Rassegna stampa

12-12-2022, Ileana Montini, DONNE DELL’IRAN DI IERI E DI OGGI, www.ilemont40.altervista.org

Di Ileana Montini | 12.12.2022


Anno 2008. L’agenzia ci informò delle regole tassative per entrare in Iran. Primo: presentare richiesta del visto -per me- con foto e capo coperto. Secondo: procurarsi abiti con maniche lunghe e camicioni oltre il ginocchio. Prendere o lasciare.
All’aeroporto di Teheran scesi con la divisa islamica regolamentare e incontrai all’uscita le altre turiste italiane altrettanto configurate. Ci accolse la guida iraniana, una bella signora vicina ai cinquanta che non ci mise molto a raccontare la sua triste storia. Era una medica, aveva studiato a Roma e praticato la professione al Nord, ma si era innamorata di un connazionale che aveva sposato. Emigrati negli Usa, nate le figlie, erano ritornati in patria perché lui coltivava il sogno di fare l’agricoltore. Lei però era già stata schedata come critica nei riguardi del regime dei Mullah, quindi non poteva esercitare la professione medica.
Noi turiste avevamo preso come un diversivo l’obbligo del velo, salvo trovarlo insopportabile quando la calura umida della tarda primavera, lo rendeva appiccicoso alla capigliatura sudata.
Quando in pullman percorrevamo lunghi tratti stradali con isolati villaggi, ci toglievamo il velo; pronte a rimetterlo alla vista delle case e delle persone.
Giunte alla straordinaria città di Isfahan, pernottammo in un hotel liberty molto affollato. Era l’ora della cena e alla nostra comitiva di una ventina di persone, era stato riservato un tavolo. La guida iraniana si presentò con un tailleur giacca e pantaloni, velo nero di grande raffinatezza. Si presentò al tavolo una signora del gruppo, un’ex primaria di un reparto di pediatria del Sud, non meno elegante ma ostentatamente senza velo. La guida le chiese di ri-velarsi e di fronte al diniego, andò su tutte le furie, perché ci sarebbe stato chi l’avrebbe denunciata per omissione di controllo con gravi conseguenze.
Era arrabbiata in verità, con tutte le donne del gruppo: per noi si trattava di un diversivo per alcuni giorni, ma per lei, per tutte le donne iraniane della opprimente vita quotidiana. Del velo e dell’abito coprente se ne potevano liberare nel privato delle case, anche quando si davano feste tra parenti e amici per ballare e bere vino e alcolici “fabbricati” clandestinamente. Capitava che, anche a causa di qualche spiata, facessero irruzione nelle case in festa i poliziotti della “difesa della morale e della virtù”, corruttibili spesso però con elargizione di notevoli quantità di denaro.

Nei cortili delle scuole si vedevano bambine in ricreazione velate; o nelle strade all’ora del ritorno a casa, con zaino e sempre a capo coperto. Età poco sopra all’incirca i sette anni.
L’ultimo giorno raggiungemmo l’aeroporto e salimmo nell’aereo della compagnia di bandiera iraniana. Le hostess erano vestite di nero. Mi tolsi il velo. Dopo alcuni minuti mi raggiunse un hostess che, con modi gentili, mi chiese di rimetterlo fino all’uscita, in volo, dal territorio iraniano.
Chissà dove sarà la nostra guida che amava l’Italia e un po’ ci invidiava, in queste convulse e tragiche giornate di rivolta nel suo Paese?

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