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Gli Articoli

GAY E CHIESA CATTOLICA

Il numero attualmente in distribuzione della rivista Lettera Internazionale (edizione italiana) comprende un contributo del nostro comune collaboratore Felice Mill Colorni, sui rapporti fra omosessualità e Chiesa cattolica, che riproduciamo di seguito, su autorizzazione della rivista


L'edizione italiana di Lettera Internazionale, diretta da Federico Coen, è giunta al suo diciassettesimo anno di vita. E' nata nel 1984 con l'obiettivo dichiarato di combattere il provincialismo delle grandi culture europee, cioè la tendenza di queste culture a chiudersi nei rispettivi confini nazionali, perdendo di vista tradizioni e valori comuni; tendenza resa più grave dalle barriere politico-ideologiche che per più di quarant'anni hanno tagliato l'Europa in due, passando nel cuore della vecchia Mitteleuropa, fucina della cultura europea. L'altro obiettivo essenziale consiste nella rivalutazione e diffusione di una letteratura e di una saggistica di alto livello, destinate però a un pubblico di non specialisti, e quindi capaci di esprimersi in un linguaggio alla portata dei non addetti ai lavori. La formula editoriale coerente con questi due obiettivi è quella di una rivista multinazionale (diverse edizioni nazionali autonome ma coordinate tra loro) e insieme interdisciplinare. Unico esempio del genere in Europa. Lettera internazionale è l'unico periodico culturale autenticamente sovranazionale, in quanto può contare, oltre all'edizione italiana, anche su altre nove edizioni pubblicata in altrettanti paesi europei nelle rispettive lingue. E’ distribuita, fra l’altro, presso le librerie Feltrinelli. www.letterainternazionale.it lettera.int@tiscalinet.it Per abbonarsi alla rivista, effettuare sul c/c postale n. 92408004, intestato ad Associazione Lettera Internazionale, via Luciano Manara 51 - 00153 Roma, un versamento di: Studenti L. 50.000; Privati L. 60.000; Enti L. 80.000; Sostenitori L. 180.000; Cumulativi (edizione italiana più un'edizione estera) L. 120.000. Per i numeri arretrati, al costo di L. 30.000 l'uno, rivolgersi alla redazione.



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«Un documento inaccettabile: questa è la prima definizione che sorge spontanea leggendo la "Lettera sull'omosessualità" che il cardinale Ratzinger ha indirizzato ai vescovi cattolici. Più che il contenuto specifico della lettera, colpisce la censura che tocca ogni legislazione che voglia riformarsi in modo da riconoscere anche agli omosessuali il diritto ad essere se stessi. Questo è un preciso appello all'intolleranza sul piano sociale, sia della condizione che della pratica omosessuale [...] La "Lettera" sa bene che la condizione omosessuale è oggetto di un disprezzo che conduce alla violenza diretta o indiretta, fisica o morale. Affermare che l'omosessuale non ha il diritto civile di praticare il suo sesso, significa avallare la repressione sociale verso una condizione umana. La "Lettera" […] prefigura una legislazione in cui la pratica omosessuale, cui non è riconosciuto alcun diritto, divenga a ogni effetto un reato. Ora la Chiesa sa bene che la condizione omosessuale non è una scelta. L'ha affermato essa stessa, in una dichiarazione di dieci anni fa, formulata dalla medesima Congregazione per la dottrina della fede che Ratzinger ora dirige. La condizione omosessuale è per l'omosessuale una condizione biologica e psichica, quindi antecedente a ogni scelta personale[...] La discriminazione sociale e pubblica dell'omosessuale come tale ha un solo antecedente storico: la discriminazione dell'ebreo, che ebbe la sua massima forza nel nazismo […] Essere omosessuale è tanto poco una scelta quanto l'essere ebrei: può essere ratificata, ma non è il frutto di un atto libero e responsabile. È stata la stessa Chiesa ad affermarlo. Nella concezione del presente pontificato, la Chiesa è il principio di una Cristianità, cioè di un ordine pubblico e sociale. [...] La Chiesa tende ora a incidere sulla legge e non soltanto sulle coscienze: o meglio ritiene che non sia possibile incidere sulle coscienze personali se non si agisce anche sulla dinamica sociale, su quella pubblica, su quella legale. Il cardinale chiede in nome della Chiesa romana una legislazione repressiva della pratica omosessuale: e avalla con ciò i comportamenti sociali che anticipino o accompagnino tale legislazione, anche se vuole dissociarsi da essi.

Questa è la novità della "Lettera": essa si situa nella prospettiva di una Chiesa di Cristianità che si propone di incidere sui diritti e sui doveri dei cittadini. Mentre le aspirazioni positive della Chiesa, come quella sulla pace, si pongono apertamente su un piano religioso e metapolitico, le indicazioni politiche, quelle che sono intese a determinare la legislazione, hanno sempre, nella bocca dell'attuale pontificato, un carattere di limitazione dei diritti […] Sul piano strettamente spirituale, la "Lettera" è drammatica perché predica agli omosessuali la semplice rinuncia al sesso in nome della Croce. Mentre la Chiesa ritiene che la verginità sia un dono e un carisma personale, la pratica di un consiglio evangelico non imposto da alcuna norma ma prodotto solo dalla vocazione della grazia, la "Lettera" afferma che gli omosessuali debbono rimanere vergini per natura o per destino […] Non potendo più usare il concetto di natura per motivi scientifici, né quello di sodomia per motivi esegetici (è ben chiaro che la Genesi condanna Sodoma per la violazione del diritto dello straniero all'ospitalità), la Chiesa romana non ha altro fondamento alla sua affermazione che l'affermazione stessa […] La repressione anti-omosessuale [appare] come la figura caratterizzante della "nuova" Cristianità. Si delegittima sul piano civile ciò che non si riesce più a motivare sul piano spirituale.»

L’autore di questa lunga citazione non è un esponente di qualche esasperato gruppo catacombale di gay cattolici. Queste parole sono state scritte nel 1986 dall’attuale consigliere di Silvio Berlusconi e mentore della svolta clericale, e quindi omofoba, della destra italiana don Gianni Baget Bozzo, all’epoca editorialista di Repubblica . Esse fotografano con precisione le perduranti contraddizioni della Chiesa romana in materia di omosessualità, contraddizioni in cui gran parte della classe politica italiana (non solo di destra) ha inopinatamente ritenuto vantaggioso avvilupparsi a sua volta negli ultimi mesi, sull’onda delle polemiche suscitate dalla pretesa vaticana di far sospendere per un anno intero l’esercizio della libertà di riunione nella capitale del paese, e di impedire così la celebrazione del World Gay Pride nel 2000. In realtà posizioni come quelle difese nel 1986 da Baget Bozzo sono ampiamente diffuse anche all’interno della Chiesa cattolica.

Non solo, ovviamente, fra i gay cattolici organizzati ; non solo fra quei milioni di cattolici generici, che si definiscono tali solo perché credenti che vivono in un paese di tradizione cattolica, per i quali cattolicesimo romano e cristianesimo sembrano ancora sostanzialmente sinonimi, e la cui adesione alle prescrizioni etiche del magistero è ormai del tutto marginale, soprattutto in campo sessuale; non solo fra quei credenti più consapevoli, ormai da decenni rassegnati a vivere la propria fede nell’ambito di uno “scisma sommerso” non dichiarato, e del tutto indifferenti agli editti e ai richiami della gerarchia. La consapevolezza dell’insostenibilità delle formule tradizionali sembra talvolta trasparire perfino nelle pubblicazioni volte a ribadirne la validità . Anche se non mancano studiosi cattolici pronti a ribadire le posizioni tradizionali senza tradire il minimo imbarazzo.

La dottrina cattolica tradizionale è prigioniera della condanna dell’omosessualità pronunciata in epoche storiche in cui era del tutto ignota la nozione stessa di omosessualità come condizione propria dell’identità personale di una minoranza di individui. Solo negli ultimi decenni, infatti, grazie alla liberalizzazione dei costumi e all’estensione delle garanzie di libertà a sempre più vaste categorie di soggetti e di materie, si sono fatti strada in Occidente un clima culturale e una situazione giuridica che hanno consentito agli omosessuali di raccontare e di discutere liberamente di una realtà che era in precedenza quasi sempre ignorata perché vissuta nella clandestinità e nella vergogna: chi è omosessuale non lo è perché sceglie di “diventarlo” un bel mattino, ma perché constata, di solito abbastanza presto nella vita, che i propri desideri affettivi ed erotici si indirizzano, in modo spesso univoco, verso altri individui del proprio sesso, con la stessa spontaneità e naturalezza con cui, per la maggioranza dei suoi simili, si indirizzano invece verso individui del sesso opposto. Sembrerebbe ovvio ritenere che nessun discorso, neppure teologico, sull’omosessualità possa evitare di fare oggi i conti con questa esperienza, ormai conoscibile da chiunque si prenda la briga di interessarsene. Un’esperienza, sia detto per inciso, che non ha assolutamente nulla a che fare né con la piena assunzione di un’identità di genere maschile o femminile, né con la predilezione di una pratica erotica piuttosto che di un’altra, né tanto meno con una pretesa avversione o timore per il sesso opposto.

E neppure, necessariamente, con l’esercizio di una qualunque effettiva attività sessuale, che può anche mancare del tutto. Un’esperienza comunque ben diversa da quell’occasionale attrazione per una persona del proprio sesso che è episodicamente vissuta prima o poi quasi da tutti, soprattutto nell’adolescenza, o in situazioni particolari come periodi trascorsi in comunità monosessuali (caserme, navi, carceri, ecc.). Ma è probabilmente proprio sulla base di queste esperienze occasionali o proprie dell’età evolutiva, comuni a pressoché tutti gli esseri umani, che ha tratto origine la valutazione tradizionale dell’omosessualità da parte della maggioranza, nelle epoche in cui agli omosessuali non era riconosciuta libertà di espressione: la valutazione cioè che identificava il comportamento omosessuale come un vizioso “cedimento” a pratiche sessuali eccentriche da parte di individui essenzialmente eterosessuali, cui si imputava di non saper dare un orientamento coerente alla propria vita erotica e affettiva.

È questa, tra l’altro, la concezione che inevitabilmente traspare dai testi biblici. Oggi dovrebbe essere noto a chiunque non voglia ignorarlo che, semplicemente, per una minoranza di esseri umani, per lo più valutata attorno al 5% della popolazione, la sola ragionevole possibilità di instaurare rapporti affettivi autentici, che abbiano anche una componente fisica ed erotica, con altri esseri umani consiste in relazioni con persone del proprio sesso anziché dell’altro. Le “cause” dell’orientamento sessuale sono ignote alla biologia, ammesso che abbiano un’eventuale base organica, mentre per quel che riguarda le scienze psicologiche e comportamentali esse non considerano più da anni l’omosessualità una patologia, ma una variante naturale dell’orientamento sessuale : le posizioni di chi ancora non accetta questo punto di vista consistono in petizioni di principio, motivate in genere dalle obbedienze e dall’orientamento ideologico degli autori, e argomentate in modo tale da alimentare, in lettori colti ma non specialisti, seri dubbi sullo statuto epistemologico di quelle discipline.

Ma, in ogni caso, si tratti di predisposizioni organiche, o si tratti di inafferrabili esperienze psicologiche risalenti alla più lontana infanzia, resta il fatto che l’orientamento sessuale è appunto, nell’esperienza della grande maggioranza degli omosessuali (come del resto in quella degli eterosessuali), una “condizione ascritta”, una caratteristica dell’identità individuale come il tipo fisico o razziale o il colore degli occhi o dei capelli, non una scelta.



L’esegesi storico-critica contemporanea, in ambito soprattutto protestante, ha ampiamente indagato le ragioni della condanna dell’omosessualità contenute nei testi biblici: rilevando come la vicenda di Sodoma si riferisca a un tentato stupro di gruppo, per di più perpetrato sulla sacra persona dell’ospite, nel quale l’omosessualità può rappresentare al più un’aggravante; come il divieto contenuto nel Levitico si accompagni a quello di numerosissimi altri comportamenti, ritenuti peccaminosi solo dai più rigorosamente osservanti fra gli ebrei ortodossi; come l’esplicita condanna contenuta nelle lettere paoline (unico luogo in cui l’argomento compaia nel Nuovo Testamento), oltre ad essere in qualche caso espressa con termini di incerta traduzione, che ne chiamano in causa la portata , fosse strettamente intrecciata con la condanna della prostituzione sacra propria di alcuni culti pagani e della dissolutezza della società ellenistica, oltre che con problematiche connesse a questioni di purità rituale . Nella stessa storia medievale cristiana, del resto, la linearità della condanna dell’omosessualità appare, alla luce di importanti studi degli ultimi anni, tutt’altro che priva di contraddizioni, almeno fino al XII secolo . La posizione ufficiale della Chiesa romana è però prigioniera della condanna atavica, pronunciata nei primi secoli. Il problema, a ben vedere, mette pericolosamente in causa l’intero sistema delle fonti della dottrina cattolica, che, a differenza di quello protestante, non si basa solo sui testi biblici, ma anche sulla tradizione e sul magistero: i quali, figli del loro tempo, non potevano che allinearsi all’universale condanna dell’omosessualità.

Una condanna universale tutt’altro che sorprendente in società in cui la sopravvivenza in tarda età dipendeva dalla procreazione, in cui l’idea della libertà di espressione delle minoranze (e di una minoranza, per di più, come quella omosessuale strutturalmente impossibilitata a tramandare le proprie esperienze attraverso le generazioni) era sconosciuta, in cui il sesso eterosessuale non poteva essere disgiunto dalla procreazione e in cui una concezione olistica e antiindividualistica della società costituiva lo scontato orizzonte di senso, come ancor oggi in pressoché tutte le società non occidentali e non occidentalizzate .



Di qui la necessità di difendere, con la struttura delle fonti su cui si basa il “sistema romano”, anche quel che – lo si avverte spesso leggendo la produzione recente dei cattolici ufficiali in materia di omosessualità – deve apparire come intrinsecamente contraddittorio, insostenibile e ormai inaccettabilmente spietato nelle sue conseguenze agli occhi degli stessi cattolici. Sembrerebbe impossibile giustificare, per esempio, l’evidente iniquità di una situazione legislativa che, in Italia, negando ogni tutela alle convivenze fra persone dello stesso sesso, porta a negare perfino al convivente di decenni il diritto di assistere il proprio partner morente in ospedale (capita che le famiglie di origine addirittura impediscano al partner l'accesso al luogo di cura e lo escludano da ogni decisione riguardante il partner malato e incapace di agire); che non garantisce al (solo) convivente omosessuale il diritto di subentrare nell'affitto della casa comune in caso di morte o sopravvenuta incapacità del partner, facendolo finire così, letteralmente, per strada, anche dopo decenni di convivenza; che esclude la reversibilità della pensione del partner omosessuale defunto, e, attraverso l’istituto della riserva a favore dei legittimari, vieta al testatore di lasciare in eredità il proprio patrimonio alla persona con cui ha condiviso l'esistenza; che, anche in assenza di eredi legittimari, stabilisce che tale eredità venga falcidiata dalla stessa tassazione prevista per i lasciti a persone del tutto estranee al defunto; che solo in poche regioni prevede che gli omosessuali possano aver diritto alla casa popolare, se in possesso dei requisiti di legge, in modo da evitare tra l’altro la necessità della separazione forzata di partner anziani, conviventi da decenni, e del loro ricovero più o meno coatto in case di riposo.

Per non dire dell’inaccettabilità, per la cultura civile e giuridica occidentale contemporanea, di discriminazioni basate sulla condizione ascritta di una minoranza di individui: come giustificare che due ultrasettantenni, impossibilitati ad avere figli per via naturale, per via di inseminazione artificiale e per via di adozione, possano tuttavia scegliere liberamente quale assetto attribuire ai propri reciproci rapporti giuridici e patrimoniali, e che la stessa libertà di scelta non venga invece riconosciuta a una coppia di individui dello stesso sesso, che si trova esattamente nella stessa situazione?

Si noti, tra l’altro, che queste discriminazioni non hanno nulla a che fare con i comportamenti sessuali, che in teoria potrebbero anche non essere o non essere più praticati da coppie di omosessuali conviventi, come possono non esserlo in molte coppie eterosessuali, ma sono mera conseguenza dell’identità sessuale dei conviventi. Eppure tutto questo non solo non viene considerato scandaloso e intollerabile, ma viene giustificato dai cattolici ufficiali con la “difesa della famiglia”: con l’argomento cioè che un’equiparazione di diritti fra coppie omosessuali ed eterosessuali minerebbe alla base – non si comprende perché – la convivenza civile e i “diritti della famiglia” tradizionale. In nome della carità cristiana, si considera un prezzo accettabile fare polpette dell’esistenza degli individui che non si adeguano ai dettami della Chiesa cattolica (per meglio dire, in nome della carità cattolico-romana, perché la posizione delle Chiese protestanti storiche europee occidentali – e italiane – su queste questioni è in netta prevalenza ormai da anni opposta a quella cattolica). Così, soprattutto in conseguenza del veto cattolico, l’Italia è ormai uno degli ultimi paesi dell’Europa occidentale a non avere varato riforme legislative in materia: la Chiesa cattolica pretende, ottenendo udienza e consensi da parte di uomini politici che credono di guadagnarci elettoralmente, che tali discriminazioni continuino ad essere legge dello Stato, con il pretesto di una loro supposta “naturalità”, come qualche decennio fa l’indissolubilità del matrimonio. Quando questo modello teorico idolatrato di quel che dovrebbe essere la Natura secondo la Chiesa cattolica si scontra con una natura che non vi si adegua, è tale natura a dover essere violentata.

È evidente che imporre agli omosessuali comportamenti eterosessuali è fare violenza alla “loro natura”. Del resto, è forse rintracciabile, nella storia variegata dei modelli famigliari, una qualche continuità strutturale, stabile attraverso i secoli, di questo asserito modello naturale? Tanto per fare qualche esempio, la famiglia poligamica islamica è innaturale? Era naturale l’istituto del levirato nell’antico Israele? È naturale la famiglia mononucleare o lo era quella estesa? Era naturale la regolamentatissima pederastia educativa della Grecia classica?

Ma, si sa, l’omosessualità è argomento che si presta a reazioni istintive più che a riflessioni, e che ancor oggi risveglia in molti timori irrazionali sulla propria identità personale e su quella della società in cui vivono. Sicché non c’è da stupirsi se ormai la condanna cattolica dell’omosessualità ha una sola funzione pubblica: quella di dare una copertura di rispettabilità e di presentabilità ai pregiudizi che alla parte più arretrata della società derivano non già dalla sofferta adesione a dogmi religiosi di cui si avverte l’insostenibilità ma anche la difficoltà ad emanciparsene, bensì da ben più grevi retaggi propri di un’antropologia patriarcale e primitiva, contadina e premoderna, in cui tali pregiudizi si accompagnavano con naturalezza a quelli contro ebrei e stranieri di ogni sorta, diversi di ogni specie, donne, disabili, minori, ecc. Come è ovvio che sia, dato che la struttura della discriminazione nei confronti degli omosessuali è identica a quella del razzismo in senso stretto, posto che l’una e l’altro fanno discendere la pretesa di supremazia dell’identità maggioritaria da una condizione ascritta di cui gli individui giudicati indegni della parità di diritti sono portatori. Le acquisizioni delle scienze sociali e quelle dell’esegesi contemporanea dovrebbero avere ormai convinto anche i più tradizionalisti fra i cattolici a riconoscere di essersi sbagliati per secoli, come già in materia di prestito a interesse, di astronomia, di libertà religiosa e di coscienza, di diritti umani, di interpretazione dei testi biblici, ecc. Eppure gli omosessuali sono rimasti fra i pochi esclusi dalle solenni richieste di perdono avanzate dal Papa in occasione del giubileo per le persecuzioni subite ad opera dei cattolici.

Nonostante le decine di migliaia di “sodomiti” arsi vivi nel corso dei secoli (qualcuno dice centomila) per decisione o con la benedizione di quella Chiesa. E, nonostante che, almeno dal Concilio, la Chiesa cattolica abbia riconosciuto la valenza affettiva dell’attività sessuale, non circoscrivendola più come un tempo soltanto alla funzione procreativa , non solo questo riconoscimento rimane circoscritto alla sessualità eterosessuale, ma, mostrando una pervicace e compiaciuta ignoranza della realtà delle relazioni affettive fra omosessuali nella società contemporanea, fra i cattolici ufficiali è ricorrente il pregiudizio secondo cui alle relazioni fra omosessuali sarebbe costituzionalmente estranea, in conseguenza della mancata “complementarietà” anatomica (identificata meccanicamente con la complementarietà teologica dedotta dal racconto della creazione nella Genesi), anche ogni possibile complementarietà affettiva, ritenuta invece intrinseca alla relazione monogamica eterosessuale. E gli argomenti in cui questa petizione di principio è formulata sono invariabilmente – e paradossalmente – tratti da una disciplina per decenni aborrita dai cattolici, come la psicoanalisi (naturalmente quella meno aggiornata in materia).

L’amore omosessuale sarebbe in realtà solo “apparente”, mera copertura di pulsioni “narcisistiche”. Va detto che probabilmente questa prospettiva è anche il frutto di un’ignoranza che ha ragioni abbastanza spiegabili con il campione di popolazione omosessuale che entra in contatto con moralisti e psichiatri tradizionalisti, cui si rivolgono verosimilmente proprio quegli omosessuali che hanno interiorizzato così profondamente la colpevolizzazione indotta dall’educazione cattolica da vivere la propria identità in modo pessimo e da andare a cercare un aiuto proprio lì dove è meno probabile trovarlo. Naturalmente neppure i più tradizionalisti possono ormai fingere di ignorare quel che ai tempi di Paolo si poteva lecitamente ignorare, che cioè l’identità omosessuale non è scelta. Di qui i contorcimenti semantici di cui ormai da anni la condanna dell’omosessualità viene circonfusa: l’omosessualità raramente viene definita un “peccato” anche dai cattolici più rigidi e ortodossi, ma piuttosto una condizione “oggettivamente disordinata”, e negli stessi ambienti non si sembra mai soddisfatti di avere ribadito abbastanza che, purché restino ferme la condanna morale di principio e il riconoscimento dell’intrinseca colpevolezza di ogni singolo gesto omosessuale, all’atto pratico si farà uso di dosi industriali di comprensione, di “accoglienza” e di “perdono”. Come già protestava negli anni ’50 lo scrittore cattolico e omosessuale Carlo Coccioli, si assolve così ripetutamente chi pratica rapporti sessuali “usa e getta” nella clandestinità e con l’animo del trasgressore e del colpevole, mentre si condanna chi incardini la propria vita sessuale in relazioni umane significanti (magari perfino stabili come lo erano un tempo quelle eterosessuali) , e si fa tutto il possibile per impedirne o ritardarne il riconoscimento giuridico. Salvo poi trarre dall’effetto di queste condanne morali e di questa attività di lobbying la prova dell’intrinseca instabilità delle relazioni omosessuali.



Ma tutto ciò non accade ormai senza che il senso di colpa si accumuli sempre più e in modo sempre più massiccio ed evidente, non, come un tempo, sulle spalle dei “condannati”, ma su quelle dei persecutori, che appaiono sempre meno “volonterosi” e sempre più riluttanti e tormentati: condannati spesso, si direbbe, a ripetere formule e anatemi della cui intrinseca nequizia morale sembrano essi stessi (a differenza dei loro fatui paladini politici) sempre più spesso consapevoli. Non sempre, tuttavia: impermeabile a qualunque resipiscenza, uno degli “esperti” chiamati a raccolta dall’Osservatore romano, discettando di “terapie” del lesbismo, conclude: «Non sempre è possibile ottenere un cambiamento radicale di identità. L’accettazione matura della propria situazione, priva di rivendicazioni aggressive – quali il riconoscimento dei diritti delle coppie lesbiche […] può rappresentare in molti casi la meta più opportuna cui il lavoro terapeutico dovrebbe aspirare» . Dove si constata come l’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità sia sempre, per le Chiese come per gli Stati, rivelatore di orientamenti più generali: che un “lavoro terapeutico” possa mirare a far rinunciare il “paziente” a rivendicare dei diritti è tesi che non si sentiva risuonare da quando, con il muro di Berlino, era crollata anche la psichiatria sovietica.



Felice Mill Colorni





Nella foto il cardinale Joseph Ratzinger



(19-11-2004)