angosciante.

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