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Germano Maifreda, IO DIRÒ LA VERITÀ (Il processo a Giordano Bruno) Laterza, Roma-Bari, 2018, pagine 313, euro 22,00

Di Pierino Marazzani | 15.06.2020


Saggio storico ampiamente documentato, trenta pagine di accurate note bibliografiche, corredato da Indice dei Nomi, che presenta vari documenti inediti su vita, carcere e rogo del filosofo Giordano Bruno da Nola. Si formula anche un'interpretazione innovativa sullo svolgimento del processo e sulle ragioni della condanna a morte del celebre pensatore, definito dall'Autore “massimo filosofo italiano del Rinascimento”.

Il testo è pervaso da crudi riferimenti anticlericali: “a Venezia gli inquisitori scoperchiano un verminaio di reticenze e occultamenti, protezioni e favori concessi ai cappuccini della Serenissima da alcuni giudici di fede”.

Il comportamento crudele del Sant'Uffizio papale è censurato chiaramente nel testo: “Una morte atroce” colpiva “infelici costretti a rinnegare le loro concezioni religiose”. Nel carcere di piazza del Sant'Uffizio vigeva una “lugubre reclusione”. Lo stato di quasi totale degenerazione morale dell'ordine domenicano a Napoli, dal cui convento proveniva Giordano Bruno, è descritto in termini espliciti: “Peculati, latrocini...ferimenti, armi, omicidi, prostitute”.

Il testo dà ampio spazio al concetto di delazione inquisitoriale secondo cui la storia cinquecentesca dell'Inquisizione romana è cosparsa di eretici divenuti delatori: in particolare l'erudito vercellese Francesco Maria Vialardi, in cambio del suo pentimento e di preziose delazioni, ebbe una “dorata reclusione” nel Palazzo del Sant'Uffizio di Roma dove sicuramente incontrò anche Giordano Bruno.

L'Inquisizione falsificava ogni tipo di documenti e lettere al fine di incastrare gli eretici impenitenti e pertinaci che non accettavano di pentirsi e di fungere a loro volta da delatori: ad esempio una presunta lettera di fra Celestino da Verona era in realtà “il prodotto di una manipolazione romana”.

A secoli di distanza dal processo di Giordano Bruno si ha motivo di ritenere che il Vaticano abbia fatto sparire parte degli incartamenti processuali:

–   manca il verbale della tortura di Giordano Bruno

–   manca l'elenco preciso delle otto proposizioni che avrebbe dovuto abiurare

Le spudorate macchinazioni cardinalizie giungevano al punto di far bruciare innocenti al posto di eretici delatori pentiti che si riteneva opportuno liberare. Ad esempio il detto fra Celestino da Verona fu fatto uscire “dalla prigione, travestito in abiti secolari” ipotizzando “la sua sostituzione sul rogo a spese di un povero incosciente”.

Il testo presenta interessanti riferimenti agli “straordinari graffiti e disegni superstiti nelle carceri dell'Inquisizione di Palermo” lasciando intendere la concreta possibilità che anche Giordano Bruno ne abbia lasciati nella sua cella posta nel palazzo del Sant'Uffizio di Roma sito nell'omonima piazza a pochi passi dalla basilica di San Pietro. Giordano Bruno fu spostato nel carcere di Tor di Nona solo negli ultimi giorni della sua vita, avendo trascorso i circa sette anni detenzione inquisitoriale a Roma nel citato palazzo fatto erigere su un edificio preesistente da papa Pio V: “Fu rinchiuso nelle carceri del Sant'Uffizio, situate all'interno del severo e imponente palazzo ancora oggi aperto a lato di San Pietro”.

Esiste anche una pianta delle prigioni del Sant'Uffizio di Roma riportata in un libro di architettura edito da Gangemi nel 2009, su cui impostare accurate ricerche di archeologia forense volte a ricercare la cella di Giordano Bruno e la sala di tortura.

 

Pierino Marazzani, giugno 2020

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