rassegna stampa

SINISTRA E LAICITÀ: intervista a Cinzia Sciuto di Iacopo Gardelli. (Blog: La bottega del Barbieri)

Di Cinzia Sciuto | 30.01.2020


Il micidiale cortocircuito tra una sinistra che, in nome di un malinteso senso di rispetto per l’altro e nel terrore di essere accusata di razzismo, sembra aver totalmente abbandonato il tema della laicità, e una destra che invece si appella alla laicità e alla “nostra” cultura per far passare posizioni in realtà xenofobe; com’è stato possibile che tante donne e uomini musulmani e laici abbiano smesso di “sentirsi a casa” a sinistra? Intervista a Cinzia Sciuto.

Cinzia Sciuto, filosofa, è redattrice di “Micromega”. Si occupa di diritti civili, femminismo e laicità. Il suo ultimo libro, Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo (Feltrinelli, 2018) ha avuto una forte eco nel panorama culturale italiano e verrà tradotto in tedesco nei prossimi mesi.

 

Partiamo dal Bill 21, una legge sulla laicità dello stato approvata in Québec lo scorso marzo. La legge vieta ai funzionari statali – poliziotti, giudici, insegnanti, medici – di indossare simboli religiosi. Il fatto curioso è che questa legge è stata proposta da un partito populista di destra, la Coalition Avenir Québec di François Legault. Cosa sta succedendo?

Non conosco il caso specifico, perciò non lo commento; tuttavia può essere inserito in una lunga serie di altri provvedimenti delle destre europee. Ad esempio in Austria, dove il governo di destra ha introdotto una legge per vietare il velo nelle scuole elementari. O, ancora, ricordo le decisioni di alcuni consigli comunali italiani a guida leghista che limitano i numeri di bambini stranieri per classe o che vietano di portarsi da casa la merenda. Questi provvedimenti, ispirati da sentimenti xenofobi, si ammantano però dei crismi della laicità, una laicità che nel frattempo la sinistra ha completamente abbandonato. Non c’è dubbio che oggi in Europa la sfida alla laicità è rappresentata non più soltanto dalle Chiese cristiane, che ben conosciamo, ma anche, e forse principalmente, dall’Islam. A questa situazione si reagisce a sinistra con l’istintiva e acritica tutela verso l’“altro”; e a destra con il rifiuto, altrettanto aprioristico, verso gli stranieri. Entrambi atteggiamenti che non colgono la complessità della situazione, a partire dal fatto che l’islam non è più l’“altro”, ma è parte integrante della nostra società. Mettiamo che una famiglia musulmana chieda di rimuovere il crocifisso dalle aule scolastiche; ovvero, viene fatta una richiesta che negli effetti è una richiesta di laicità, ma nasce da rivendicazioni di riconoscimento religioso. Immancabilmente, da sinistra si avrà un’accoglienza di questa richiesta, non in nome della laicità ma in virtù della solidarietà per una minoranza; e a destra una forte reazione di chiusura identitaria. Succede così che, paradossalmente, vengano capovolte le posizioni: oggi, a portare avanti battaglie laiche, si trovano esponenti di destra, che chiaramente non lo fanno per un’ispirazione autenticamente laica, ma per il rifiuto della cultura dello straniero.

È un capovolgimento assolutamente paradossale.

In Austria, la legge dello scorso maggio che vieta l’uso del velo per le bambine nelle scuole elementari è stata proposta della destra xenofoba. È una proposta di ispirazione chiaramente anti-islamica, che di fatto e nei suoi effetti pratici però è una legge laica. Nella cornice dello stato liberale odierno, persino un governo di destra non si può permettere di fare una legge apertamente anti-islamica: se vuole ottenere quell’effetto deve ammantarlo di crismi laici. Il problema vero sta a sinistra, perché è lì che si è totalmente perso l’orizzonte della rivendicazione di diritti universali e del conflitto politico, schiacciandosi su posizioni identitarie. Quando il discorso passa dal livello politico a quello identitario entrano in campo le argomentazioni politically correct: chi siamo noi per decidere come devono vivere gli altri?

Dobbiamo “rispettare” le culture degli altri, e così via. Un discorso pre-, o forse post-politico, perché questi argomenti, dal punto di vista politico, non significano assolutamente nulla. Cosa vuole dire “rispettare” la cultura degli altri? Significa che devo rispettare anche le posizioni di Trump? Ogni cultura è portatrice di elementi contraddittori e nei confronti di qualunque cultura, la “nostra” come quelle degli “altri”, bisogna avere un atteggiamento critico e prendere posizioni sulla base di valori politici e non identitari.

Nel tuo libro scrivi che anche la cultura occidentale è ambivalente: da una parte ha promosso i diritti fondamentali dell’uomo, dall’altra ha dato vita ai totalitarismi. Si tratta di prendere una decisione e capire da che parte stare. Oggi la difesa dell’identità nazionale promossa dalla destra porta alla laicità?

Tutto il contrario. Ricordiamoci che durante i comizi Salvini bacia i crocifissi. La laicità non è un valore per le destre. La loro difesa della “nostra” cultura è solo fumo negli occhi gettato per cavalcare l’onda anti-islamica razzista. Tant’è vero che le destre, non appena arrivano al governo, come prima cosa mettono in discussione i diritti delle donne, dei gay, e così via. Diciamo quindi che le destre sono costrette ad ammantare di laicità le loro posizioni perché non possono scrivere leggi apertamente xenofobe nel quadro dei nostri principi liberal-democratici -finché ce li avremo. D’altra parte, però, il problema è anche che non puoi parlare di questi temi a sinistra senza venire tacciato di razzismo. C’è un perverso meccanismo che impedisce la discussione.

Qual è la genesi storica di questo ripiegamento identitario della sinistra?
L’argomento è complesso. Posso provare a fare due ipotesi. La prima è legata alla desertificazione della cultura politica di sinistra negli ultimi trent’anni. Per avere la capacità di leggere politicamente i fenomeni e di intervenire attivamente, devi avere una cultura molto solida alle spalle. Nel giro di trent’anni sono scomparsi i luoghi di elaborazione politica, gli spazi di dibattito, le scuole di formazione. Ci sono state epoche in cui, per la sinistra, la formazione culturale dei militanti era una delle basi dell’attivismo. Anche la persona non istruita, anche la più semplice, alle case del popolo trovava fonte di formazione e imparava le categorie per leggere politicamente la società. Oggi succede che, di fronte al dramma dell’immigrazione, gli unici strumenti che rimangono sono quelli dell’empatia, dell’immediata e spontanea solidarietà. Ma ci si ferma lì, non si riesce più a scindere il diritto umano del migrante in quanto persona dal migrante come soggetto politico autonomo, che dunque può essere portatore di una visione politica opposta alla mia.

E la seconda ipotesi?

La seconda ipotesi è legata alla deriva identitaria che stanno prendendo molti movimenti di emancipazione. Mi riferisco al movimento femminista, al movimento Lgbt, ad alcune frange dei movimenti dei neri americani. Si tratta di un rischio a cui si espongono tutti i movimenti di emancipazione: partendo da situazioni di discriminazione contingenti di un gruppo, la deriva identitaria è dietro l’angolo. È facile passare dalla rivendicazione, ad esempio, poniamo, da parte delle donne, di un diritto universale in quanto persone, a rivendicare diritti in quanto donne.

È questo il punto fondamentale: si rischia di passare dalla rivendicazione di un diritto universale alla pretesa di riconoscimento di una differenza. Penso al femminismo della “differenza”, appunto, che mi sembra fare un giro largo per poi tornare a concepire la donna sostanzialmente relegata a un ruolo predefinito dalla sua “differenza” biologica.

Forse c’entra qualcosa anche il crollo delle ideologie politiche forti: oggi è più facile trovare un’identità nell’appartenenza a una comunità piuttosto che nell’attivismo politico.

Esatto. La desertificazione della cultura politica ha a che fare con questo crollo, con questo smarrimento. Siamo a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino: è come se fosse caduta tutta la scenografia su cui si era mossa la sinistra del XX secolo, e il palco è rimasto vuoto.

Stiamo ancora aspettando Godot. Torniamo al Bill 21: saresti d’accordo con la neutralità dello stato nei confronti di qualunque fede religiosa? Pensiamo a un provvedimento del genere in Italia: imporre di togliere il crocefisso nelle scuole non finirebbe per acutizzare i fondamentalismi invece di risolvere il problema?

Su questo la penso come Stefano Rodotà, che sosteneva che la regolazione sociale non passa esclusivamente attraverso le leggi. Ci sono altri strumenti che si possono usare per modificare i comportamenti. Non penso che tutto si possa risolvere con i divieti. Anzi, per mia cultura tendo a essere anti-proibizionista; ad esempio sul problema della droga. Si tratta di una questione tattico-strategica: vietare le droghe leggere non è una tattica che funziona. Allo stesso modo, sono contraria ai divieti generalizzati sui simboli religiosi. Non si può vietare a un privato cittadino di indossare un simbolo religioso per strada (fatte salve le norme sulla sicurezza che vietano di andare in giro a volto coperto, naturalmente); ma sono abbastanza favorevole a divieti che riguardino, come nel caso che hai citato, una carica pubblica. Penso che ci sia un dovere di neutralità per i funzionari pubblici. Quando incontro un poliziotto, preferirei non conoscere le sue idee politiche, la sua religione o i suoi gusti sessuali, e vorrei che lui riuscisse a relazionarsi con me nel modo più neutrale possibile. Le leggi sono uno strumento: se sono utili è bene utilizzarle, altrimenti possono avere effetti controproducenti. Pensiamo al divieto francese contro il burkini: era una legge difficile da far rispettare.

Il burkini, come l’hijab, è uno strumento utilizzato dai fondamentalisti islamici per occupare lo spazio pubblico e non si può pensare che per reagire a un’offensiva culturale basti una legge. In questi casi si tratterebbe di un’arma spuntata. Bisogna mettersi il cuore in pace e ritornare a fare un lavoro culturale e politico, sulla lunga durata.

Tornare, gramscianamente, a fare egemonia culturale. E allora quali pratiche politiche e culturali proporresti alla sinistra per una nuova agenda della laicità?

Partirei dall’abolizione dell’articolo 7 della Costituzione. Inserire nella propria Costituzione una limitazione alla propria sovranità è un abominio giuridico. Abolirlo comporterebbe, a cascata, conseguenze enormi.

Le religioni sono delle associazioni di privati cittadini che fanno, nel loro tempo libero, quello che vogliono -nei limiti della legge naturalmente. Lo Stato dovrebbe dunque trattare le religioni come le bocciofile: un paragone che non vuole essere offensivo -non giudico affatto i credenti. Ma d’altra parte lo Stato non può privilegiare una tipologia di associazionismo su un’altra. Ogni associazione deve rispettare le leggi e rinunciare a particolari privilegi, specie se sono discriminatori. Ad esempio: una bocciofila non può escludere le donne dagli incarichi direttivi dell’associazione, cosa che invece accade nella Chiesa cattolica.
Un’altra conseguenza cruciale sarebbe l’eliminazione dell’ora di religione nelle scuole. Una stortura costituzionale e culturale incredibile, se ci pensiamo bene: lo Stato decide di abdicare, per due ore alla settimana, al suo dovere di garantire il diritto allo studio. Per due ore alla settimana, non solo abbandona gli studenti che non scelgono religione, ma delega la formazione degli altri studenti a un ente ecclesiastico. Una simile ingerenza non esiste in nessun altro settore dell’amministrazione pubblica: è come se, per ogni comando, due vigili urbani dovessero essere indicati dal vescovo!

Hai avuto la possibilità, durante le presentazioni, di confrontarti con tante realtà della società civile italiana. Non ti sembra che questi temi, nonostante suscitino grande interesse, non vengano trattati a dovere dai media?
Non solo dai media: è più grave che questo bisogno non venga compreso dalle classi dirigenti della sinistra. Girando per l’Italia ho avvertito, specie nelle persone sinceramente progressiste, una specie di sospiro di sollievo; si sentono schiacciati tra un multiculturalismo che non può essere messo in discussione e le posizioni di Salvini. Sto cercando di diffondere l’idea che, se si ha una formazione politica e filosofica forte, non c’è alcun rischio di rimanere schiacciati fra questi due poli. Inoltre, così facendo, si può recuperare la possibilità di creare alleanze con tutti i musulmani laici che portano avanti lotte di emancipazione all’interno delle loro comunità, persone oggi private della possibilità di dialogare con la nostra sinistra ormai colpita dal “complesso del colonizzatore”, come lo definisco. Tanto che, alla fine, in molti si avvicinano ai partiti di destra.

Pensi a qualche episodio in particolare?

Penso al caso di Maryan Ismail, una somala di fede musulmana storicamente parte del Pd di Milano e da sempre attiva per la laicità.

Quando il Pd milanese, nel 2016, decise di candidare alle comunali Sumaya Abdel Qader, consigliera che rivendica il velo come libera scelta – e decise di candidarla esattamente in quell’ottica identitaria di cui ti ho parlato – Maryan scelse di abbandonare il partito e di candidarsi nel centrodestra con Stefano Parisi.
Insomma, stiamo creando le condizioni per cui queste persone finiscono per non sentirsi a casa a sinistra, che pure dovrebbe essere il loro schieramento naturale. E tutto per una forma di razzismo di sinistra subdolo, che decide di non criticare le scelte dell’altro per un malinteso rispetto, il che però significa non riconoscerlo come soggetto autonomo.

Ho il sospetto che alla mia generazione, quella nata fra i Novanta e gli Zero, importi poco delle questioni religiose. E ciò più per disinteresse che per vera secolarizzazione. Questo disinteresse può essere terreno fertile per la battaglia alla laicità?

Secondo me no, proprio perché non è il portato di una riflessione politica, ma il dato esistenziale del nostro tempo. Lo trovo molto rischioso perché induce una scarsa militanza politica ed è funzionale all’egoismo e al disinteresse nei confronti dei problemi degli altri. Il dato che colgo durante le presentazioni è che, purtroppo, c’è molta più apertura nelle generazioni adulte, quelle ancora dotate di cultura politica, piuttosto che nei giovani, cresciuti nel deserto ideologico. Il nuovo che avanza è multiculturalista a oltranza: gruppi di giovani che credono di essere tanto più accoglienti quanti più veli vedono in giro. Scegliendo di non interrogarsi sul significato di quel velo, sulla sua funzione simbolica profonda, e rimanendo alla superficie.

 

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