Rassegna stampa

20.05.2021, LAICITÀ DELLA SCUOLA news, maggio 2021

Di Coordinamento per la laicità della Scuola | 20.05.2021


Notiziario on line del Coordinamento per la laicità della scuola

Editoriale:
L’opposizione al DDL Zan tra furbizie e propaganda
Il DDL Zan, che si propone di combattere la violenza e la
discriminazione contro le persone LGBT o con disabilità, già
licenziato dalla Camera con un’ampia maggioranza, ha buone
probabilità di essere approvato nei prossimi mesi anche al Senato.
Qualora ciò non avvenisse, sarebbe contro l’opinione prevalente
del popolo italiano che secondo tutti i sondaggi effettuati risulta
apprezzare quel disegno di legge; e pure contro quello dei
senatori, fra i quali pare essersi consolidato un orientamento
favorevole ad un provvedimento perlopiù giudicato equilibrato,
anche a seguito di modifiche ed integrazioni già intervenute nella
discussione svoltasi fra i deputati, che ha cercato di tenere conto
delle diverse prospettive politico-culturali.
Se il DDL Zan non dovesse essere approvato, ciò potrebbe
avvenire solo a seguito di meschini trucchetti e non di una chiara e
trasparente battaglia parlamentare. In effetti, chi legittimamente
vi si oppone, avrebbe a disposizione due armi altrettanto legittime
per condurre la propria battaglia: in primo luogo, potrebbe
accettare di discutere nel merito il testo approvato alla Camera,
eventualmente proponendo ulteriori emendamenti mirati, per
giungere ad una votazione conclusiva in tempi ragionevoli; in
seconda battuta, a fronte di un’eventuale approvazione,
potrebbero ricorrere allo strumento referendario per chiedere
direttamente al popolo italiano di esprimersi in merito. Invece no.
La strada scelta dal partito ostile al DDL Zan è quella di buttarla in
caciara, proponendo un disegno di legge radicalmente alternativo
e chiedendo in maniera strumentale di aprire una discussione
contemporanea e parallela di entrambi i testi, con l’intento
evidente di azzerare di fatto il lavoro svolto fino ad ora e allungare
a dismisura i tempi del dibattito parlamentare, nella speranza di
trascinarlo fino allo scioglimento delle Camere e giungere così alla
decadenza della proposta.
Ma la furbizia parlamentare è solo uno dei modi utilizzati dai
nemici del provvedimento per intorbidire le acque. Un evergreen è
ovviamente il “benaltrismo”, tattica ormai ben sperimentata per
impedire la discussione di un determinato argomento, il quale
consiste nel sostenere che il tema sollevato non rappresenta una
priorità a fronte di questioni più urgenti. Uno stratagemma che
sembra diventare ancora più efficace in una fase in cui i problemi
posti dall’emergenza sanitaria sono effettivamente enormi; ma
anche uno stratagemma che può essere facilmente smontato, se
solo si considera che il DDL Zan sarebbe a costo zero per le
finanze pubbliche, e quindi in nessun modo in alternativa o
contrasto con la realizzazione di altri provvedimenti. Tuttavia, in
questi tempi di post-verità l’arma più potente è senz’altro la pura
e semplice propaganda amplificata da un utilizzo spregiudicato
dei social media. Come è noto, è ormai sempre più facile
trasformare una pura e semplice menzogna in una certezza
incontestabile, semplicemente ripetendola ossessivamente. E
allora via a sostenere che la proposta dell’On. Zan favorirebbe
l’”utero in affitto” o promuoverebbe la “cultura gender” nelle
scuole, cose di cui non esiste invece traccia nel DDL.
Variante un po’ più raffinata di questa strategia consiste poi nel
sostenere che esso, con il pretesto di impedire violenze e
discriminazioni, finirebbe per limitare la libertà di espressione di
chi – per esempio – non fosse favorevole al matrimonio fra
persone dello stesso sesso. Vero è che, nel suo nucleo
fondamentale, il DDL Zan non fa altro che estendere anche alle
persone con disabilità o LGBT le sanzioni già previste dalla legge
Mancino per punire gli atti di discriminazione, odio o violenza
fondati su motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Per essere
ancora più precisi, qualora venisse approvato esso non
configurerebbe affatto un reato di opinione, perché – come
afferma esplicitamente il testo in discussione – non sarebbero in
alcun caso perseguibili “la libera espressione di convincimenti […]
nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee
o alla libertà delle scelte”, naturalmente “purché non idonee a
determinare il concreto pericolo del compimento di atti
discriminatori o violenti”. Non si può quindi non giungere alla
conclusione che chi vede nel DDL Zan un’inaccettabile limitazione
della libertà di espressione voglia in realtà puramente e
semplicemente impedire di sanzionare l’incitamento all’odio, alla
violenza e alla discriminazione nei confronti delle persone con
disabilità o LGBT. E non si può nemmeno sfuggire al dubbio che,
qualora il DDL Zan venisse affossato con il pretesto della tutela
della libertà di opinione, un’analoga obiezione potrebbe poi essere
mossa contro la stessa legge Mancino che si regge sui medesimi
principi, aprendo così la strada alla rimessa in discussione del
principale baluardo contro razzismo ed intolleranza oggi presente
nel nostro ordinamento giuridico.
Marco Chiauzza

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In evidenza:
→ EDUCAZIONE CIVICA = EDUCAZIONE CATTOLICA? Una
Lettera aperta di '“ArticoloZero-Coordinamento per la laicità”

In relazione all’introduzione, ad opera della L. 20 agosto 2019, n. 92,
a partire dall’anno in corso, della materia trasversale dell’Educazione
Civica, “uno dei temi dibattuti con più vigore sin dall’inizio d’anno
scolastico è stata la possibilità o meno di coinvolgere nella
trattazione della materia gli insegnanti di religione cattolica.
Per quanto consta, secondo molte diocesi e la maggioranza dei
docenti di religione un loro coinvolgimento sarebbe addirittura un
“atto dovuto”, per evitare un’ipotetica discriminazione tra insegnanti.
In alcuni casi gli istituti scolastici hanno operato con una certa
approssimazione, omettendo di considerare la questione nelle sue
molteplici implicazioni e limitandosi ad accogliere, senza porsi
troppe domande, l’offerta di disponibilità proveniente dagli
insegnanti di religione cattolica. In tali istituti sembra che nessuno si
sia posto il problema della natura necessariamente facoltativa
dell’insegnamento della religione cattolica (IRC)”.
L'Associazione “ArticoloZero-Coordinamento per la laicità” denuncia
la paradossale e discriminante situazione per cui, sempre più spesso,
nelle nostre scuole pubbliche si affida a chi insegna religione
cattolica l'insegnamento 'trasversale' di Educazione civica! Con la
'Lettera aperta', che si chiede di condividere e sottoscrivere, si vuole
rilanciare il dibattito sulla laicità (elemento fondativo della nostra
Costituzione) nella Scuola dando appuntamento ad un'iniziativa
pubblica sul tema, il prossimo sabato 5 giugno 2021.
Ha aderito alla Lettera aperta la redazione di “Laicità della scuola
NEWS”.
PER FIRMARE: http://chng.it/2nBTjNpg

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→ Chiesa Valdese di Milano
in L'OSSERVATORE LAICO
MAGGIO 13, 2021 su “CRITICA LIBERALE “
La Chiesa Valdese di Milano, avendo appreso che in molte scuole del
secondo ciclo l’introduzione dell’insegnamento di educazione civica, in
ottemperanza alla legge 92/2019, è stata affidata – in tutto o in parte- agli
insegnanti di religione cattolica, attesta la propria contrarietà a questa
decisione.
La nostra posizione si richiama alle finalità stesse di questa disciplina, che
intende, secondo le linee guida ministeriali, avere “valenza di matrice
valoriale trasversale” e come obiettivo di operare affinché i ragazzi e le
ragazze, al termine del ciclo di insegnamento possano “partecipare al
dibattito culturale, cogliere la complessità dei problemi esistenziali, morali,
politici, sociali, economici e scientifici e formulare risposte personali
argomentate”. Riteniamo che tale insegnamento non possa essere affidato a
docenti di una materia facoltativa e che la ricaduta più grave di tale prassi
sia quella di imporre agli studenti che non si avvalgono dell’IRC, l’ascolto
di un docente scelto dalla curia per una disciplina obbligatoria che
contribuirà a definire le loro scale valoriali.
Pur consapevoli della difficoltà che i dirigenti scolastici, i consigli di classe
e tutto il corpo docente stanno ancora attraversando a causa della pandemia,
riteniamo che non si debba derogare alle misure che garantiscono la laicità
dello stato e, in questo caso specifico, della scuola pubblica.
CHIESA EVANGELICA VALDESE 20122 – Milano – via F. Sforza 12/A
https://critlib.it/2021/05/13/la-marcia-forzata-del-clericalismo/

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→ UN RICORDO DI CARLO OTTINO INVIATO DA ANTONIA SANI
Con Carlo Ottino eravamo uniti da un’amicizia e da una collaborazione
quasi trentennale. A dieci anni dalla Sua scomparsa sono tanti i ricordi
che si affollano nei nostri sentimenti... Quando Carlo arrivava da Torino
era come se una ventata di coraggio venisse in soccorso delle nostre
battaglie per la laicità della scuola. Le sue parole erano sempre limpide,
senza scorciatoie, sempre attente a coniugare i principi della laicità con
il livello alto di una irrinunciabile “cultura della laicità”.
Il periodico “Laicità” sotto la sua direzione, si era dimostrato da subito
strumento insostituibile nelle battaglie per l’affermazione di
un’autentica democrazia scolastica, in grado di coniugare la teoria di
un’autonomia del sistema scolastico dalle burocrazie delle maggioranze
governative con la battaglia quotidiana per la liberazione della scuola- e
dello Stato- dai privilegi del Vaticano.
Animatore con le sue illuminate riflessioni (e amabilmente ironiche
notazioni…) dei tanti comitati Scuola e Costituzione che si erano andati
formando negli anni ’80, non aveva mai smesso di ospitare sulle
colonne di “Laicità” contributi di grande qualità, di esimi
costituzionalisti, di giuristi insigni affinché il faro di ogni nostro
intervento, di ogni nostra azione, fosse sempre un riferimento
consapevole alla Carta Costituzionale.
E proprio questo grande rispetto per i principi fondamentali della
nostra Costituzione aveva spinto Carlo Ottino, quando già le sue forze
non erano più floride, a impegnarsi non solo nel suo “Comitato torinese
per la laicità della scuola”, non solo a seguire il Coordinamento
nazionale della “Scuola della Repubblica” di cui era tra i fondatori , ma a
prendere parte nelle istituzioni dell’Ente locale alla vita politica della
sua Torino, e a battersi con convinzione per l’effettiva uguaglianza di
tutti gli individui prevista nell’articolo 3 della Costituzione.
Il suo interesse per la situazione dei campi nomadi, della popolazione
rom, il suo rispetto per le culture, le lingue, le religioni delle minoranze
sono tra gli aspetti più umani che Carlo perseguiva senza esibizione,
come un comportamento naturale, che altro non poteva essere.
Credo che il Suo ricordo sia ancora molto vivo, almeno in alcuni di noi.
Penso a quanto è cambiato il mondo in questi ultimi anni. Cosa direbbe
Carlo di fronte ai disastri ecologici, alla corsa agli armamenti, alla
indomita sete di protagonismo, agli sconvolgimenti riversati su cultura,
scuola e sanità come conseguenze di un virus insospettato?
Il suo sorriso “acuto e fraterno” non verrebbe meno….
Antonia Sani

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→ HANS KÜNG E L’EUTANASIA
L'associazione Luca Coscioni, dopo l'assoluzione di Marco
Cappato e Mina Welby sul caso Trentini, ha deciso di raccogliere
le 500.000 firme necessarie a proporre un referendum
sull'eutanasia.

Giovanni Fornero ricorda sul sito dell'associazione Luca Coscioni le
posizioni sull'eutanasia del teologo svizzero Hans Küng morto il 6 aprile
all'età di 93 anni e cita questo passo di una sua opera controcorrente
rispetto al pensiero cattolico ufficiale:
“Oggi anche i teologi e i vescovi conservatori comprendono – stando
almeno alla loro mutata posizione in merito agli anticoncezionali – che
siamo in un tempo di veloci mutamenti di valori e di norme: mutamenti
che non dipendono dalla cattiveria degli uomini, ma che sono prodotti
dai repentini mutamenti della società, della scienza, della tecnologia e
della medicina. Non è certo volontà del demonio se oggi è possibile
avere un controllo sempre maggiore dei processi vitali, controllo che sta
sotto la responsabilità dell’uomo. Ma dà da pensare il fatto che tanti
teologi morali, che oggi hanno ancora problemi ad ammettere
l’eutanasia attiva, hanno avuto a suo tempo difficoltà simili con la
regolamentazione attiva, “artificiale”, delle nascite; essi la intendevano
come un “no” alla sovranità di Dio sulla vita e, come tale, la rifiutavano,
finché non hanno dovuto ammettere che già l’inizio della vita umana è
stato posto da Dio in mano alla responsabilità dell’uomo”.
https://www.associazionelucacoscioni.it/notizie/blog/kung-un-cristianoe-
un-grande-teologo-a-favore-delleutanasia

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→ IL MCE COMPIE 70 ANNI

Il Movimento di Cooperazione Educativa nasce nel 1951 allo scopo di
costruire le condizioni di un’educazione popolare per il rinnovamento
civile e democratico. Negli anni vi hanno aderito maestri e maestre
come Giuseppe Tamagnini, Giovanna Legatti, Bruno Ciari, Mario Lodi,
Nora Giacobini, Fiorenzo Alfieri. Nel tempo, grazie alla collaborazione
con diverse Università italiane, il Movimento si è arricchito dei
contributi derivanti dalle ricerche e dalle sperimentazioni della
pedagogia moderna valorizzando la ricerca-azione, la documentazione,
la riflessività degli insegnanti. Oggi è un’associazione nazionale di
insegnanti di ogni ordine e grado di scuola, dirigenti scolastici,
educatori, attivi nell’impegno politico pedagogico di innovare la scuola
secondo i principi della pedagogia attiva e cooperativa; è soggetto
qualificato per la formazione e l’aggiornamento docente ai sensi della
DM 170/2016 presente sulla piattaforma MIUR SOFIA; collabora con
istituzioni, enti del terzo settore ed enti locali, in materia di politica
scolastica e nella costruzione di eventi pedagogici e formativi; conta
numerosi gruppi territoriali e nazionali di ricerca e sperimentazione.
Pubblica con Erickson la rivista trimestrale “Cooperazione Educativa” e
cura due collane editoriali Narrare la scuola e RicercAzione (Quaderni
di cooperazione educativa). Aderisce alla Fédération internationale de
l’École Moderne (FIMEM).
IL CALENDARIO DELLE PRIME INIZIATIVE:
22 Maggio 2021 Evento di apertura a Fano: Il MCE e i suoi inizi,
l’opera di Pino Tamagnini; Settembre 2021 Napoli: Ecosistemi formativi
e lotta alla dispersione e all’abbandono; Ottobre 2021 Palermo: Pensare
l’intercultura oggi, e a Firenze: L’incontro con Scuola Città Pestalozzi e la
storia della rivista CE; Novembre 2021 Torino: Tra città e scuola:
l’eredità di Fiorenzo Alfieri; Dicembre 2021 Venezia Mestre: Una lunga
storia di cooperazione. Si aggiungeranno eventi locali organizzati dai
numerosi gruppi cooperativi sparsi per la penisola.
https://sites.google.com/mce-fimem.it/70annimce/home
http://www.mce-fimem.it/

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→ CIDI TORINO: Il digitale a scuola
Le relazioni presentate nei tre incontri organizzati dal Cidi sulle
problematicità della trasformazione digitale in atto nella scuola
hanno offerto a chi ha partecipato la possibilità di verificare la
complessità del problema. Ogni intervento ha focalizzato l’analisi
del rapporto tra scuola e tecnologie a partire dalla propria
prospettiva specifica mostrandone la molteplicità delle
implicazioni. Al tempo stesso non è sfuggito, a chi ha partecipato a
tutti tre gli appuntamenti, la profonda interrelazione tra i temi
trattati.
Il Prof. Gui, nel primo incontro, ha posto l’accento sulla esigenza
improcrastinabile dell’educazione ai media. Ossia, la necessità di
fornire a ciascuno studente e futuro cittadino gli strumenti per
acquisire consapevolezza dei meccanismi di cui può rimanere
vittima. La pervasiva capacità delle tecnologie disponibili di
occupare - attraverso la sovrabbondanza degli stimoli, la
frammentazione dei contenuti e la gratificazione immediata - ogni
spazio temporale, cognitivo e di attenzione, comporta la necessità
di dover imparare a governarne l’uso e il consumo. La scuola è la
sede di intervento per elezione dell’agire. Con la consapevolezza,
tuttavia, che le disuguaglianze si aggravano, non tanto per
differenze nella strumentazione, ma laddove sono inferiori le
difese culturali. Né tantomeno il compito si esaurisce solo agendo
sul piano individuale.
Il Prof. Guastavigna nel secondo incontro è partito dalla
constatazione che Google si stia divorando la scuola. Questa
azienda è riuscita, infatti, a travestire il proprio progetto culturale
(tecno-economico) in progetto meramente tecnologico e a
mantenere su questo terreno il focus del discorso collettivo. Per
capirne l’azione, ha invitato a porre attenzione ai seguenti aspetti:
ai meccanismi attraverso cui viene gerarchizzata la conoscenza
del suo motore di ricerca come effetto della computazione del
lavoro dell’utente, prosumer, con uno stravolgimento della
significatività della conoscenza stessa, proposta in relazione al
“consumo” individuale; all’estrazione - a condizioni non
negoziate- dei dati e delle caratteristiche e delle azioni di ciascuno
per la loro profilazione e targettizzazione a fini commerciali; alla
constatazione che la conoscenza- che sia il frutto della abitudini di
massa o che sia conoscenza culturale- è diventata una forza
produttiva finalizzata all’economia di mercato. È fondamentale
capirne cioè l’intenzione capitalistica. La sua opinione è che per
costruire pensiero bisogna partire da questi elementi e analizzarli
in modo collettivo e oppositivo, cioè politico. Esistono infatti
alternative che occorre valorizzare a partire dall’idea che il
controllo debba essere pubblico. Ed esistono concetti che, per i
significati che implicano o nascondono, vanno sempre discussi e
verificati. I dispositivi digitali se emancipati, cioè depurati dalle
intenzioni di sfruttamento finalizzato al mercato, sono strumenti
necessari per costruire conoscenza emancipante.
Nell’ultimo incontro il Prof. Penge ha puntato sulla
consapevolezza dell’esistenza di “radici”. Spesso ci si muove nel
mondo degli strumenti digitali considerando solo le loro
interfacce visibili e operative, dimenticando o ignorando
l’estensione altrettanto enorme della loro parte nascosta e
inaccessibile (anche agli Stati, in certi casi). E’ questo apparato
radicale nella sua invisibilità ed opacità che porta occultato lo
scopo che governa ciò che utilizziamo e i motivi del loro
predominio. Non sono esenti da queste riflessioni gli strumenti
con una finalità didattica. Per valutarli sono necessarie perciò
competenze critiche capaci di verificare sia le condizioni a cui
sottostanno, o che impongono, sia i loro limiti, sia la loro validità.
Le condizioni corrispondono alla possibilità di poter disporre o
meno di dati e codici aperti e di garanzie sulla loro portabilità e
interoperabilità. I limiti sono invece relativi alla loro reale efficacia
nella trasmissione e acquisizione della conoscenza. La verifica in
tal senso ne è perciò una condizione imprescindibile. La validità è
invece legata alle possibilità di aggiornamento, adeguatezza,
accessibilità, sostenibilità.
Tutti questi concetti sono i riferimenti rispetto ai cui attrezzarsi
per un lavoro d’indagine e ricerca sulla validità del software
didattico. Nell’ottica di costruire, come ha detto il prof.
Guastavigna, conoscenza emancipante.
Luigi Tremoloso

Lettera Cidi Torino, aprile-maggio 2021

NELLA LETTERA SI LEGGE ANCHE UN DOCUMENTO
AGGIORNATO SULLA NORMATIVA RIGUARDANTE L'IRC A
CURA DI GRAZIA DALLA VALLE:

https://www.ciditorino.it/lettera-cidi-torino-aprile

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→ ”INSEGNARE”: Il "cambio di paradigma", o solo "di passo"?
di Mario Ambel

Tra i molti concetti abusati in questi giorni, quelli destinati a
diventare slogan privi di senso e a essere consumati prima di
concretizzasi in qualche fatto compiuto davvero capace di
trasformazione positiva, c’è probabilmente il “cambio di
paradigma”, reclamato o auspicato da molti non solo come
strategia per affrontare l’emergenza, ma come criterio guida per
uscire dalla crisi con un rinnovamento radicale che consenta di
“uscirne migliori”. Altra metafora, più militaresca questa, in
omaggio forse al fatto di aver affidato il piano di emergenza per
garantire la salute pubblica alle Forze armate (da tempo per altro
assimilabili a “Forze di pace”) è il “cambio di passo”. Oltre che un
bell’esempio, questo sì, di “cambio di paradigma”.
Per cambio di paradigma possiamo infatti intendere il
cambiamento delle regole, delle prospettive e delle finalità, da cui
discendono scelte conseguenti e che si configura quindi come un
insieme di principi e di pratiche, che alimentano e governano le
scelte di natura politica, sociale, economica, in un determinato
settore della vita pubblica e privata o nel suo insieme. La scuola è
certamente uno di questi.
Non resta che chiedersi e capire, allora, quali siano i nuovi scenari
e i nuovi orizzonti verso cui ci apprestiamo a marciare. E chiedersi,
ancor prima, se i provvedimenti finora adottati, in questa lunga ed
estenuante emergenza, e quelli che ci si appresta a sostenere
anche finanziariamente per il futuro, stanno delineando o meno
un “cambio di paradigma”. E, appunto, in che direzione.
LEGGI TUTTO: http://www.insegnareonline.com/rivista/editoriali/cambioparadigma-
passo

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→ GIORNATE DELLA LAICITÀ – LA DODICESIMA EDIZIONE –
IL TEMA SARÀ “LA SCIMMIA NUDA. NATURA (È) CULTURA?”

Reggio Emilia, 10-13 giugno 2021 Arena ex Stalloni
La dodicesima edizione delle Giornate della laicità, festival di
approfondimento culturale dedicato al pensiero laico, critico e
razionale, sarà un’edizione diversa dal solito, con una formula ibrida
che vedrà 11 incontri dal vivo e 4 incontri in diretta streaming, con
tantissimi ospiti. Hanno già confermato la loro presenza Maurizio
Ferraris, Simona Argentieri, Francesco Remotti, Guido Barbujani,
Roberta de Monticelli, Paolo Nichelli, Paolo Flores D’Arcais, Eva
Cantarella, Sumaya Abdel Qader, Michela Milano, Chiara Saraceno,
Giorgio Maran, Carlo Sini, Elena Gagliasso, Massimo Baldacci, Elena
Granaglia, Telmo Pievani, Simona Maggiorelli, Federico Tulli.
http://www.italialaica.it/eventi/61736

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→ FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI: L’istruzione
nel mondo resta un diritto fragile, oggi per giunta
pericolosamente minacciato dalla pandemia. Soprattutto per
le bambine.

Secondo una proiezione dell’Unesco, 11 milioni di ragazze potrebbero
non fare mai più ritorno tra i banchi di scuola dopo il periodo di stop
dovuto all’emergenza sanitaria.
Malala Fund parla addirittura di 20 milioni di studentesse che
potrebbero dire addio per sempre ai libri. “I leader del G7 devono agire
per impedire che il Covid escluda per sempre dalla scuole le ragazze dei
Paesi a basso reddito”, ha scritto Malala Yousafzai sul Financial Times.
In particolare, le ragazze di età compresa tra 12 e 17 anni sono
particolarmente a rischio di abbandono scolastico nei Paesi più poveri.
Di fatto, lo scoppio del coronavirus ha rallentato o addirittura invertito
ovunque i passi avanti fatti per recuperare lo svantaggio scolastico delle
donne sugli uomini, sia in termini di iscrizione ai corsi di studio sia di
risultati di apprendimento (World Economic Forum).
Come accade spesso in situazioni di crisi, le donne vedono
maggiormente minacciato il proprio diritto allo studio. Durante
l’epidemia di Ebola, in Liberia molte ragazze sono diventate le uniche
fonti di sostegno per le loro famiglie. E anche dopo la fine
dell’emergenza sanitaria non sono rientrate a scuola. Lo stesso
potrebbe accadere oggi con la crisi Covid, dove le gravidanze
adolescenziali sono sempre più frequenti a causa delle chiusure e
dell’aumento delle violenze sessuali (One.org). Le Nazioni
Unite stimano che quasi 11 milioni di studenti delle scuole primarie e
secondarie di tutto il mondo – tra cui 5.2 milioni ragazze – potrebbero
non ricevere più un’istruzione dopo la chiusura delle scuole a causa
della pandemia (OCHA).
LEGGI L'ARTICOLO
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→ CENTRO STUDI PIERO GOBETTI
INCHIESTA: DOVE VA LA POLITICA IN ITALIA?

Prosegue l'inchiesta su dove va la politica in Italia, con i dialoghi a
cura di Pietro Polito, in diretta sul canale YouTube del Centro
Gobetti (https://www.youtube.com/c/CentrostudiPieroGobetti).
Lunedì 24 | h. 17.30
Con Francesco Pallante parleremo del tema "Contro la democrazia
diretta".
SCOPRI L'EVENTO!
Lunedì 31 | h. 17.30
Con Stefano Petrucciani parleremo del tema "Trasformazioni della
politica dopo il secolo breve".
SCOPRI L'EVENTO!

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→ ISTORETO (Istituto piemontese per la storia della
Resistenza e della società contemporanea)

19 maggio 2021, ore 17:30
Tavola rotonda su Il partito della Resistenza
In diretta su facebook
In occasione della riedizione (con un nuovo titolo) della Storia del
Partito d'Azione di Giovanni De Luna (Utet, Torino, 2020), Istoreto
organizza una tavola rotonda con l'autore e Paolo
Borgna, Giuseppe Filippetta, Daniele Pipitone e Andrea Ricciardi;
coordinerà la discussione Simonetta Fiori.
In collaborazione con Utet Libri e Fondazione avvocato Faustino
Dalmazzo.
Online sulle pagine facebook di Istoreto e Utet Libri.
La pagina del volume sul sito dell'editore.

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→ “MICROMEGA” online
È online il nuovo numero di MicroMega+
Il quarto numero della newsletter settimanale in
abbonamento, con contributi di: Lorini, Odifreddi, Pompili,
"Frida Guerrera", Grazzini, Portelli.

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IL LIBRO
Fernand Deligny, I vagabondi efficaci e altri scritti, a cura di
Luigi Monti, trad. Di Chiara Scorzoni e cronologia di
Sandra Alvarez di Toledo, Edizioni dell’Asino, Roma 2020, €
20.

La storia della pedagogia non manca di personaggi speciali e Fernand
Deligny era certamente uno di questi. Nato a Bergues, a un passo da
Dunkerque, nel 1913, perde subito il padre, ucciso in battaglia, e
viene allevato con molti sacrifici dalla madre e dal nonno materno.
Studia filosofia e psicologia a Lille, ma s’interessa al cinema, al
giornalismo, e ai metodi della pedagogia attiva (niente quaderni,
uscite all’aperto, apprendimento attraverso il gioco e il lavoro
manuale). Si iscrive alla Gioventù comunista (più tardi prenderà la
tessera del partito), inizia la carriera di insegnante. Nel 1939,
ventiseienne, accetta un posto di istitutore al manicomio di
Armentières, vicino Lille. Da quel momento in poi, per mezzo secolo,
Deligny non smetterà più di occuparsi dell’educazione degli
“ineducabili”, o perché gravemente ritardati o perché socialmente
devianti o perché autistici. Il verbo “occuparsi”però non rende l’idea.
Deligny vive con spirito di assoluta partecipazione il suo lavoro. Vive
con gli internati, prima, coi giovani delinquenti poi, infine – in una
specie di comune nella campagna delle Cevennes – con gli autistici.
Gira in lungo e in largo il nord della Francia, apre e chiude scuole e
centri di recupero, ed entra in rotta di collisione, un po’ come capita a
Don Milani da noi, con chi nei Ministeri è preoccupato dai suoi metodi
educativi: Deligny non punisce, non costringe, non dà ordini,
antepone il lavoro allo studio, stimola la creatività dei ragazzi,
preferisce far girare cortometraggi, arruola come istitutori e
sorveglianti gente del posto che non ha alcuna esperienza
pedagogica, fa “educazione nuova” innestandosi sui territori in cui
lavora, fa innovazione sociale. Sperimenta, fallisce, ci riprova, risorge.
Nella seconda parte della sua vita s’interessa di lui un pezzo
significativo dell’intellighenzia alternativa francese: conosce Guattari,
conosce André Bazin, collabora con lo psichiatra Henri Wallon, entra
in contatto con François Truffaut, che gli chiede una consulenza per
i 400 colpi e per Il ragazzo selvaggio – e il leggendario finale del film
con il ragazzino che scappa è ispirato proprio da Deligny.
Luigi Monti ha curato per le Edizioni dell’Asino un bel volume che
contiene i suoi scritti più importanti, tradotti da Chiara Scorzoni, ed è
l’occasione quindi per fare la conoscenza con un pedagogista
scomodo, magari marginale perché radicale, quasi eroico, un uomo
che ha scelto di collegare strettamente la vita e la professione. Forse
anche esagerando, ma scegliendo la coerenza e soprattutto di stare
dalla parte dei bambini, dei più deboli e sfortunati tra i bambini.
Monti scrive nell’introduzione che Deligny “si definiva un
deragliatore, uno che lavorava per far saltare i binari di quei bambini
che condizioni di vita opprimenti conducevano precocemente verso i
riformatori, case di rieducazione e manicomi”. Il libro è diviso in tre
capitoli: “Semi di canaglia”, “I vagabondi efficaci”, “La grande cordata”
oltre ad una postilla conclusiva “Diario di un educatore”.
“Semi di canaglia” è una bellissima raccolta di 134 aforismi la cui
lettura può essere un salutare shock per ogni educatore, insegnante,
genitore, forse anche per un politico. Deligny è folgorate quanto
crudo e deciso nel ricordare a tutti quanto siamo sommersi da
pregiudizi, moralismi ed astrattezze teoriche. Deligny si smarca dalle
istituzioni, dai dogmatismi pedagogici e politici e si immerge nella
laicità dura e contradditoria della pratica reale dell’educazione attiva,
criticando “le anime belle” dell’educazione pseudo progressista,
infarcita di “politicamente corretto” diremmo oggi. I suoi
suggerimenti pedagogici, benché tratti da un’esperienza dura con
ragazzi “difficili” e spesso “irragionevoli” suonano infinitamente più
ragionevoli di quelli somministrati dalla pedagogia dominante che
negli ultimi decenni ha invaso il discorso sull’istruzione. Che
differenza tra il gergo tecnicistico segnato da “competenze
interpersonali e interculturali”, “implementazione dei percorsi
educativi”, “protocolli formativi”, “metodologie di lavoro rete”,
“processi relazionali globali”, e la calda e autentica semplicità diretta
di Deligny: «Educatori… ? Chi siete? Formati, come si suole dire, in
tirocini o in corsi nazionali o internazionali, istruiti senza esservi
posti il problema di sapere se avete nella pancia un minimo di
intuizione, di immaginazione creativa e di simpatia verso l’uomo,
imbevuti di terminologia medico-scientifica e di tecniche superficiali,
vi si abbandona, in molti casi figli immaturi della borghesia, ancora
tutti inconchigliati in voi stessi, in piena miseria umana». Non si
tratta di negare la cultura dell’educazione, ma di capire che la realtà
va presa di petto con altri strumenti. Deligny parte sempre dal
presupposto che prima di tutto ha di fronte delle persone, con una
loro storia, con una vita concreta, tutti sono diversi, nessuno può
esser incasellato in un profilo apriori. Occorre entrare in relazione,
questo è quello che conta. Ed accettare i fallimenti, i propri limiti.
L’educazione non è onnipotente né salvifica. Egli dice “Impedirti di
punirli ti obbligherà a occuparli”, “Se vuoi conoscerli veramente, falli
giocare, giocare, giocare”. E più avanti “Se per così poco ti sei stancato
di questo mestiere, non salire sulla nostra imbarcazione perché il
nostro carburante è il fallimento quotidiano, le nostre vele si
gonfiano di sghignazzi e noi lavoriamo sodo per tornare al porto con
minuscole aringhe mentre eravamo partiti per pescare la balena”.
«Per Deligny – osserva Monti – si è sempre trattato di evitare ai
ragazzini la prigione e il manicomio; di adottare il loro punto di vista
piuttosto che quello delle pedagogie o delle terapie, anche
progressiste, che si sforzavano di formare o che pretendevano di
curare; di farsi guidare dall’invenzione e dalla sperimentazione
piuttosto che dalla compassione filantropica: “intendo soltanto creare
circostanze favorevoli perché loro ne traggano beneficio e perché
vivano”». In questo orizzonte, l’attività che salva, se li salva, i ragazzi
di Deligny è l’imparare a vivere, a comunicare perché quel che si deve
fare è “aiutarli, non amarli”. Deligny si fa così promotore di una
pedagogia laica della prassi quotidiana che consapevolmente
dichiara: “Alcuni di quelli che fanno questo mestiere, il nostro,
credono in Dio; altri hanno fede negli uomini”. Come detto, Deligny
era comunista, ma non può certo essere accomunato, come alcuni
hanno fatto a suo tempo a pedagogisti marxisti come Makarenko.
Deligny scrive: “Non ho mai avuto gusto, né talento per modellare dei
caratteri. So bene che, in giro per il mondo, degli educatori si
ingegnano a modellare questo ‘uomo nuovo’ secondo la richiesta o il
comando dello Stato…». In tutto ciò che ha scritto, e in tutto ciò che
ha fatto, si avverte sempre che l’ideale al quale era più devoto era la
libertà, e che per lui ogni astratta norma di metodo, ogni collaudato
protocollo educativo doveva piegarsi all’infinita varietà degli esseri
umani.
In Vagabondi efficaci Deligny scrive, all’indomani della chiusura del
Centro di Osservazione per minori delinquenti che egli era stato
chiamato a dirigere, di come era organizzato questo centro. Il cardine
non era lo studio ma il lavoro, il fare qualcosa con le mani. I ragazzi al
mattino svolgevano attività remunerate, di inserimento sociale e
lavorativo diremmo oggi, e al pomeriggio potevano scegliere tra
diverse attività creative. Egli aveva sviluppato una rete di alleanze con
gli artigiani del circondario, che fungevano da “animatori” oltre che
una rete di contatti con generosi datori di lavoro di mezza Francia. Ma
di qui anche le frizioni con chi non comprende il confine tra un
istituto di cura e rieducazione (la Grande Cordata) e un ufficio di
collocamento, e vuole mettere le cose a posto: «Al ministero di non so
bene cosa – scrive Deligny – avevano scoperto un cortocircuito: dato
che la Grande Cordata percepiva una retta giornaliera, non era
ammissibile che i ragazzi lavorassero in determinati luoghi e
venissero remunerati, stipendiati, dichiarati lavoratori quando invece
erano ‘malati’. Molti soggiorni di prova fallivano per il semplice fatto
che qualcuno si occupava in prima persona della rieducazione di un
ragazzo che, improvvisamente, diventava un parassita di quei luoghi».
Qualcuno ha criticato Deligny perché era contro la
professionalizzazione dell’educatore, altri hanno parlato di
“antipedagogia”, ma in realtà il suo messaggio va ben oltre e si rivolge
a tutti gli educatori, di professione e no, ma che vogliono prima di
tutto “essere” educatori: “Bisognerà, se acconsentite, liberare
contestualmente i bambini e mettere accanto a loro educatori dalla
presenza discreta, provocatori di gioia, sempre pronti a rimodellare la
morbida argilla, vagabondi efficaci pieni di stupore per l’infanzia”. Per
Deligny un educatore è prima di tutto un “creatore di circostanze”: il
suo è un metodo che prima di tutto guarda alla postura personale e
morale (“che la tua simpatia per quelli che assomigliano non ti
impedisca di capire gli altri”), alla motivazione (“diffida delle
soluzioni immediate: non serve a nulla attaccare una lampada a
petrolio alla corrente elettrica”), che si pone il problema di come
entrare in relazione con l’altro senza pregiudizi, che invita gli
educatori a mettere da parte le illusioni per non dimenticare la più
grande delle utopie educative riassunta in due aforismi Sii presente
soprattutto quando non ci sei e Capaci di tutto? A te il “tutto”.
Stefano Vitale

***

IL FILM
VOLEVO NASCONDERMI

Lingua originale italiano, reggiano e tedesco
Paese di produzione Italia
Anno 2020
Durata 120’
Regia Giorgio Diritti
Soggetto Giorgio Diritti, Fredo Valla
Sceneggiatura Giorgio Diritti, Tania Pedroni
Casa di produzione Palomar, Rai Cinema
Fotografia Matteo Cocco
Montaggio Paolo Cottignola, Giorgio Diritti
Musiche Marco Biscarini, Daniele Furlati
Tra gli interpreti
Elio Germano: Antonio Ligabue
Oliver Ewy: Ligabue da giovane
Leonardo Carrozzo: Ligabue da bambino
Pietro Traldi: Renato Marino Mazzacurati
Orietta Notari: madre di Mazzacurati

Il film sul pittore Antonio Ligabue, presentato in anteprima al Festival
internazionale del cinema di Berlino nel febbraio 2020, la cui uscita
nelle sale cinematografiche italiane è stata rinviata per le misure
contro la pandemia, ha trionfato alla edizione 2021 dei David
Donatello (film, regia, attore protagonista, scenografia, fotografia,
acconciatore e suono) ed è ora visibile in alcune sale, in DVD e in
streaming su alcune piattaforme.

Il titolo, Volevo nascondermi, dice già tutto: il dramma di un uomo che
si sente condannato all’infelicità, timoroso e insicuro persino quando
tutti vorrebbero applaudirlo (come nella scena dell’esposizione a
Roma, da cui fugge impaurito). Il Ligabue che Giorgio Diritti ha
affidato a uno straordinario Elio Germano e che esce in questi giorni
(dopo che il lockdown aveva soffocato una prima uscita sull’onda
degli applausi al Festival di Berlino) non è certo una riscoperta del
pittore naïf già magistralmente interpretato da Flavio Bucci in un
ormai lontano 1977. Piuttosto è lo specchio doloroso fin ai limiti della
crudeltà di un uomo che si sente schiacciato dalle proprie
«imperfezioni» (fisiche, mentali, inconsce) e che prova a lottare per
dar forma ai propri sogni. Come è il cammino, più o meno tortuoso, di
ogni artista.

Per questo il film non segue un percorso lineare ma avvicina momenti
diversi. La prima scena è in una clinica per malattie mentali, ai tempi
del fascismo, con il protagonista già adulto, per poi tornare indietro a
scavare in una fanciullezza e una adolescenza segnate dalla povertà e
dall’ostracismo ma anche dall’amore della donna (Dagny Gioulami)
che l’aveva adottato. E quando il film procede, dopo che Ligabue è
espulso dalla Svizzera e costretto a trasferirsi a Gualtieri, in Emilia,
dov’era nato il padre, più che farci incontrare le persone che ebbero
un ruolo nella sua vita, preferisce sottolinearne la loro «funzione»:
l’uomo caritatevole (lo scultore Mazzacurati: Pietro Traldi), la madre
sostitutiva (la signora Mazzacurati: Orietta Notari), l’amico (lo
scultore di lapidi Mozzali: Andrea Gherpelli), il giornalista (Raffaele
Andreassi: Mario Perrotta), la donna tentatrice (l’attrice: Paola
Lavini), l’irraggiungibile amore (Cesarina: Francesca Manfredini).
In questo modo il regista, che firma la sceneggiatura con Tania
Pedroni e la collaborazione di Fredo Valla, costruisce il film come il
lungo percorso di riscatto. Una strada fatta di dolore e sofferenze, di
vergogne e nascondimenti (la prima inquadratura è solo per il suo
occhio, che sbuca da sotto un ingombrante telo nerissimo) dove il
percorso artistico diventa quasi un’appendice lungo il calvario di una
vita: un’infanzia dolorosa e umiliante («Tu non meriti di esistere» lo
apostrofa il maestro elementare), un’adolescenza soffocata («Io non
so stare alle regole» dice presentandosi ai coetanei), un’età adulta
durante la quale la lotta con le proprie angosce non finirà mai.
Ma il percorso cronologico è solo un’esile traccia per raccontare
soprattutto le paure (soffriva anche di misofonia: certi rumori —
come la tosse — lo ossessionavano) e il mistero di un personaggio
tormentato e doloroso, la cui dimensione umana prende il
sopravvento su tutto. Così il gesto creativo non è quasi mai mostrato:
piuttosto, lo si vede mentre inveisce contro la tela, distrugge le sue
sculture, cancella un affresco. Solo sui titoli di coda sono finalmente
inquadrati i suoi dipinti, ma scendendo nei particolari, a mostrare la
forza della pennellata e del colore piuttosto che la totalità del
disegno. Una scelta insolita per quello che potrebbe apparire a prima
vista come un biopic, ma che si giustifica con la voglia di cercare
l’anima di un uomo prima che il segreto dell’artista.
Dopo una prima parte punteggiata di flashback, il film sboccia in una
seconda più piana e malinconica dove si racconta il rapporto di
Ligabue con il mercato dell’arte e i fantasmi della creazione, ma anche
i suoi sogni di rispettabilità (l’auto con l’autista, il cappotto elegante)
e il rapporto con le donne (l’amata ma irraggiungibile Cesarina, la
provocazione dell’attrice). A fare da contrappunto, le immagini della
campagna emiliana (esaltata dalla fotografia di Matteo Cocco) che
danno forma a quel sogno di pace e di serenità che Ligabue insegue
invano e che la regia amplifica con l’uso «olmiano» del dialetto e di
facce non riconoscibili per i personaggi di contorno. Solo Germano
(giustamente premiato a Berlino con l’Orso per l’interpretazione
maschile) spicca nel cast, in una prova di magistrale mimetismo,
senza mai una sbavatura o un cedimento al folclore o al romanzesco.
Recensione di Paolo Mereghetti in
https://www.corriere.it/spettacoli/20_agosto_13/ritratto-un-artistainfeliceche-
scava-oltre-biografia-c1cc1740-dd6e-11ea-a581-
35064321fed0.shtml

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Notiziario on line del Coordinamento per la laicità della
scuola. Redazione: Marco Chiauzza, Grazia Dalla Valle,
Daniel Noffke, Cesare Pianciola, Stefano Vitale.

Fanno parte del Coordinamento: AEDE (Association Européenne
des Enseignants), AGEDO, CEMEA Piemonte, CGD Piemonte,
CIDI Torino, COOGEN Torino, CUB-Scuola, FNISM, Sezione di
Torino "Frida Malan", MCE Torino.

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