Rassegna stampa

24.06.2021, LAICITÀ DELLA SCUOLA news, giugno 2021

Di Coordinamento per la laicità della Scuola | 24.06.2021


Notiziario on line del Coordinamento per la laicità della scuola

Editoriale:
Diritti solidali

Un notiziario come il nostro, sui temi della laicità, deve occuparsi
di Adil Belakhdim, sindacalista di base ucciso vicino a Novara
mentre partecipava a un picchetto davanti alla Lidl; di Luana
D'Orazio, operaia di 22 anni stritolata dagli ingranaggi di una
macchina tessile in Toscana, a quanto pare perché era stata
rimossa una saracinesca di protezione; della tragedia della funivia
Stresa-Mottarone dove erano stati manomessi i freni di emergenza
per evitare di fermare l’impianto e di ridurre i guadagni? Più in
generale, dobbiamo parlare di diritti sociali conculcati, e in primo
luogo del diritto alla sicurezza e alla salute, mentre secondo
l'ultimo rapporto Inail nel primo quadrimestre del 2021 ci sono
già stati 306 morti per infortuni sul lavoro, il 9,3% in più rispetto
allo stesso periodo del 2020?
Pensiamo di sì. Come scrisse nel luglio 1924 Piero Gobetti – del
quale ricorrono i 120 anni della nascita – discutendo con Carlo
Rosselli di liberalismo socialista: “basta che si accetti il principio
che tutte le libertà sono solidali”. Che sono solidali tutti i diritti.
Quindi seguiamo con la massima attenzione e raccomandiamo ai
nostri lettori la diffusione del Manifesto per l’uguaglianza di Luigi
Ferrajoli (Laterza 2019) del quale riportiamo la sintesi editoriale:
“In questi anni abbiamo assistito a una esplosione delle
disuguaglianze senza precedenti nella storia. Un fenomeno che
non solo è in contrasto con il principio di uguaglianza formulato in
tutte le Costituzioni e le carte internazionali dei diritti, ma che
mette in pericolo anche il futuro della democrazia, della pace e
dello stesso sviluppo economico. In queste pagine, scritte da uno
dei più autorevoli filosofi del diritto, il progetto dell’uguaglianza
viene presentato come la base di una rifondazione della politica,
sia dall’alto che dal basso: dall’alto, come programma riformatore,
attraverso l’introduzione di limiti e vincoli ai poteri economici e
finanziari, a garanzia sia dei diritti di libertà che dei diritti sociali;
dal basso, come motore della mobilitazione e della partecipazione
politica, essendo l’uguaglianza nei diritti fondamentali un fattore
di ricomposizione unitaria e solidale dei processi di disgregazione
sociale prodotti in questi anni dal dominio incontrastato dei
mercati”.
Utopia? Forse. Ma non come immaginazioni di mondi impossibili,
bensì come lievito ideale per il nostro pane quotidiano.
Dal momento che laicità è l’eguale libertà degli individui nello
spazio pubblico, nella casa comune di tutti, essa non può essere
estranea e indifferente di fronte ai gravi problemi sociali
ingigantiti dalla crisi pandemica, perché tutti i diritti fondamentali
sono coessenziali, come suggerisce lo storico binomio di libertà
individuali e di giustizia sociale.
Di seguito parliamo di scuola e di problemi laici in senso più
ristretto ma sentivamo l'urgenza in questo ultimo numero
dell'anno scolastico di precisare il nostro punto di vista nelle varie
forme di laicità possibili e legittime nella loro differenza.
C. P.

***

In evidenza:
LA PURDAH, LA FATWA E I TROPPI SILENZI
di Ileana Montini | italialaica.it - 9.06.2021
Molti anni fa incontrai, per una intervista, alunne pakistane di un
istituto professionale di Brescia; anche la professoressa incaricata per
l’inserimento di stranieri o figli di migranti. Mi raccontò che non
poche alunne musulmane appena entrate si toglievano il velo per
riporlo nello zaino e che, soprattutto alla fine dell’anno scolastico,
confidassero il programma di portarle ai Paesi di origine per sposarle
con un prescelto, spesso anche un cugino di primo grado. Qualcuna le
chiedeva esplicitamente aiuto. Aggiunse che al termine delle lezioni
erano fatte oggetto di assiduo controllo da parte di fratelli o altri
parenti.
Proprio a Brescia ci fu il primo clamoroso caso con l’uccisione di una
pakistana di Sarezzo (2006), seguito da quello di Sana Cheema (2018)
in Pakistan. Ovviamente sempre con ampio eco nei giornali; per un po’
di tempo. Ricordo che la scomparsa di Sana in Italia venne denunciata
dalle amiche al Giornale di Brescia. E quando in seguito vennero
assolti padre e zio per insufficienza di prove in Pakistan, le amiche di
nuovo scrissero al quotidiano per spiegare come la loro vita sarebbe
stata ancora più dura dopo questa assoluzione. Perché l’onore della
famiglia pesa sulle donne, o meglio dipende dal loro corpo che deve
sempre manifestare al massimo il purdah, cioè il pudore, la modestia
dell’abbigliamento secondo la tradizione delle culture patriarcali
confermate dalle religioni; che ne sono la manifestazione in termini di
codici valoriali e rituali.
Ora siamo di fronte a un’altra scomparsa, questa volta in Emilia
Romagna di una pakistana di nome Saman Abbas. Di nuovo
l’indignazione per “il caso” e poco altro.
Cinzia Sciuto di Micromega (1.6) ricorda l’intervista rilasciata dal
padre di Hina, la ragazza di Sarezzo, nella quale emergeva
chiaramente che i figli, ma soprattutto le femmine, sono di proprietà
del padre e funzionali al mantenimento dell’onore della famiglia. Un
altro elemento era quello del ruolo della comunità e, quindi, delle
guide religiose. Tiziana Dal Pra, fondatrice dell’associazione Trama di
Terre, che ha lo scopo, tra l’altro, di aiutare le ragazze che decidono di
rifiutare le imposizioni dei genitori per i matrimoni, fa un appello alla
politica (alla sinistra) così invischiata nel culto del multiculturalismo, a
“battere un colpo”.
Perché, segnala, il tema principale è il controllo sulla vita delle
ragazze. Infatti loro, più dei coetanei, sono chiamate a rappresentare il
volto delle comunità, la loro identità religiosa. Le bresciane, dopo la
morte di Sana, nelle lettere al Giornale di Brescia raccontarono come
venissero continuamente dissuase dallo stabilire contatti con le (e gli
autoctoni) perché i “valori occidentali non sono i nostri”.
Karima Moual (La Stampa, 4.6) criticando la fatwa pronunciata
dall’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche in Italia), sostiene che
un enorme problema nell’Islam è quello della proibizione alle donne di
sposare i non musulmani. E che la fatwa contro i matrimoni combinati
e forzati è una foglia di fico. Anche perché in Italia dal 2019 esiste la
legge sul Codice Rosso [Legge 19 luglio 2019, n. 69 recante
“Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre
disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e
di genere” denominata “Codice Rosso”, NdR] che sancisce come reato
i matrimoni forzati e, quindi, invocare il diritto islamico è una esplicita
pretesa di mettere la religione al di sopra, o prima, delle leggi laiche di
uno stato. Secondo la giornalista, dietro Sana Cheema, Saman Abbas e
Hina Salem, c’è una questione “su cui continuano a sopravvivere
fraintendimenti e omertà: alle donne musulmane è proibito sposare
‘non musulmani’. Le unioni miste incarnano la fobia della maggior
parte dei padri, zii, cugini e clan. Se non si parte da qui non si va da
nessuna parte: non si previene, non si protegge. Chi pretende di
rappresentare l’Islam italiano non deve nascondersi dunque dietro
l’indignazione, né proporre ricette folcloristiche che non cambiano
nulla di concreto nella vita delle donne, ma affrontare onestamente il
problema”.
Solo la Tunisia è riuscita a modificare la legge della Sharia, e così
secondo i conservatori islamici il Paese si è posto fuori dai dettami
coranici. La proibizione per le musulmane a sposare i non, riguarda in
realtà più le donne immigrate o figlie di immigrati. È un intrinseco
messaggio per la legittimazione della purezza identitaria religiosa.
La critica, continua e serrata, all’individualismo occidentale da parte
degli immigrati di religione islamica, in pratica conferma ciò che dalle
ragazze ci si attende: rispondere sempre per il proprio comportamento
e le scelte di vita alla comunità; a quello, dice Tiziana Dal Pra, che la
comunità giudica buono per loro.
E poi c’è il silenzio di “Se non ora quando” e quello di tante
femministe storiche a suo tempo così, giustamente, critiche nei
riguardi del cattolicesimo. Giuliana Sgrena ha scritto un articolo, ma
lei è anche l’autrice di un libro che ha attirato l’accusa di islamofobia
(Dio odia le donne, Il Saggiatore, 2016). Ritanna Armeni, ex
giornalista del Manifesto, ha postato su Fb un’autocritica:
Sento rimorso, mi sento in crisi per non aver mai parlato né su
Facebook, né su un altro mezzo di comunicazione di Saman Abbas, la
giovane donna pakistana scomparsa e, probabilmente, uccisa dai suoi
parenti perché non accettava un matrimonio imposto. Ho avuto molto
da fare, è vero, ma questo non mi giustifica. Non giustifica nessuna di
noi femministe bianche occidentali che ci indigniamo per una molestia
o una prevaricazione sul lavoro ma poi su Saman abbiamo taciuto.
Perché? Perché questo silenzio, questa brutta omissione? La morte di
Saman e la nostra mancata reazione mi ha fatto vedere un muro ormai
alto fra la lotta giusta per la nostra libertà e quella per la libertà delle
altre e degli altri. Delle altre donne che vivono una condizione
diversa, più arretrata della nostra, e degli altri, gli uomini e le donne,
ad esempio, che subiscono lo sfruttamento, l’emarginazione nel
lavoro. Sono talmente tanti che non provo neppure a enumerarli. Quel
che la morte di Saman e il nostro (a cominciare dal mio) silenzio mi
ha reso chiaro è che questa disattenzione oltre che essere moralmente
condannabile è indicativa di chiusura, grettezza e stupidità. 0ggi non
mi piaccio, non mi piacete, amiche mie. Una carezza a Saman
dovunque sia.
Care femministe, cara sinistra, la cominceremo una riflessione sul
multiculturalismo o relativismo culturale? Sul ruolo delle donne nelle
comunità immigrate? Eccetera
http://www.italialaica.it/news/articoli/64359

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→ Verso nuovi ‘Stati generali’? Annuncio del ministro Bianchi
In Italia abbiamo moltissime sperimentazioni interessanti che non
diventano mai sistema. È anche per questo che "vorrei fare a fine anno
una Conferenza nazionale della scuola, l’ultima l’ha fatta Mattarella,
chiamiamola Stati generali o come volete. Il prossimo sarà un anno
costituente". Dopo l’annuncio fatto nell’intervista a Tuttoscuola
(numero di aprile) il ministro Patrizio Bianchi è tornato a parlare del
progetto nel corso del suo intervento a "Futura 2021: la scuola
dell’inclusione", un dibattito promosso dalla Flc Cgil al quale hanno
partecipato anche il segretario generale della Cgil Maurizio Landini e
quello del sindacato di categoria Francesco Sinopoli.
Il pragmatico Bianchi non si formalizza sulle etichette: Conferenza
nazionale o Stati generali o un altro nome "come volete" si equivalgono,
purché l’approccio alle riforme sia globale "a partire dagli asili nido" e
non si abbia paura di andare oltre il modello di "scuola militare"
ereditato dal passato e fondato sulla lezione trasmissiva. Un modello
"che la DAD ha messo in crisi" e che non potrà tornare malgrado i
richiami nostalgici di alcuni importanti intellettuali ("che io adoro", ha
aggiunto senza ironia) che però non capiscono che "quel modo di fare
lezione, quello prima del Covid, è stato messo in crisi". A settembre la
scuola tornerà ad essere in presenza ma "con un uso della DaD in cui la
scuola di Palermo e quella di Mirandola facciano scuola insieme, per
scambiare momenti di condivisione." [...]
Per dare forza al cambiamento globale della mission della scuola (che
sarà realizzare l’inclusione, ha detto Bianchi citando don Milani ma
anche James Heckman, teorico della personalizzazione e delle "non
cognitive skills") serve un momento rifondativo. Una conferenza
nazionale modello Mattarella 1990 (che il ministro ha citato) oppure gli
Stati generali modello Moratti 2001 (che non ha citato) oppure "come
volete". Ma di svolta.
Il dibattito mandato in onda dalla Flc Cgil (lo si può vedere
cliccando qui) [...]
da Tuttoscuola NEWS -n. 999, 21 giugno 2021

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→ POLEMICA SULL’IRC
L’emendamento a prima firma Rampi che prevede la possibilità per i
laureati in scienze delle religioni di insegnare storia e filosofia al liceo,
ha creato un nuovo dibattito in merito al ruolo della religione cattolica
nelle scuole. Ad accendere la miccia la senatrice di Alternativa c’è
Bianca Laurea Granato, che spinge per eliminare l’insegnamento della
religione cattolica in favore di insegnamenti laici. Di contro la replica
del sindacato Snadir, che risponde alla senatrice ex M5S ricordando le
differenze fra catechismo e insegnamento della religione cattolica. [...]
Granato e i colleghi di L’Alternativa c’è non vogliono “negare il diritto
di insegnare a taluni laureati”, piuttosto, “se si vuole far posto ad altre
classi di concorso sarebbe ora che l’insegnamento confessionale della
religione cattolica venisse sostituito da insegnamenti laici, di storia delle
religioni per esempio, rendendo così più ricca l’offerta didattica di
discipline storiche, già ridotte dalla riforma Gelmini, e conferendo la
possibilità di insegnarle a questi nuovi titolati e ai docenti di storia“. Per
l’ex grillina, dunque, “sarebbe ora di modificare in tal senso un
Concordato che ha fatto il suo tempo, conferendo più qualità e spessore
ai piani di studio delle scuole di ogni ordine e grado“.
Fabrizio De Angelis
Orizzontescuola.it - 12 maggio 2021
https://www.orizzontescuola.it/religione-cattolica-a-scuola-granatovuole-
abolirla-lo-snadir-risponde-non-e-catechismo/

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→ UAAR: UNA INCHIESTA SULL'OTTO PER MILLE
Ottopermille, lo sconosciuto celeberrimo
• L’anno scorso il sito della campagna informativa dell’UAAR a
proposito dell’8×1000, occhiopermille.it, ha avuto un importante
aggiornamento e tra le novità è stato aggiunto un quiz di dieci domande
per verificare le conoscenze degli internauti sull’argomento.
• Un anno e 2100 risposte più tardi, scattiamo allora una fotografia
del livello di conoscenza dell’8×1000 degli italiani utilizzando i risultati
del sondaggio.
https://blog.uaar.it/2021/06/12/ottopermillesconosciuto-
celeberrimo/

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→ CIDI TORINO: 29 GIUGNO ORE 18: LA SCUOLA
E I DIRITTI DI CHI LA FREQUENTA. PRENDIAMOLI SUL SERIO

Dopo un lungo periodo di lavoro a distanza, di ragionamenti e
riflessioni condivise sulla scuola, vogliamo chiudere l'anno sociale
con un ragionamento che faccia ripartire la scuola.
Il programma dell'incontro, consultabile qui, prevede gli interventi
di:
Claudia Dogliani, Presidente del Cidi Torino: Scuola aperta a tutti
o scuola aperta a tutto?
Mauro Martinasso, direttore del Centro psicologia Ulisse: Cosa è
cambiato: gli effetti della pandemia su vissuti e
funzionamenti dei minori.
A seguire, una tavola rotonda coordinata da Magda Ferraris:
"Facciamo il punto per ripartire" La parola alle scuole
Maria Gagliano, scuola per l’infanzia
Alice Argenton e Martina Morello, scuola primaria
Carmela Fortugno, scuola secondaria di primo grado
Jacopo Rosatelli, scuola secondaria di secondo grado
Luigi Tremoloso e Luisa Girardi, Cidi Torino, dialogano sulla
problematicità del digitale
A Domenico Chiesa, Cidi Torino, è affidata la conclusione dei lavori
e l'apertura del dibattito.
L’incontro nella sede del Cidi di Torino sarà preceduto
dall’Assemblea dei soci:
prima convocazione 25 giugno ore 15.30 / seconda convocazione
29 giugno ore 15.30
Iscrizioni. Specificare se si intende partecipare in presenza o a
distanza, poiché i posti sono limitati.
→ EDUCAZIONE CIVICA = EDUCAZIONE CATTOLICA? Una
Lettera aperta di '“ArticoloZero-Coordinamento per la laicità”
“Laicità della scuola NEWS” invita a firmare la petizione:
http://chng.it/2nBTjNpg

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→ BIANCA GUIDETTI SERRA
Mercoledì 30 giugno 2021 alle ore 10, in via San Dalmazzo 24,
dove aveva abitazione e studio, verrà scoperta la targa
commemorativa di Bianca Guidetti Serra. Parteciperanno le
Autorità cittadine. Parleranno Gastone Cottino per il Centro studi
Piero Gobetti, Fabrizio Salmoni, figlio di Bianca, per la famiglia,
Chiara Acciarini, Presidente del Comitato Nazionale per le
celebrazioni del centenario della nascita di Bianca Guidetti Serra.

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→ MICROMEGA +Numero del 18 Giugno 2021
Auspici per un futuro migliore. Tre lezioni morali dalla pandemia
AXEL HONNETH
La crisi da Covid-19 ha evidenziato quanto sia necessario un
cambiamento delle regole della convivenza sociale per rafforzare gli
assetti democratici e riaffermare il primato del bene comune sugli
interessi individualistici. Una riflessione del filosofo tedesco Axel
Honneth, esponente della terza generazione della Scuola di Francoforte.

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→ CENTRO DI DOCUMENTAZIONE DI PISTOIA
È uscito il nuovo numero di Memorie per Domani. VEDI
Sommario del n. 7, maggio 2021 La Comune. Letture,
interpretazioni, continuità, pp. 72, euro 7,00.

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IL LIBRO
ADRIANO PROSPERI, Un tempo senza storia. La distruzione
del passato, Einaudi, Torino 2021, pp. 121, euro 13,00.

La perdita del senso della storia, l’ignoranza del passato, anche
recente, è il tema di questo saggio, breve ma intenso, di Adriano
Prosperi, importante storico del Cinquecento e della Controriforma.
Una delle cause della distruzione del passato è “il mutamento epocale
che ha allontanato vertiginosamente il presente dal recente passato:
parliamo della rivoluzione informatica o più in generale di una
cultura del mutamento e del progresso tecnico e scientifico che ha
accelerato oltre ogni precedente la velocità della trasformazione del
mondo” (p. 13). La scarsa e lacunosa memoria del passato storico
dipende dalla scuola, in cui l’insegnamento della storia è stato
emarginato, ma soprattutto dai mezzi di comunicazione di massa che
propongono un consumo individuale di racconti, immagini, i quali
restringono l’orizzonte mentale e presentano un modello sociale di
successo e un populismo dominante, che svuota la democrazia e fa
apparire sospetto e da cancellare quello che apparteneva al
Novecento. Tutto si consuma nel presente.
Prosperi individua uno stretto legame tra la perdita della memoria e
l’assenza di speranza nel futuro, che riguarda soprattutto le ultime
generazioni. E la mancanza di futuro crea un contesto adatto al
rifiorire di miti di un passato recente. Viene richiamata la
consapevolezza di Primo Levi di un pericolo di ritorno del lager, come
“punto d’arrivo maggiore di una infezione latente, sempre pronta a
divampare nei singoli e nei popoli; la convinzione che ogni straniero è
nemico” (p. 42).
L’autore rileva come la narrazione della storia, assieme alla funzione
del ricordare, ha quella del dimenticare. Con questa osservazione
inizia un interessante excursus sulla storia della storiografia, a partire
da Erodoto, che si proponeva di ricordare imprese grandi e gloriose, e
quindi di dimenticare tutto il resto. Machiavelli aveva ricordato come
la cancellazione delle memorie umane si sia ripetuta spesso, sia per
cause naturali, sia per la volontà umana: “La variazione delle sétte
[religioni] e delle lingue, insieme con l’accidente de’ diluvi o della
peste, spegne le memorie delle cose” (p. 73). L’umanesimo è anche il
tentativo di recuperare dell’antichità classica quello che il
cristianesimo nascente aveva tentato di distruggere (Importante, a
questo proposito: C. NIXEI, Nel nome della croce. La distruzione
cristiana del mondo classico, Bollati Boringhieri, Torino 2017).
Fondamentale per il mutamento dei parametri storiografici è stato il
1492. Con la caduta del Sultanato di Granada, la conversione forzata
degli arabi, la cacciata degli ebrei sefarditi, nascono da un lato la
storia ebraica nell'età moderna e dall’altro quella del cristianesimo
conquistatore e intollerante, incarnato nella monarchia spagnola. Con
la Riforma ha origine la storiografia protestante e rinasce la dottrina
di un potere del pontefice sovrano su tutti i regni del mondo.
Un cambio di paradigma avviene con l’Illuminismo, che volta le spalle
alla storia come apologetica cristiana e propugna i valori del
cosmopolitismo e della tolleranza. Ma in età napoleonica si
infiammano i nazionalismi, con le idee di identità e di razza, e alla
storiografia viene attribuito il compito di formare la coscienza della
nazione. Nazionalismi, imperialismi, colonialismi incidono
pesantemente sulla storiografia e l’insegnamento della storia.
Un cambiamento radicale si verifica con la rivista “Annales” di Marc
Bloch e Lucien Febvre: la storia si avvale delle altre scienze umane, la
geografia, l’antropologia, l’economia, la sociologia, la psicologia. Al
legame con lo Stato subentra l’attenzione alle classi subalterne, alla
condizione femminile, all’infanzia. “Ma questo impulso creativo non si
è tradotto in una adeguata percezione sociale della storia … col crollo
del muro di Berlino e con la fine della Guerra fredda l’euforica attesa
della fine dei conflitti e dell’apertura di tutte le frontiere ha lasciato
rapidamente il posto all’età dell’oblio e del ripiegamento su se
stessi… Ne è risultato un mondo diviso e impoverito. E le nuove
generazioni hanno visto entrare in crisi il disegno del loro futuro. Qui
si trova la radice della crisi della storia” (p. 114).
Un libro con una forte venatura pessimistica, ma ricco di spunti di
riflessione, di approfondimento e di discussione.
Cesare Bianco

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IL FILM
DUE

Regia di Filippo Meneghetti.
Interpreti: Barbara Sukowa, Martine Chevallier, Léa Drucker,
Jérôme Varanfrain, Daniel Trubert.
Francia, Lussemburgo, 2019
95 minuti.
Distribuito da Teodora Film.

Filippo Meneghetti è un giovane regista italiano che ha fatto il suo
debutto nell’industria cinematografica francese. Il suo debutto, già
nelle sale dal 6 maggio con Teodora Film, è stato amato e apprezzato
un po’ ovunque. Due, questo il titolo, affronta un tema inconsueto
come l’amore tra due donne mature. Un film che ha fatto vera incetta
di premi in tutto il mondo, compresi un César e due Prix Lumières. Le
protagoniste, Nina e Madeleine, si amano in grande segreto da
decenni e tutti, compresi i parenti di Madeleine, pensano che siano
solo vicine di casa – le due infatti vivano all’ultimo piano dello stesso
palazzo. Quando la routine quotidiana delle due è sconvolta da un
evento imprevisto, la famiglia di Madeleine finisce per scoprire la
verità e l’amore tra le due viene messo a dura prova e a rischio di
separazione.
IL PESO DEL NON DETTO
Due è un film con un ritmo lento-veloce-lento. Un film in cui tutta la
tensione è giocata sulle parole non dette, non pronunciate. Al suo
interno si seguono e inseguono più generi cinematografici, e il thriller
e il romantico fanno a pugni per prevalere l’uno sull’altro. Filippo
Meneghetti lavora di fino nella costruzione di questo racconto
permettendo allo spettatore di conoscere la storia, le emozioni, le
sensazioni, i pensieri, i dubbi dei suoi personaggi da ogni angolazione
possibile. Un film difficile come opera prima e non perché parla di
diritti civili ma perché racconta di due donne anziane, e oggi è cosa
nota che il cinema difficilmente dà spazio a personaggi avanti con gli
anni (anche se la vittoria di Anthony Hopkins per The Father agli
ultimi Oscar potrebbe cambiare le carte in tavola). Quella di
Meneghetti è una battaglia vinta, con grande stile e qualità. Nina e
Madeleine, interpretate da Barbara Sukowa e Martine Chevallier,
sono due donne che si amano ma tengono il loro amore nascosto.
Sono bloccate dagli schemi della società, incastrate dal tempo che è
passato, ma anche da una sorta di autocensura che negli anni hanno
fatto loro stesse sul loro amore. Ne è esempio Madeleine che in una
delle scene più belle del film non riesce a dire ai suoi figli la verità e
mette in discussione la tanto attesa felicità.
IL FILM RACCONTATO DAL SUO REGISTA
“La famiglia è il luogo di mille costrizioni. Luogo d’amore e di
costrizioni”, ci racconta il regista. “Mi interessa molto la
contraddittorietà della vita. “Le persone che amiamo ci costringono, i
momenti più tragici possono essere i più luminosi e viceversa… In
questo senso, mi interessava fare un film che assomigliasse il più
possibile alla vita. Madeleine può dire quello che vuole? Soprattutto,
può dirlo a se stessa? Lei vuole fare coesistere due cose che
dovrebbero poter coesistere serenamente ma che poi nella vita di
tutti noi non è sempre così. L’esperienza di Madeleine è estrema
perché è comunque un film, è finzione, ma così vicino alla realtà in
quanto penso che nella vita di tutti ci siano delle cesure e censure. La
vita è menzogna. Tutti abbiamo una piccola dose di menzogna
quotidiana che gestiamo. A volta la gestiamo a nostro agio, altre è più
complessa. E dove è più complessa è più interessante da raccontare”.
E continuando nella conversazione, il regista conferma che l’aspetto
più complesso in fase di produzione è stata l’età delle protagoniste:
“la rappresentazione onesta dell’età diciamo che non va per la
maggiore. Questo, ancora di più, mi ha fatto pensare che era
importante fare il film. Anche perché è un film sul nostro sguardo su
noi stessi, sull’autocensura. Nel senso che la società, la famiglia, la
scuola, le persone che ci stanno attorno costruiscono il nostro
sguardo su noi stessi e a un certo punto, prima o poi, in qualche
momento possiamo chiudere la porta, gli altri non ci vedranno più,
saremo soli e non potremo chiudere mai gli occhi su noi stessi.
Dobbiamo convivere con uno sguardo su noi stessi 24 ore su 24”,
continua Meneghetti, “e questo io mi auguro sia un tema universale,
che vada oltre l’età, appunto. Siamo tutti sempre alle prese con la
nostra opinione su noi stessi, sulle nostre scelte. Non abbiamo
scampo dal noi che abbiamo davanti”.
Recensione di Margherita Bordino, in
http://rtribune.com/arti-performative/cinema/2021/05/due-film-filippomeneghetti-
amore/?utm_source=Newsletter
Artribune&utm_campaign=cf042288fc-
&utm_medium=email&utm_term=0_dc515150dd-cf042288fc-
153975825&ct=t()&goal=0_dc515150dd-cf042288fc-153975825

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Notiziario on line del Coordinamento per la laicità della
scuola. Redazione: Marco Chiauzza, Grazia Dalla Valle,
Daniel Noffke, Cesare Pianciola, Stefano Vitale.

Fanno parte del Coordinamento: AEDE (Association Européenne
des Enseignants), AGEDO, CEMEA Piemonte, CGD Piemonte,
CIDI Torino, COOGEN Torino, CUB-Scuola, FNISM, Sezione di
Torino "Frida Malan", MCE Torino.

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