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LE FRONTIERE DEL CAOS

Di Renato Piccini, Paola Ginesi | 16.04.2021


«Il mondo è grande e terribile e complicato» scriveva Gramsci nel 1917 su L’Avanti… e più tardi: «il vecchio mondo sta morendo e il nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri».

È difficile descrivere con maggior incisività e chiarezza questo nostro tempo… si minimizza la forza del “vecchio”… si ignora la forza del “nuovo”… se non si riuscirà a dargli spazio al più presto, il mondo che faremo sarà troppo simile al vecchio, bloccato in un chiaroscuro che confonde e disorienta, dove agiscono le forze scatenate dal “sonno della ragione”.

Oggi il “chiaroscuro” prende spesso il nome di caos, emerso come per caso in un momento storico segnato da confusione e sbandamento: nulla, invece, è più voluto studiato programmato.

Nell’attesa che si prolunga, i “mostri” temuti da Gramsci sembrano espandersi; sempre al di sopra della legge, per nascondere la loro natura creano disordine e confusione da cui sembra impossibile sfuggire… mostri vecchi e nuovi che intrecciano i loro tentacoli nel presente.

Il problema più grave non è tanto indicare i mostri che è facile individuare, ma smascherare la pericolosa “banalità del male” denunciata da Hannah Arendt, che, in vesti e funzioni diverse, si nasconde dietro la normalità, con le ombre racchiuse nelle pieghe della quotidianità… quei mostri con un'apparenza inoffensiva finché non gettano la maschera e si scatenano contro ogni parvenza di convivenza civile, cultura, rispetto e spalancano le porte a violenza, odio, calunnie, vendetta, falsità; inondano le reti sociali, s’infiltrano in piazze e rivendicazioni stravolgendone significati e obiettivi… “l’inevitabile” repressione viene presentata e percepita come necessaria, si accettano così decreti e regole che in tempi di “ordine” sarebbe impossibile imporre.

Questa situazione di decadenza, di degrado sociale, politico, culturale, etico appare “normale” per una parte dell’opinione pubblica.

Profitto – produttività – efficienza… gli dei (o i demoni) di oggi portati avanti da una (pretesa) ordinata logica mezzi–fini negano ogni traccia di razionalità in tutto ciò che fa sì che un uomo sia uomo nel significato più profondo: libertà bellezza amore paura speranza sogno fatica immaginazione dubbio sofferenza pensiero… per impedire ogni “disturbo” al cosiddetto progresso che si costruisce alle spalle – o contro – la maggior parte dell’umanità, destinata a divenire semplice pedina nel gioco del mercato e della tecnologia, sconvolgendo coordinate storiche e geografiche.

È l’ordine che serve ad appiattire, a togliere punti di riferimento, a creare il silenzio di idee, desideri, dubbi, a chiudere nell’oscurità della paura, in un assedio alla verità, alla giustizia, alla vita sino a capitolare in una disastrosa resa e chiudersi nel proprio mondo individuale.

Dal caos, si dice, nascono crisi a catena, così situazioni ignorate da sempre sembrano esplodere improvvisamente, con grande violenza e disordine.

Non è il caos a creare la crisi, sono le molteplici crisi – climatica, sanitaria, politica, sociale, economica, etica… – a provocare il caos che incontriamo ovunque.

Cosa dire del caos ambientale, con fenomeni sempre più estremi e ritmi naturali stravolti, così drammaticamente presente in ogni periodo dell’anno e pressoché in ogni geografia? È impazzita la natura, ci troviamo di fronte ad una delle tante ere geologiche di glaciazione o surriscaldamento ripetutesi nei lontani millenni della storia della Terra o non sono piuttosto le scelte economiche e, di conseguenza, politiche, sociali, culturali che scatenano tali fenomeni?

L’attuale caos della sanità nasce da un minuscolo virus (oggi ritenuto colpevole di qualsiasi cosa) o dobbiamo cercare la sua origine in anni di subdole scelte per minare alle radici ciò che è bene comune, patrimonio di tutti, con tagli insensati e indiscriminati alla sanità pubblica a favore del privato?

Il panorama politico di oggi ha ben poco a che vedere con l’amministrazione della polis. Non esistono progetti reali su cui confrontarsi con avversari di un comune percorso democratico, visti ora come nemici da attaccare per consolidare qualche punto percentuale dei consensi elettorali.

Il caos politico italiano fu programmato, costruito su un’anti-politica che iniziò i primi passi in decenni lontani, via via che i valori su cui fu fondata la “nuova” Italia e la sua Costituzione si diluivano in compromessi, truffe, corruzione, sete di potere economico per aprirsi la strada al potere politico – e viceversa –.

Crolla un governo, ne nasce un altro e si plaude all’ordine finalmente raggiunto, un ordine costruito su un’accozzaglia di interessi elettorali, senza progetti comuni (se non è progetto comune mantenere o riconquistare poltrone)… è credibile l’ordine dei voltagabbana, le continue giravolte per conservare il proprio – piccolo o grande – potere?

Risuonano sempre più le campane di un pensiero unico di comodo, dove sembra andar bene tutto e il contrario di tutto nel far fronte ad un’emergenza quanto mai opportuna per i propri interessi. Il caos che ne deriva impedisce di trovare una soluzione, di costruire una società “ordinata” da leggi uguali per tutti, imperniata su una possibilità di convivenza che include la diversità e se ne lascia arricchire, una società che non sembra affatto interessare – e forse ne ha paura – chi ha in mano le redini del gioco.

Quali cause ha l’attuale caos in campo economico, sempre più finanziario e sempre meno reale, che sa approfittarsi di ogni catastrofe ed emergenza per arricchirsi? Basta pensare alle speculazioni recenti per mascherine, presidi medici, vaccini… La crisi bancaria del 2008 non fu conseguenza di un caos improvviso, imprevisto, ma punto d’arrivo di un percorso di cui abili burattinai conoscevano bene conseguenze e ripercussioni.

Anche la scuola, settore strategico per ogni democrazia, deve essere funzionale al disegno del sistema economico? I futuri cittadini, dai quadri dirigenti all’ultimo dei precari, potranno sfuggire al suo progetto di potere? Bastano pochi ben indottrinati a prendere in mano le redini del futuro ad uso e consumo del sistema… per gli altri è sufficiente il minimo, basta, si diceva una volta, che sappiano “leggere scrivere far di conto” e, soprattutto, schiavi dei social – definiti dal alcuni “media asociali” – e di un’ignoranza voluta, a volte rivendicata[1] quasi come un diritto.

E in campo sociale?

Tanti sembrano sentirsi esonerati da pensare, comprendere, dubitare, porsi e porre domande e, soprattutto, progettare un futuro da protagonisti, in prima persona.

Viviamo una crisi sociale con disuguaglianze evidenti ed escludenti, percentuali sempre più alte della popolazione mondiale – ed anche sull’uscio di casa nostra – hanno enormi difficoltà a soddisfare i più elementari bisogni.

In una società disgregata si assiste a esplosioni di violenza e rabbia crescente contro tutto e contro tutti, senza coordinate né soluzioni.

“Prima non c’era niente e c’era tutto”[2]: nella mitologia di popoli remoti kaos è la massa informe da cui nacque la vita, ebbe origine la Terra, l’uomo, “la tenebra iniziale da cui sorse la luce, l’immobilità da cui ebbe origine il tempo della storia”

Ed oggi? Analisi e previsioni di personalità di vari settori scientifici e culturali sembrano annunciare che, in questo assurdo ordine imposto, si sia intrapreso un cammino inverso: Terra, storia, umanità rischiano di scomparire assorbite da una realtà informe in corsa verso un kaos che è oscurità, non esistenza, solitudine dell’uomo?

Ma c’è un “altro caos” non portatore di morte ma di una perenne gestazione di vita.

Anche pensare crea disordine. Voler sapere il perché delle cose, il desiderio di conoscere, diviene inquietudine, impazienza, ansia, rifiuto di fermarsi a contemplare il già fatto, per sapere oltre, per sapere altro, per comprendere la propria ragion d’essere, il senso di tutto quanto esiste, di quello che siamo insieme ad altri, per cercare una diversa “perfezione” in ciò che facciamo, sperimentiamo, pensiamo, vediamo, sentir crescere il desiderio di decidere, la possibilità di scegliere, di assumersi la responsabilità del proprio ed altrui vissuto.

Il “disordine” delle proteste di piazza per libertà, democrazia, diritti si scontra con lo schieramento “ordinato” delle forze di polizia, ma le ribellioni popolari sempre più frequenti in ogni paese, forti nel 2019, assopitesi nel 2020 per la pandemia, tornano a rinascere con forza, nonostante l’inevitabile catena di intimidazioni e repressione da parte dei poteri formali.

E se questo caos, nato dalla società, dal “basso”, dalle esigenze della vita, fosse “profezia” del futuro? se aprisse il cammino opportuno per l’avvenire di generazioni e dell’umanità intera? se fosse il rovescio della tela con cui mani abili di uomini e donne intrecciano, costruiscono il domani?

Doña Añada[3], un’anziana indigena peruviana cieca, tesse immagini per conservare la memoria, il passato del suo popolo, ma le figure impresse nei suoi tessuti annunciano l’avvenire. I suoi concittadini non riescono a comprendere la confusione, il caos che emerge dai sui disegni, ritenuti espressione di una mente confusa. Con il tempo si accorgono che sono immagini simboliche sul futuro delle loro comunità, che devono essere interpretate per comprendere l’avvenire. Scoprono così avvenimenti non ancora successi durante la sua vita, che preannunciano fatti e vicende della storia: se ne avessero compreso il messaggio, decisioni e vicende del loro tempo avrebbero potuto avere uno sviluppo diverso.

 

I CONFINI DEL CAOS

Alla parola “caos” si dà troppo spesso un significato negativo per il timore di cadere in una non meglio specificata “anarchia” che porta verso la distruzione di quanto si conosce, dei confini dentro cui si muovono le convenzioni sociali, la propria “civiltà” condivisa con i “nostri”.

Se per il potere è comprensibile il “conservare” come garanzia per perpetuarsi, lo è meno che per una parte della società nulla appaia tanto rassicurante quanto ciò che già si conosce, rifiutando di capire come questa convinzione, entrata nella coscienza comune, sia frutto di disinformazione e manipolazione.

Ogni passaggio storico è sempre tempo di frontiera tra un passato in parte da superare e un futuro di cui non si intravedono bene le prospettive e le modalità.

Tra le frontiere di due paesi c’è una “terra di nessuno”, abitata da pochi, senza spazi ben definiti, né configurazioni precise: si parlano le due lingue, si intrecciano tradizioni, costumi, cultura popolare. Chi non la conosce può pensarla come una situazione “provvisoria”, incerta, in realtà, invece, ci si può sentire estranei ad una specifica appartenenza e aperti a maggiori possibilità, incontri, esperienze.

Nel processo storico c’è uno spazio simile, si può pensarlo come luogo di passaggio per costruire realtà inedite, per strutturarsi in forme originali, una “terra di tutti”, luogo d’incontro e di ricerca, in cui il confine tra positivo e negativo è quanto mai incerto, in cui “ordine” e “dis-ordine” più che sfidarsi si contaminano.

Nella zona di frontiera i limiti appaiono sfumati, imprevedibili i percorsi e i coinvolgimenti. In una realtà così fluida non è semplice comprendere e mantenere le coordinate, si può provare un senso di smarrimento e insicurezza, è difficile percepire le conseguenze di una scelta e non è facile conservare il necessario equilibrio.

Nessun passaggio storico, nessun percorso culturale è lineare, ordinato… sono necessari numerosi tentativi per trovare nuovi punti di riferimento, nuovi strumenti e strutture; quando si guarda un ponte o una casa appena finiti ci appare tutto ordinato e a posto ed è facile dimenticare il disordine del cantiere che ne ha permesso la costruzione.

Il percorso storico «non è né l’immobile status quo del ghiaccio, né l’incontrollabile anarchia del vapore, ma l’acqua che porta la vita» (Alberto De Toni).

L’ordine è visto come ciò che funziona e va bene per noi, assurdo voler cambiare… Si rischia, così, di giungere a un ordine “estremo”, senza sfumature, con l’inevitabile corollario di conformismo, conservazione, condizionamenti, arresto di una reale evoluzione in tutti i campi, da quello sociale a quello culturale, economico, politico, sindacale… Con la consueta ironia, Marcello Marchesi diceva: «Procediamo con disordine. Il disordine dà qualche speranza. L’ordine nessuna. Niente è più ordinato del vuoto».

«Il caos – scrive Henry Adams – genera la vita, laddove l’ordine spesso genera l’abitudine». Nel “disordine” accadono numerosi avvenimenti diversi tra i quali è più facile trovarne alcuni portatori di vita; dall’ordine nasce l’abitudine nel credere che da determinate cause possano derivare solo determinati effetti, ma, come diceva Esopo, «la forza dell’abitudine rende normali anche le cose più temibili».

Si invoca l’uomo forte per riportare un ordine compromesso, si cerca il salvatore della patria per controllare tutto ciò che si muove verso una diversità che dà incertezza perché obbliga a uscire dai propri schemi.

Da qui si apre la strada a “dittatori” dai più diversi volti, in ogni tempo e storia, ai quali viene data carta bianca: non interessano modi e mezzi, il fine è ricreare l’ordine, mettere a tacere ogni voce di dissenso che turba la routine, l’abitudine… perché, si dice, quel disordine mette in pericolo identità, cultura, visione del mondo espresse nella propria “civiltà”; le consuetudini sono parte essenziale della vita, del proprio modo di leggere il mondo, si perdono radici se non fissiamo qualcosa…

Se chi rivendica diritti e dignità fa disordine, bisogna metterlo a tacere; si fanno persino guerre umanitarie per riportare l’ordine… l’ordine di economie e politiche che favoriscono ricchi e potenti e penalizzano le maggioranze di ogni paese, tentando di non far trasparire le motivazioni di dissenso, tensioni, manifestazioni, rivolte popolari… che importanza ha se l’ordine che ne uscirà è l’ordine dell’esclusione, della povertà, delle carceri, dei cimiteri?

Siamo proprio sicuri che l’ordine sia sempre la scelta migliore?

Dall’economia alla politica, dalla società al mondo individuale, dalla cultura alla ricerca… non sembra che abbia proprio funzionato sempre bene!

Ecco, allora, l’“equilibrio delle mezze misure”: troppo ordine può causare morte per fossilizzazione, troppo disordine può causare morte per disgregazione e distruzione… e forse è preferibile il primo, per lo meno è più tranquillo, ma stare dentro gli schemi, tenere tutto sotto controllo, blocca il processo storico, porta al fatalismo, al conformismo… e nulla si muove più, al massimo si tollerano cambiamenti di facciata “perché nulla cambi”.

Nel mondo dell’arte alcuni percorsi “caotici” rispetto ai modelli estetici del periodo, sono alla base di creatività, bellezza, espressione che durano e meravigliano da lunghi tempi.

Si dimentica che tante scoperte scientifiche nascono nel seguire cammini inediti, nel percorrere strade “sbagliate”, nel metter da parte il buon senso con dubbi e perché che – si diceva – non servono a nulla, se non a perdere tempo.

Il disordine delle lotte sindacali del più o meno recente passato, ha permesso conquiste che apparivano lontane e impossibili, ma una volta realizzate sono state considerate intoccabili, per sempre… così, dopo la fatica della lotta, si scelse l’ordine, come punto d’arrivo, come orizzonte raggiunto definitivamente, dimenticando che, come scrisse Galeano, l’orizzonte si allontana via via che ci avviciniamo e serve proprio a camminare verso il futuro, a mettersi perennemente in gioco.

Si faceva tacere chi metteva in guardia contro questo tirare in secco la barca convinti di essere arrivati definitivamente al porto: soltanto nostalgici del passato che vedono il male ovunque, che gridano “al lupo, al lupo” senza ragione, che cercano di turbare l’ordine di un mondo che procede senza scosse…

E ora, dove sono quelle conquiste? quanti di quei diritti sono andati persi? Nella cecità del conformismo si è imposto l’ordine del potere politico-economico… quale disordine siamo disposti a mettere in campo, con quale disordine intendiamo dare scacco a un ordine che ci sta soffocando?

Caos, nel significato positivo – più vicino all’ascendenza greca – non significa il disordine assoluto, universale, ma indica ciò che non ha uno schema preordinato, tutto ciò che è imprevedibile, impenetrabile, carico di possibilità, ricco di “vitalità originaria”.

La curiosità, il dubbio, il pensiero spingono oltre l’ordine stabilito, oltre i limiti della conoscenza, al di là della routine consolidata, è ciò che apre all’inedito – spesso dichiarato impossibile – perché il pensiero, la curiosità, il dubbio sono parte integrante dell’essere umano, sono le forze che hanno spinto l’umanità ad un tempo diverso verso un futuro migliore, verso l’ignoto intravisto da chi non si accontenta, da chi crede che l’uomo esiste per fare la storia non per essere in balia dei giorni che passano. È il “disordine” del dubbio che dà valore ad una teoria: un pensiero alieno dal dubbio è, di fatto, un dogma.

Uscire dall’ordine del proprio presente è indispensabile per la nostra crescita, per valutare le nostre reali possibilità, per renderci conto che possiamo andare oltre i limiti imposti da un sistema lontanissimo da un mondo in cui ci sia posto e dignità per ogni persona.

 

DALL’“ORDINE-CERTEZZA” ALL’“ORDINE-PROBLEMA”

Edgar Morin sottolinea come si sia passati dall’“ordine-certezza” all’“ordine-problema“ che, per trovare risposte al presente, apre la porta al disordine, al caso, all’avvenimento: tutto, dal batterio all’essere umano, dall’atomo alla stella per organizzarsi ha bisogno del disordine per costruire l’ordine, un “sistema” nuovo, mai punto d’arrivo definitivo, ma tappa intermedia del processo storico e personale che procede attraverso un susseguirsi di differenti “ordini”; quei germi del disordine impediscono di fermarsi e mettono in campo un percorso di cambiamento verso forme adatte a nuovi sviluppi, come avviene in natura per un’evoluzione, appunto, “naturale”.

Nulla, senza cambiamenti, può durare per sempre, rispondere a tutte le esigenze, valere in ogni spazio e geografia, reggere al passar del tempo. Per quanto si voglia dare per definitivo un sistema, novità ed esigenze diverse emergeranno sempre, soffocate qui sorgeranno altrove, represse ora si ritroveranno in altri momenti; tutto è destinato a un’evoluzione, una struttura statica si esaurisce, diviene sterile per rispondere a nuove urgenze e situazioni storiche.

Tra ordine e disordine c’è un rapporto dialettico, complementare e, nello stesso tempo, contrapposto… se non vengono presi in considerazione i diversi “opposti”, dove si esprime la complessità del mondo, è quasi impossibile leggere i segni del proprio tempo.

In campo socio-politico, la mancanza di questa razionalità è spesso alla base dei vari nazionalismi/populismi nati – proprio quando c’è bisogno di maggior apertura di coscienza e di presenza – dal ripiegarsi su se stessi, su identità nazionali, etniche, culturali, religiose, sociali in una chiusura che è un autentico suicidio; si difende una visione del mondo, una cultura di piccolo cabotaggio nella ricerca di un “ordine” – ormai scardinato dalle vicende storiche e sociali – in cui si trova maggior sicurezza del nuovo che, inesorabilmente, avanza.

Non è più possibile aggrapparsi alla realtà passata che dava coordinate e sicurezza, il cambiamento era comprensibile nello scorrere di una vita e se ne potevano assorbire le conseguenze; ora si fa fatica a coglierle, ad abituarsi, passano talmente in fretta che sfuggono ad ogni controllo personale.

L’attuale universo di riferimento è molto più complesso, in passato tutto sembrava aggregarsi intorno ad un unico centro e le trasformazioni richiedevano tempi lunghi al punto che il proprio presente appariva come eterno; oggi si vivono in periodi brevi forti mutamenti e ciò che vediamo disgregarsi può riorganizzarsi intorno a nuclei così diversi da apparire inconciliabili, in contraddizione.

Le previsioni di un progresso continuo assicurato dalle leggi infallibili della storia e della conoscenza, oltre che economiche e politiche, non si sono avverate e sembra che il “disordine” prenda il sopravvento, ma dalla messa in discussione del cosiddetto ordine – sociale, scientifico, politico, economico… –, dal “disordine” che ne deriva, hanno origine trasformazione e innovazione.

Ogni processo di cambiamento contiene in sé l’idea di genesi; la rottura di una vecchia forma è parte del processo costruttivo di una nuova, ogni tipo di evoluzione contiene in sé disgregazione e realizzazione, qualcosa che finisce per trasformarsi in altro, un disperdersi per raggrupparsi in un diverso modo.

Le ragioni dell’innovazione rendono consapevoli della complessità e chiudono ogni scorciatoia interpretativa perché ogni percorso è sintesi della realtà che ci precede, di ciò che stiamo vivendo, verso nuove ipotesi e progetti cercando la sintesi dell’equilibrio tra ordine e disordine.

C’è un tempo in cui è necessario “organizzare il disordine” come momento essenziale, come punto di partenza per nuove ricerche, senza radicarsi a traguardi precari e sempre provvisori, ritenuti indispensabili e inamovibili in un anacronistico presente vero soltanto nei desideri di chi si è assestato nel proprio conformismo.

Anche nel mito biblico della creazione l’ordine ha in sé i germi del disordine nel rifiuto di Eva e Adamo di obbedire al comando di non spezzare l’ordine “naturale”: l’uomo abbandona l’eden in cerca di conoscenza e lascia la felicità sterile del paradiso originario… da questo dis-ordine nasce la storia con le sue luci ed ombre, dove l’uomo/donna è protagonista del personale e comune presente e futuro.

Se nella storia dell’umanità si fosse fuggiti dalla confusione necessaria per cambiare, dal caos indispensabile per lasciare uno status consolidato e aprire nuove frontiere, se non ci fosse stato qualcuno capace di leggere i segni della natura in modo diverso… se mai fosse sorto un perché, mai lasciati andare allo stupore di immaginare oltre ciò che si vede, mai piegarsi alla curiosità di cercare risposte a domande e dubbi, di esprimere inquietudini e condividere scoperte, di tracciare segni sulle pareti di una caverna per comunicare il proprio mondo interiore… la storia non avrebbe conosciuto alcun progresso; se le inquietudini, le differenze, il diverso modo di affrontare e risolvere problemi non si fossero imposti, nonostante incertezze e paure, l’umanità non avrebbe fatto un passo avanti.

Il disordine non ha una precisa data d’inizio, come una forza naturale, un vulcano che non può più trattenere il fuoco che scioglie la sua resistenza; il caos sembra scatenarsi senza una logica apparente, non è facile cogliere quale scintilla abbia fatto divampare il fuoco, ma è sempre gestazione di qualcosa che spezza catene fisiche, sociali, culturali, etiche, psicologiche.

Il caos che costruisce crede in un futuro già presente nell’oggi, forse non ancora comprensibile, ma in gestazione: per quanto tempo possa protrarsi l’attesa, giungerà la nascita… sicuramente, questo sì, dopo i dolori di un difficile parto.

 

LA COMPLESSITÀ DEL MONDO ATTUALE

Viviamo tempi complessi, aperti a possibilità diverse e con un forte potenziale creativo in cui ordine e disordine convivono, si compenetrano, interagiscono.

Morin definisce il caos «la disintegrazione organizzatrice, un’idea di confusione fra potenza distruttrice e potenza creatrice, fra ordine e disordine, fra disintegrazione e organizzazione».

Idee, cosmovisioni, ricerche, lotte, obiettivi, sogni, utopie… non si escludono a vicenda, ma si completano, si equilibrano, si integrano… non si può ignorare “il disordine della vita”: nulla in essa è lineare, programmato per quanto lo si voglia e per quanto si cerchi di imporre regole precise, diverrebbe un deserto sterile… sono le oasi a rompere la monotonia ordinata della sabbia: e lì c’è la vita.

La storia dell’umanità non è mai stata semplice (anche se a volte si cerca di semplificarla) ma negli ultimi tempi la sua complessità è aumentata ed è assurdo pensare di agire per scelte che si escludono automaticamente l’una con l’altra, tra una realtà e il suo contrario, dimenticando le infinite sfumature del percorso storico.

Eraclito, nel V° secolo a.C., affermava la necessità di «unire ciò che è completo e ciò che non lo è, ciò che è concorde e ciò che è discorde, ciò che è in armonia e ciò che è in contrasto».

La società è “altro” rispetto ai singoli individui che la costituiscono, non è la loro semplice somma, in essa s’intrecciano le varie diversità, le molteplici variabili per dar vita ad una “materia” nuova in costante sviluppo.

Troppo spesso ci si limita a “sommare” le parti di differenti realtà, di un processo, senza cogliere i legami, le interconnessioni, le relazioni.

È indispensabile comprendere i rapporti tra il tutto e le parti, contestualizzare fatti, situazioni, conoscenze, presenze, non fermarsi al concetto di “causa-effetto” come protagonista nel processo storico, ma tener conto anche del fattore “casualità” per cogliere i nessi, superando consolidati condizionamenti più o meno inconsci.

La divisione, spesso esasperata, della conoscenza impedisce di legare i saperi per cui ci troviamo spesso di fronte “a un puzzle incomprensibile”.

Frazionare problemi e conoscenza ostacola la comprensione del mondo, della società, è indispensabile «sostituire un pensiero che separa e riduce con un pensiero che distingue e collega. Non si tratta di abbandonare la conoscenza delle parti per la conoscenza della totalità: si deve coniugarle» (E. Morin).

Nel disordine è più facile comprendere la complessità del mondo, della storia, della vita, della conoscenza, «ci permette di criticarci tra di noi, di autocriticarci, di comprenderci».

È necessario vivere molte “eresie” nei confronti dell’ordine che ci viene imposto, spesso vissuto come dogma che non spetta a noi mettere in discussione.

La cultura, nel senso più ampio della parola, è un percorso continuo, tempo e spazio segnano la sua evoluzione con scontri e incontri, con l’integrazione di infiniti elementi diversi, arricchimenti di ogni tipo… il tutto può apparire come un insieme caotico perché per lasciare l’ordine dogmatico è necessario aprirsi e contestualizzare, integrare i vari elementi nella vita personale e sociale.

Nell’enorme complesso di conoscenze e realizzazioni tecnico-scientifiche, l’attuale specializzazione è un modo di “ordinare” il sapere, la conoscenza, la scienza ma può lasciar fuori la profonda articolazione tra settori differenti, le connessioni che aprono scenari più ampi; chiusi in una serie infinita di compartimenti stagno, si rischia di dimenticare che il fine del progresso scientifico, tecnico, tecnologico è a servizio dello sviluppo umano.

La frattura creatasi tra cultura umanistica e cultura scientifica penalizza il percorso dell’evoluzione umana, una separazione che lascia da parte un settore essenziale per lo sviluppo dell’uomo e del suo habitat, mentre la scienza diviene sempre più un sapere per addetti ai lavori con realizzazioni sorprendenti di cui diveniamo (non tutti… gran parte dell’umanità ne è esclusa) fruitori, utenti senza comprenderne il senso, sempre più travolti nel vortice del consumismo, senza stimoli per pensare e decidere.

Impossibile oggi un Leonardo, ma la complessità del mondo deve divenire coscienza comune per non frantumare ulteriormente la società.

Le diverse eredità culturali devono fare da fondamento nella comprensione di un processo di “umanesimo rigenerato, planetario”: a differenza dell’uniformità, la molteplicità salvaguarda l’unità perché le differenze l’arricchiscono.

 

LA LEZIONE DELLA STORIA

Sembriamo destinati a non saper cogliere le lezioni della storia, rifiutata come magistra vitae, e ciò penalizza la chiarezza di un cammino e ostacola scelte e valutazioni. Dovremmo aver imparato che nel percorso umano, da quello personale a quello universale, c’è anche gran parte di imprevedibile, inatteso, assolutamente ignoto che emerge per cause non facili da individuare, che sfuggono ad ogni previsione.

La storia è un puzzle di difficile comprensione e costruzione, basta aprire un libro per comprendere che da periodi sostanzialmente positivi, di reale progresso, fu facile cadere in tempi bui, di regressione di diritti e conquiste che sembrano cancellare interi periodi storici… ed anch’essi non dureranno per sempre[4].

Nei momenti in cui sembra crollare tutta una realtà conosciuta, di camminare senza le coordinate abituali, verso l’ignoto, quasi si avvicini la distruzione di un mondo… la storia ci insegna che da certe “catastrofi” sono nati percorsi e processi rivoluzionari rispetto al passato.

Pur con componenti anche casuali, non è il caso che indirizza certi avvenimenti, ci sono nei vari tempi correnti carsiche che riaffiorano inaspettatamente e creano scenari inattesi, sino ad invertire le parti in gioco, non ci si potrebbero altrimenti spiegare, ad esempio, fenomeni di dissenso, contestazione, rivolte, manifestazioni che riprendono, si rafforzano là dove sono state brutalmente stroncate.

Le attuali democrazie di “bassa intensità”, la recrudescenza di nazionalismi e populismi esasperati, il super-dominio di potentissime forze economiche penalizzano la capacità di reazione dei vari popoli e categorie, spesso schiacciate con la violenza, altre volte incapaci di esprimere un progetto a vasto campo che le compatti, e, forse, la mancanza di figure che indirizzino, guidino, uniscano, lascino intravedere con maggior chiarezza il futuro… ma questo non scusa nessuno.

Sentirsi inadeguati al proprio tempo – soprattutto per i meno giovani – può divenire un alibi: ne siamo parte integrante al di là di recriminazioni, rimpianti, amarezze, delusioni…

Per quanto complicato, difficile, caotico ci possa apparire, siamo parte di questo tempo, abbiamo le risorse – e gli anticorpi – per viverlo e non subirlo passivamente; abbiamo gli strumenti per essere presenti in senso positivo, i mezzi per immergersi in esso, per gettarsi nel suo corso e tentare di deviarlo in percorsi migliori: in una parola siamo fatti per questo tempo… non possiamo uscirne – sarebbe rifiutare di vivere –, non possiamo disinteressarcene, metterci da parte per non esserne coinvolti, non possiamo sederci ai bordi della storia ad aspettare che passino i giorni. E se siamo fatti per questo tempo dobbiamo esserne garanti: ognuno – qualunque sia la sua età – è testimone del passato e “profeta” del futuro.

È inutile – seppur facile – “piangere” questo tempo: è il “nostro” tempo ed è in esso che la storia ci sfida. Non deve sopraffarci il rifiuto di sciogliere le vele e salpare verso il futuro per la paura di essere travolti dal vento del presente!

Non possiamo farci trascinare né dalla delusione per “l’inutilità” dei nostri sforzi e speranze, che apre la strada all’oscurità dell’indifferenza, né da un senso di incertezza, che apre la strada all’inquietudine per l’oggi e per il domani e ci fa sentire inutili, non adatti, superflui al percorso dell’umanità. Anche il sole non lo vediamo a mezzanotte, ma esiste e scalda, illumina terre per la maggioranza di noi pressoché sconosciute.

Lo slogan del maggio francese: siamo realisti, chiediamo l’impossibile! può essere bello come obiettivo, come orizzonte che segna i nostri sogni e utopie più alte, ma rischia di divenire un alibi. Se guardiamo troppo lontano, pensando a cose al di là delle nostre possibilità, fuori dalla nostra portata potremmo fermarci prima di partire; arriverà il momento del volo più alto, ma non rifiutiamo la navigazione di piccolo cabotaggio nel mare del nostro quotidiano, là dove possiamo gettare il primo sasso per muovere le acque e raggiungere, in cerchi concentrici, i luoghi più lontani.

La strategia dello struzzo rischia di divenire il simbolo di questo tempo: «una nave ancorata in un porto è al sicuro, ma non è per questo che le navi sono state costruite» (John Augustus Shedd).

Ci sono espressioni oggi usate poco, sostituite da termini forse migliori ma non sempre più chiari, una è il concetto di “massa critica”, quell’unione di forze in crescita che giunge al punto di rottura di una situazione per iniziarne una nuova.

È una “massa” che si costruisce con il coinvolgimento di un numero sempre più alto di persone e la condivisione di quanto ognuno fa, indipendentemente se sia qualcosa di grande, importante, piccolo, nascosto… azioni, parole, idee, dubbi, lotte, sogni che costruiscono il domani; una “massa” che si esprime in tappe diverse da un disordine diffuso verso l’organizzazione di un sistema nuovo, anch’esso provvisorio, aperto al cambiamento, a nuovi dis-ordini per non perdere il passo della storia che procede.

Renato Piccini

Paola Ginesi

aprile 2021



[1] Vedi Renato Piccini-Paola Ginesi, «La nostra ignoranza è stata pianificata con grande sapienza», luglio 2019, www.fondazionegpiccini.org

[2] Citato in www.comune.bologna.it

[3] Manuel Scorza, La tumba del relampago, 1987, traduzione italiana La vampata, Feltrinelli 1989

[4] “Non ci sono alternative”, Informe duemiladiciassette-duemiladiciotto, a cura di Paola Ginesi, Fondazione Guido Piccini, si può consultare anche su www.fondazionegpiccini.org

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