Rassegna stampa

LAICITÀ DELLA SCUOLA News - Maggio 2020

Di Redazione | 24.05.2020


Notiziario online del Coordinamento per la laicità della scuola.
Redazione: Marco Chiauzza, Grazia Dalla Valle, Daniel Noffke, Cesare Pianciola, Stefano Vitale.
Fanno parte del Coordinamento: AEDE (Association Européenne des Enseignants), AGEDO, CEMEA Piemonte, CGD Piemonte, CIDI Torino, COOGEN Torino, CUB-Scuola, FNISM, Sezione di Torino "Frida Malan", MCE Torino.
Portavoce del Coordinamento e referente per le superiori:
Fulvio Gambotto (339 5435162)
Referente per gli altri ordini di scuola: Silvia Bodoardo (329 0807074)

EDITORIALE
Senza scuola non c'è ripartenza
Continuiamo le nostre News in formato ridotto, dando voce innanzi
tutto ad alcuni documenti sulla situazione problematica della scuola.
Come editoriale riproduciamo parte di un articolo di David Sorani,
docente per molti anni al Liceo Cavour di Torino, pubblicato il
05/05/2020 su Moked, portale dell'ebraismo italiano, cui facciamo
seguire un post pubblicato il 20 maggio su Facebook da Nicola
Puttilli del direttivo dell'Associazione Nazionale Dirigenti Scolatici
(A.N.DI.S.).
In Italia per sentenza inappellabile del governo Conte e della
ministra dell’Istruzione Azzolina e nonostante vari appelli in senso
contrario, di riapertura delle scuole e di ritorno in aula si parlerà
solo a settembre, all’inizio del nuovo anno. Intendiamoci, di
motivazioni alla prudenza e addirittura al rifiuto ce ne sono a iosa.
L’andamento attuale dell’epidemia è instabile e imprevedibile; chi
può dirci che un nuovo afflusso di alunni e insegnanti non
provocherà una ripresa e una nuova diffusione del virus? Ma perché
neppure discutere l’ipotesi-ripartenza, perché non provare a
tracciare un percorso di rientro graduale e distanziato, con turni
diversificati di numeri limitati di studenti? Ampliando il nostro
sguardo, perché altrove – in paesi colpiti dal Covid-19 – le scuole
piano piano riaprono i portoni e le classi, pronte in ogni caso a
richiudere tutto di fronte a nuovi incrementi del contagio?
Temo che dietro la risposta negativa a priori da parte delle nostre
istituzioni non ci sia solo una iper-prudenza o uno scettico
realismo. Ipotizzo che il rifiuto dei vertici significhi anche scarsa
fiducia nelle capacità della struttura scolastica italiana di
organizzare una modalità didattica alternativa e protettiva in
presenza degli alunni; mancanza di fiducia a mio parere
immotivata, alla luce della grande prova di efficienza organizzativa
e professionale che la scuola italiana ha dato e sta dando nella
gestione dei percorsi on line. A monte, intravedo inoltre nella nostra
governance una complessiva sottovalutazione del ruolo centrale
che il sistema formativo dovrebbe esercitare nella ripresa
complessiva e soprattutto nella progettazione delle linee essenziali
per lo sviluppo di un mondo destinato a ripensarsi globalmente in
tempi di incertezza universale. In questi frangenti la scuola non
dovrebbe essere la cenerentola dei vari provvedimenti, bensì un
motore e un apparato di rinnovamento. Le tecnologie informatiche
e la didattica a distanza costituiscono certo un settore portante
della trasformazione necessaria, ma non sono la panacea a cui
provvidenzialmente affidarsi in tempi di epidemie fluttuanti; non
possono soprattutto sostituire la socializzazione, il dialogo e la
diretta comunicazione interpersonale con tutte le loro implicazioni
educative e culturali. Ecco perché cominciare fin d’ora a tornare in
aula insieme, a turno e a piccoli gruppi, sarebbe prezioso. Ma
aspettarsi dall’apparato burocratico di Viale Trastevere o dalla
sequela di direttive tramite DPCM l’apertura, il coraggio e
addirittura la disponibilità sperimentale utili alla scuola del futuro
appare davvero eccessivo. L’attività scolastica non offre
immediatamente un ritorno economico, non risponde a evidenti
urgenze occupazionali e sociali, come il settore produttivo o quello
turistico; non è nell’occhio del ciclone e dunque per i nostri
governanti può essere messa in stand by, può attendere tempi
migliori per una ripresa più o meno tradizionale, con alcune misure
precauzionali. Come se questo bastasse.
Peccato che abituarsi a un mondo senza scuola sia un male sociale,
economico, politico: in definitiva, un male morale. Gli ostacoli,
anche i più difficili, sono fatti per essere superati; non per indurre
alla rinuncia.


Davi Sorani
(https://moked.it/blog/2020/05/05/senza-scuola-non-ceripartenza/)
Circa un alunno su quattro non ha partecipato alla didattica
distanza perdendo dai primi di marzo, già da fine febbraio in
qualche caso, ogni contatto con la scuola. Non sempre, ma quasi, si
tratta di alunni con svantaggi di origine socioculturale che già
manifestavano ritardi di varia natura e gravità che, per molti di loro,
potranno, a settembre, rivelarsi irrecuperabili. Un vuoto di sei-sette
mesi potrebbe portare a perdere per sempre molti di loro.
Eppure questi stessi ragazzi/ bambini già oggi vanno, con le dovute
precauzioni, in pizzeria, dal barbiere, nelle aree gioco dei parchi
pubblici, ecc.
Per un rientro generalizzato non ci sono forse le condizioni, ma per
un mese e mezzo di scuola da dedicare ai più svantaggiati ci sono
locali e personale a sufficienza. E anche la possibilità, finalmente, di
una didattica per piccoli gruppi attenta alle esigenze di ciascuno.
Basta volerlo.
Nicola Puttilli
***
→ LETTERA APERTA DELLA SEZIONE TORINESE DELLA FNISM
SULLA SCUOLA DOPO L'EMERGENZA
Gentilissima Ministro Azzolina,
Egregio Ministro Gualtieri,
Vi invitiamo a prendere in considerazione l'opportunità che si
presenta per attuare, a partire dal prossimo anno scolastico
2020/21, un'ampia riforma della scuola, sia nella dimensione
didattica e pedagogica, sia in quella organizzativa dei tempi e degli
spazi.
Rimandiamo al dibattito scientifico e politico sviluppatosi negli
ultimi anni per i dettagli delle proposte che avanziamo, essendo
questa la sede per limitarci a ricapitolarle. Sicuramente la
condizione di emergenza non può e non deve prescindere da una
profonda riflessione su un cambiamento che trascende
l'emergenza e assegna alla scuola un compito strategico.
1. La riformulazione del gruppo classe.
Innanzitutto, la sua consistenza deve scendere verso l'auspicabile
numero di 20 allievi per ciascuna classe.
Il gruppo classe completo dovrebbe essere il momento di
apprendimenti comuni e di base (per esempio linguistici e
matematici) poi si dovrebbe prevedere per gli allievi la possibilità
di seguire insegnamenti diversi, riunendosi per gruppi di lavoro a
seconda di interessi, attitudini e capacità differenti.
2. L'ampliamento e la formazione del corpo docente.
L'immissione in servizio stabile di un congruo numero di docenti
sarebbe necessaria ma non sufficiente, ritenendo noi
indispensabile un forte investimento nella formazione di tutti gli
insegnanti, neo assunti e già in servizio.
Al proposito, per esempio, si potrebbe rimodulare l'orario di
servizio dei docenti più esperti, destinando una parte di esso al
tutoraggio e all'affiancamento di altri docenti, e inserire allo stesso
modo le attività di formazione nell'orario di lavoro di tutti i
docenti.
3. La riorganizzazione del tempo scuola.
L'orario di apertura delle scuole e, conseguentemente, la giornata
lavorativa di studenti e docenti deve coincidere con il tempo pieno,
prevedendo una ridefinizione dei carichi di lavoro di tutti i
soggetti e un ampliamento dell'offerta di attività (per esempio
sportive e artistiche), come avvenuto nelle migliori realtà
scolastiche che hanno avviato negli ultimi anni sperimentazioni in
tal senso.
4. La riorganizzazione degli spazi.
Va avviato un coerente programma di edilizia scolastica, ispirato
alle necessità didattiche e pedagogiche, oltre che alle ovvie
esigenze di sicurezza, igiene, manutenzione.
5. In conclusione, pensiamo che gli investimenti nel sistema di
istruzione debbano essere destinati prioritariamente al
miglioramento della didattica in presenza, ritenendo la didattica a
distanza una parentesi aperta nell'attuale situazione di emergenza
sanitaria, da superare non appena l'emergenza sarà superata, per
tutta una serie di motivi che le associazioni professionali come la
nostra stanno denunciando.
Torino, 20 maggio 2020
***
→ DAL DOCUMENTO DEL CIDI DI TORINO (20 APRILE 2020)
Si è deciso di concentrare l'attenzione su alcuni punti ritenuti
essenziali:
1) Valutazione
2) Necessità di piattaforme pubbliche
3) Formazione degli insegnanti
4) Investimenti sulla scuola
5) Progettualità per il futuro
Valutazione
In questa fase non occorrono voti, ma dialogo pedagogico, in
particolare la valutazione decimale non può che essere esclusa.
Non è possibile dare un voto ad attività svolte a distanza in
condizioni emergenziali. La valutazione che serve deve essere
interna al processo di insegnamento/apprendimento, formativa,
descrittiva e qualitativa. La questione della valutazione è un tema
centrale: va ripensata anche nella prospettiva del ritorno a una
scuola da rinnovare profondamente affinché diventi possibile il
superamento dei voti, e non si continui ad usarli come forma di
motivazione.
Il MIUR dovrebbe puntualizzare il significato che ha la chiusura di
quest’anno scolastico e mettere in evidenza la necessaria
continuità che deve avere con il prossimo. E’ inoltre necessario un
raccordo e uno sviluppo prospettico tra i vari ordini di scuola in
termini di continuità di obiettivi didattici ed educativi. Uno degli
obiettivi della scuola è infatti quello di accompagnare il
bambino/ragazzo nella sua crescita rispettando la sua unicità e la
sua esperienza.
Necessità di piattaforme pubbliche
In Francia bambini e ragazzi hanno avuto a disposizione una
piattaforma pubblica gestita dal Centre National Education a
Distance ( https://www.cned.fr/maclassealamaison/). Anche il
nostro Paese deve attrezzarsi con una piattaforma pubblica che sia
gratuita, gestita dal MIUR, adattabile alle esigenze degli insegnanti
e che tenga conto delle diverse età degli allievi.
La connessione alla rete deve essere libera e gratuita per gli
insegnanti e per gli alunni. Le scuole devono essere dotate di fibra
ottica. Ma l'implementazione dell'ambiente tecnologico non può
essere fine a se stessa, deve essere coerente con il progetto
culturale e pedagogico della scuola.
Formazione degli insegnanti
Bisogna tornare ad un piano uniforme e capillare su tutto il
territorio nazionale, che non riguardi solo l’uso delle tecnologie e
delle potenzialità che le tecnologie offrono alla didattica, ma anche
e soprattutto il senso di fare scuola, e che si occupi del processo di
apprendimento e dell'insegnamento disciplinare.
Investimenti nella scuola
Fondamentali sono: gli investimenti nell'edilizia scolastica e sulla
sicurezza nelle scuole; la riduzione del numero di allievi per
classe; il collegamento internet in fibra ottica in tutte le scuole,
anche e soprattutto nei piccoli centri; investimenti per la
formazione iniziale e in servizio degli insegnanti.
Progettualità per il futuro
Poiché il futuro è tutto da costruire e non potrà essere il ritorno
puro e semplice a quello che esisteva prima, è necessario che il
MIUR si confronti con i sindacati e le associazioni di insegnanti
oltre che con il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione.
Probabilmente risulterà non praticabile la ripresa della scuola in
questo anno scolastico ma è necessario che il ministro e gli organi
di governo decentrati verifichino le condizioni di sicurezza che
permettano agli allievi delle classi di fine ciclo di poter concludere
il loro percorso nell’ambiente scolastico.
Si deve iniziare a costruire un pensiero condiviso sui possibili
scenari per il rientro, individuando priorità da rispettare e criteri
per valutare le soluzioni organizzative da adottare: si può iniziare
con un piano di ristrutturazione e manutenzione straordinaria
degli edifici, con la ripartenza dell’edilizia scolastica, con un
aumento straordinario di docenti come si è fatto per medici e
infermieri. Si può anche prevedere la presenza a scuola di
insegnanti volontari in pensione che in accordo con i docenti
supportino gli allievi in difficoltà. Ma in una prospettiva più ampia
occorre garantire il tempo pieno e la non riduzione del tempo
scuola.
Per ripartire può essere utile raccogliere le esperienze positive e
capire che cosa ha funzionato, ma anche raccogliere dati sugli
alunni e le classi che sono stati più difficili da raggiungere. Il
Ministero ha inviato alle scuole un questionario sulla didattica a
distanza ma occorre che il monitoraggio sia fatto da un ente
esterno.
In modo particolare bisognerà occuparsi di chi è stato “invisibile”
in quest’ultima parte dell’anno: chi non è riuscito a connettersi per
motivi economici, di insufficienza della rete, per ragioni di salute, a
causa di gravi disabilità, perché detenuto in strutture penitenziali
o perché ha una scarsa o nulla conoscenza della lingua italiana.
Occorre non dimenticare i CPIA, che sono una “scuola diffusa” e
che come tale possono rispondere a specifiche richieste di
alfabetizzazione e scuola. Ad essi fanno capo le scuole negli istituti
carcerari, per i quali è importante che l’attività formativa con gli
insegnanti possa ripartire e proseguire.
Quando la scuola riaprirà bisognerà lavorare per colmare le lacune
accumulate in questo periodo in modo da non aumentare la
dispersione.
In prospettiva ci si deve ricordare che i cambiamenti che si sono
realizzati nella scuola sono nati dall'azione competente e
battagliera di insegnanti che hanno prodotto il cambiamento nella
scuola in cui operavano e sono riusciti a condividere e comunicare
tale cambiamento: il rientro dovrà perciò contenere un profondo
processo di cambiamento.
Potrebbe essere ora il nostro impegno, come Cidi ai diversi livelli,
scavare sull'esperienza di chi ha operato nella scuola del tempo
del coronavirus e ricavarne i temi fondativi del fare scuola da
attivare nel ripartire.
Cidi Torino
Via Maria Ausiliatrice 45, 10152 Torino
ciditorino.mail@gmail.com
***
→ RIMETTERE AL CENTRO LA VALUTAZIONE FORMATIVA
ALLA MINISTRA ON. LUCIA AZZOLINA
AI GRUPPI CONSILIARI DI CAMERA E SENATO
ALLE SEGRETERIE DEI PARTITI
Gentili Onorevoli e Segretari,
come Associazioni Professionali del mondo della scuola,
Associazioni dei genitori, Associazioni del terzo settore Vi
scriviamo per condividere alcune riflessioni e sottoporVi una
proposta.
Siamo certi di poter condividere con Voi che in ogni sistema
formativo la questione della valutazione è centrale e che la
funzione principale della valutazione è quella formativa: un
processo di valutazione continua i cui destinatari sono sia l’allievo
che l’insegnante e il cui obiettivo è il costante progredire dei
soggetti impegnati in un percorso di apprendimento.
Stiamo vivendo una situazione straordinaria che coinvolge tutti i
livelli della vita pubblica e delle istituzioni. Una situazione che
forse si protrarrà nel tempo, caratterizzando anche il prossimo
anno scolastico.
L’esperienza che si sono trovate a vivere le scuole italiane in questi
mesi può essere l’occasione per rimettere al centro la valutazione
formativa e proporre una pedagogia che tenga conto dei bisogni di
ciascuno, non una pedagogia del recupero destinata solo ad alcuni,
bensì un atto ordinamentale che segua l’evoluzione del singolo
allievo, in modo tale da descriverne i traguardi formativi, in
rapporto agli obiettivi curricolari posti.
Nella fase attuale in cui si è praticata una didattica dell’emergenza,
ancora di più la valutazione non può che corrispondere al
significato di dare valore a ciò che studenti e studentesse possono
esprimere in questo momento, nelle forme e nelle modalità più
diverse.
Attualmente a scuole chiuse:
- le proposte didattiche, pur nella grande pluralità connessa agli
inediti sforzi del personale, risultano limitate, innanzitutto perché
non sempre si riesce a raggiungere tutti gli alunni e tutti allo
stesso modo;
- le condizioni di accesso alle proposte formative sono
estremamente disuguali, sia a causa della diversa dotazione di
dispositivi, sia per la carenza di una rete capace di supportare la
trasmissione contemporanea di flussi “pesanti” di dati, sia perché
nella maggior parte dei casi, almeno nel primo ciclo, la mediazione
con la strumentazione informatica o il telefono richiede quasi
sempre la presenza di un adulto;
- molto spesso è stata trasferita a distanza una lezione frontale
tradizionale, già poco efficace anche in presenza, che nelle
condizioni attuali perde ogni tipo di segnale di ritorno da parte
degli allievi, a tal punto da determinare serie difficoltà nella
riprogettazione dei percorsi.
Già in condizioni ordinarie il voto, positivo o negativo, non
costituisce uno stimolo al lavoro, focalizzando la prestazione solo
sul risultato, inibendo l’autostima e il senso di autoefficacia. Con la
didattica a distanza sono ancora più evidenti le criticità legate alla
valutazione con voto in decimi, non solo per la mancanza di
elementi per poter esprimere una valutazione attendibile, ma
anche per il rischio di sottolineare e accentuare le difficoltà sociali
o legate alla condizione del momento di numerosi studenti e delle
loro famiglie.
Proponiamo, pertanto, l’adozione di una diversa prospettiva della
valutazione resa necessaria dalla situazione di emergenza in cui
versiamo.
Una valutazione formativa, espressa con una breve descrizione
delle attività svolte e delle competenze acquisite per ciascuna area
disciplinare o gruppi di discipline.
L’unica capace di promuovere e sostenere il dialogo pedagogico,
oggi più che mai necessario per i minori, le famiglie e il Paese.
Una valutazione senza l’uso dei voti che riteniamo sia da sostenere
e promuovere anche quando l’emergenza terminerà e sarà
possibile il ritorno a scuola, così come peraltro è esplicitato nelle
Indicazioni Nazionali.
Chiediamo quindi con forza che l’ordinanza ministeriale relativa
agli scrutini ed esami nel primo ciclo di istruzione preveda per
quest’anno scolastico lo scrutinio finale senza voti e che
nell’agenda dei decisori politici sia presente la revisione del
decreto delegato D.Lgs 62/2017 sostituendo l’obbligo della
compilazione con voti del documento di valutazione con forme di
osservazione e valutazione narrativa, dialogica, descrittiva dei
processi.
Firmatari del documento
• ADI Associazione docenti e dirigenti scolastici italiani –
Alessandra Cenerini Presidente
• AIMC Associazione Italiana Maestri Cattolici - Giuseppe Desideri
Presidente
• ANDIS Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici - Paolino
Marotta Presidente
• ANFIS Associazione Nazionale Formatori Insegnanti Supervisori
- Riccardo Scaglione Presidente
• CIDI Centro Iniziativa Democratica Insegnanti - Giuseppe Bagni
Presidente
• Legambiente Scuola e Formazione - Vanessa Pallucchi Presidente
• MCE Movimento Cooperazione Educativa - Anna D’Auria
Segretaria nazionale
• CGD Coordinamento genitori democratici - Angela Nava
Presidente
• Rete di Cooperazione Educativa – Coordinatore Carlo Francesco
Ridolfi
• Gruppo Nazionale Nidi Infanzia - Aldo Garbarini Presidente
• Fondazione Montessori Italia - Quinto Battista Borghi Presidente
• Federazione Italiana dei Cemea - Clotilde Pontecorvo Presidente
• Cemea del Mezzogiorno ONLUS – Cristina Brugnano Presidente
• Associazione Cenci Casa laboratorio – Franco Lorenzoni
• AMDZ Associazione Maestro Dino Zanella – Edi Zanchetta
Presidente
• Associazione Gessetti Colorati – Giovanni Frontalini Presidente
• Associazione Scuola del gratuito – Presidente Ferdinando Ciani
• Associazione MiLeggi – Chiara Pinton Presidente
• GRIMED - Roberto Imperiale Presidente
• CESV Centro Servizi per il Volontariato del Lazio - Paola
Capoleva Presidente
• Federazione Focus – Casa dei Diritti Sociali - Giulio Russo
Presidente
• Acque Correnti rete Nazionale SCU - Renato Perra Presidente
• Across - Francesca Dolcetti Presidente
***
→ UN VIDEO DALLE AGEDO PIEMONTESI
17 maggio 1990 - 17 maggio 2020
30 anni sono trascorsi da quando l'Organizzazione Mondiale della
Sanità cancellò l'omosessualità dall'elenco delle malattie mentali,
definendola per la prima volta "una variante naturale del
comportamento umano".
Nel 2007 l'Unione Europea ha istituito ufficialmente la giornata
contro l'omofobia a condanna dei crimini d'odio nei confronti
delle persone omosessuali, a cui si è aggiunta la transfobia nel
2009 e la bifobia nel 2015.
Nel 2018 l'OMS intervenne nuovamente per derubricare anche la
transessualità dal novero di malattia mentale, trasferendola nella
Sezione della Salute Sessuale.
Eppure eccoci ancora qui, a distanza di 30 anni, a rivendicare il
diritto all'inclusione delle persone LGBTQI+ perché quei crimini
d'odio non sono stati annullati.
Nella particolare situazione di allarme sanitario che non consente
lo svolgimento delle tradizionali manifestazioni pubbliche di
celebrazione della ricorrenza, le A.GE.D.O. Piemontesi - Alba, Asti,
Novara, Torino e Verbania - ribadiscono il netto rifiuto di ogni
atteggiamento discriminatorio nei confronti dei nostri figli, amici,
parenti, attraverso un video che qui proponiamo:
https://youtu.be/MYHpzq3HgcQ
***
Il libro
Giovanni Fornero, Indisponibilità e disponibilità della
vita. Una difesa filosofico giuridica del suicidio
assistito e dell'eutanasia volontaria, Utet, Milano
2020, pp. 812, versione cartacea € 35, versione EPUB
€ 14,99.
Segnaliamo questa importante e vasta ricerca riportando una parte
della risposta dell'autore alle obiezioni del bioeticista Tommaso
Scandroglio sul periodico cattolico «La Nuova Bussola Quotidiana»
(per il dibattito cfr. https://lanuovabq.it/it/eutanasia-si-o-nobotta-
e-risposta-fornero-bussola). Tra i precedenti libri di Fornero
ricordiamo: Laicità debole e laicità forte, Bruno Mondadori, Milano
2008 e Bioetica cattolica e bioetica laica, Bruno Mondadori,
seconda edizione ampliata, Milano 2009.
Per quanto concerne la controversa idea di “dignità”, la differenza
di fondo fra il modello indisponibilista di Scandroglio e il modello
disponibilista dello scrivente può essere sintetizzata dicendo che
per il primo la dignità della persona implica necessariamente la
dignità e bontà della vita, mentre per il secondo la dignità della
persona non implica necessariamente la dignità e bontà della vita.
Più in dettaglio, il modello di Scandroglio ritiene che, posta l’idea
della “preziosità” della persona umana, si deve per forza
ammettere che la vita è sempre buona e dotata di valore e quindi
sempre meritevole di essere vissuta. Tant’è che in un suo
precedente intervento egli scrive che «la vita vale sempre la pena
di essere vissuta» e che «l’atto di togliersi la vita non è mai atto
consono alla dignità personale, cioè non è mai atto adeguato,
proporzionale alla preziosità della persona».
Viceversa, per il modello di chi scrive, il fatto di accogliere l’idea
della dignità della persona umana, di tutte le persone umane,
comprese quelle fragili e malate - idea che, comunque giustificata
sul piano teorico, sta alla base della civiltà giuridica
contemporanea e dei principi democratici che la ispirano - non
esclude che le persone, di fatto, possano trovarsi in condizioni di
vita “non dignitose”, cioè che contrastano con la loro riconosciuta
dignità. In altri termini, secondo questa prospettiva, se è vero che
«la persona è sempre degna» è altrettanto vero che «la vita non è
sempre degna», in quanto le concrete condizioni di vita possono
essere in contraddizione con la dignità propria della persona.
Tant’è che in determinate circostanze la vita, agli occhi delle
persone che la vivono, non appare più come un bene, ma come un
male, non più come un valore, ma come un disvalore, non più
come una realtà degna di essere vissuta, ma come una realtà
indegna di essere vissuta. In tali circostanze non sono quindi le
persone ad essere indegne, bensì le negative condizioni di vita in
cui esse sono costrette a vivere. Al punto che è proprio in nome
della dignità della persona che queste ultime vengono contestate e
si arriva a difendere il diritto di congedarsi con dignità dalla vita,
soprattutto quando essa, per usare le parole di Montanelli, si
riduce soltanto a «un calvario di sofferenza senza speranza».
Questo modello di pensiero - basato sul principio che mentre la
dignità è sempre irrinunciabile, la vita, in determinati casi, può
essere rifiutata o sacrificata - era già presente nei classici greci e
latini (che a una vita indegna preferivano una morte degna) e
risulta condiviso non solo da ampi settori della cultura laica
contemporanea, ma anche, si badi bene, da taluni credenti. Ad
esempio da quei cristiani (si pensi a Küng e ai valdesi) che
diversamente dalla Evangelium vitae (secondo cui «la vita è
sempre un bene») e dalla Familiaris consortio (secondo cui «la vita
umana anche se debole e sofferente è sempre uno splendido dono
del Dio della bontà») reputano che ci sono situazioni-limite in cui
la vita umana, per usare le parole di Paolo Ricca, diventa così «subumana
o dis-umana» da essere «irriconoscibile come dono di Dio».
Con la conseguenza che «paradossalmente, l’eutanasia non
smentisce la vita come dono di Dio, al contrario interviene proprio
per evitare che questo dono diventi irriconoscibile come tale».
Questo significa che il fatto di essere cristiani e di credere in Dio
non comporta a priori il rifiuto delle pratiche eutanasiche, in
quanto esistono credenti che reputano più “cristiana” la figura di
un Dio misericordioso che non vuole né l’azzeramento della
libertà di scelta delle persone di fronte alla morte, né una
insensata continuazione delle loro sofferenze.
A parte queste problematiche di tipo teologico, i due
macromodelli citati, i quali rimandano a modi diversi di
rapportarsi alla nozione di dignità, conducono a conseguenze
differenti, che in riferimento all'odierno dibattito pubblico ritengo
importante esplicitare. Come, del resto, ho fatto nel mio libro in
cui più che dilungarmi sulla loro fisionomia teorica - su cui si sono
versati fiumi di inchiostro senza pervenire ad una reale
pacificazione - ho preferito mettere in evidenza i loro effetti pratici
e giuridici.
Chiaramente, se si assume l'ottica indisponibilista di Scandroglio,
a chi reputa la propria vita in contrasto con la propria dignità
personale e non vuole più vivere (vedi il caso dj Fabo) di fatto, in
nome della dignità - o meglio: di una determinata concezione della
dignità – viene imposto di vivere, lasciandogli, quale unica via
percorribile, le cure palliative. Tant'è che, come ha ribadito di
recente il cardinal Bassetti, per chi si muove in questa ottica
dottrinale «va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere
è un dovere, anche per chi è malato e sofferente». Punto di vista,
questo, che pretendendo di valere non solo sul piano etico ma
anche giuridico (nella misura in cui difende il divieto penale della
morte assistita) si pone inevitabilmente contro la struttura
pluralistica della società odierna, nel cui ambito, come non
avrebbe senso imporre la “dolce morte” a tutti, così - sulla base di
determinate concezioni filosofiche o religiose non
condivise da tutti - non ha senso vietarla a chi la considera una
soluzione auspicabile.
Alla fine del suo scritto Scandroglio afferma che prevedere
l'eutanasia volontaria solo in determinate condizioni e in ossequio
a determinate procedure risulta in contraddizione con la
prospettata autodeterminazione dell'individuo. A suo giudizio, chi
difende la libertà di ricorrere all'eutanasia dovrebbe avere la
coerenza di sostenerla in modo incondizionato, rifiutando l'idea
che siano il legislatore e la società a fissarne le condizioni di
esercizio. In altri termini, per Scandroglio si danno solo due
possibilità logicamente fondate: o vietare in modo categorico
l'eutanasia oppure permetterla in modo incondizionato.
Come si vede, si assiste qui a un manifesto privilegiamento delle
dialettiche di tipo speculativo rispetto alle dialettiche di tipo
giuridico. Infatti, come si può ipotizzare che il fautore responsabile
di una pratica come l'eutanasia volontaria (la quale esula dalla
dimensione privata del suicidio in quanto implica l'intervento di
terzi) pensi ad essa come a qualcosa che non ha bisogno di essere,
in qualche modo, limitata e procedimentalizzata? Ossia di essere
giuridicamente subordinata a determinate condizioni socialmente
stabilite? Fermo restando, come chiarisco nel mio libro, che queste
ultime, le quali possono essere più o meno restrittive, non
rappresentano dei dogmi fissi e immutabili, ma l'oggetto di un
dibattito pubblico in progress che, in concomitanza con gli sviluppi
della coscienza collettiva e giuridica, le rende sempre suscettibili
di essere ridiscusse, in vista di possibili allargamenti e modifiche.
Giovanni Fornero
***
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Supplemento online a “école”, Registrazione Tribunale di Como, 10 gennaio 2001;
direttrice responsabile Celeste Grossi.
diffuso via mail 21/05/2020

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