rassegna stampa

Antonia Sani, 20-01-2020, SCUOLA PUBBLICA DISCRIMINAZIONE SOCIALE, La pagina dei Blog di MicroMega

Di Antonia Sani | 21.01.2020


L’autonomia dei Consigli d’Istituto fu la rivendicazione prioritaria per lo svincolamento delle nuove istituzioni scolastiche dal potere dei Capi di Istituto.
Sono passati non pochi decenni da quegli anni ‘70 che videro la nascita di una scuola nuova, impensabile prima del ‘68. Il vento che l’animava era la condivisione dei principi costituzionali da parte di quei genitori, studenti, e buona parte del mondo degli insegnanti, che si mobilitarono per metterli in pratica attaccando l’autoritarismo di presidi incapaci di riconoscersi in una forma di statalismo democratico che non li vedeva più protagonisti.
I decenni che ci dividono da quegli anni sono rotolati lungo una china a dir poco ingloriosa. Ben presto le battaglie anche giuridiche per affermare la laicità della scuola, la cancellazione di ogni discriminazione, una formazione delle classi limpida da ogni intromissione privata, si sono perse sotto la sabbia.
Si andava diffondendo la sensazione che gli Organi Collegiali fossero privi di reali poteri, succubi di fatto dell’autorità dei Capi d’Istituto, la sola autorità riconosciuta da genitori (e insegnanti), alla quale valeva la pena rivolgersi, come sempre era stato, per ogni richiesta, per ogni tipo di problema.
Alla ressa delle prime consultazioni elettorali scolastiche, precedute da incontri di grande rilievo,
veri e propri “comizi” che finirono per arricchire di nuova linfa le istituzioni democratiche cittadine (e nazionali), fece seguito il vuoto, l’indifferenza. Qualche baluardo resistette, ma non “faceva notizia”.
Le nuove generazioni avanzavano, e con esse avanzavano richieste che non avrebbero mai avuto cittadinanza all’epoca dell’entrata in vigore dei “Decreti Delegati.”
I Consigli d’Istituto potevano fungere da nuovo crogiuolo in cui aspettative inedite delle famiglie potevano trovare ascolto. I criteri generali per la formazione delle classi erano rimasti nelle loro mani.
E qui si apre uno scenario, sotto traccia fintanto che tutti sono appagati e silenti, ma divampante quando nascono denunce contro la trasgressione dei principi costituzionali, come avvenuto recentemente a Roma nell’Istituto di Via Trionfale dove la discriminazione sociale risultava palese, nonostante la negazione del Consiglio d’ Istituto.
La nostra società non è in gran parte più in grado di distinguere la sostanziale differenza tra scuola pubblica e scuole private, specie dopo le equiparazioni imbracciate negli anni ‘90 dal Centrosinistra che offriva come modello d’efficienza l’organizzazione delle scuole private.
Sì, la scuola privata è a pagamento, ma anche la Scuola pubblica “pretende” - pur non obbligatoriamente - un contributo (in certi istituti davvero cospicuo), oltre alle voci di attività integrative a pagamento con conseguenze non da poco sui bilanci dei genitori… L’importante - oggi - è far sentire come singoli, come famiglie, la propria voce nell’un luogo e nell’altro. Il rifiuto del collettivo.
In questi giorni di iscrizione al nuovo anno scolastico, “l’Open Day” (detto in inglese è il giorno in cui prima delle iscrizioni è possibile visitare le strutture scolastiche) registra grande affluenza nelle scuole, dove i genitori più consapevoli vogliono la sicurezza che i propri figli siano inseriti nella classe migliore, con i migliori insegnanti. Come ricavare questa sicurezza?
Attraverso rapporti personali coi docenti... Anche il “pubblico” può oggi soddisfare ciò che è stato sempre rifiutato in quanto riconosciuto come dominio del “privato”.
Ci è accaduto di riscontrare ad opera di Consigli di Istituto non solo descrizioni socio-economiche del territorio in linea con quanto più sopra descritto, o presentazioni del proprio Istituto col vanto di non avere disabili tra gli iscritti, ma addirittura, nel modulo di iscrizione del Liceo Pasteur di Roma, la richiesta rivolta ad alunni/e di indicare tra i desiderata, sia i nominativi di coloro che desidererebbero avere come compagni/e di classe (per facilitare l’inserimento), sia due nominativi di coloro che preferirebbero non avere in classe.
“Preferibilmente in classe ‘senza’”. Quest’ultimo desideratum lascia davvero perplessi. Innanzitutto l’alunno/a è messo di fronte a una situazione imprevista: indicare due compagni/e coi quali si sarebbero consumate difficoltà tali da costringerli/e a non far parte della nuova classe.
Oppure, “divertirsi” a segnalare due alunni così “non simpatici” (secchioni?) da impedire loro l’inserimento nella propria classe… Non lascerebbe, comunque, questa indicazione, un segno incancellabile nella mente e nel cuore dell’alunno/a? Un senso di disagio per i nomi “denunciati”, latente-emergente nella quotidianità scolastica?
Pensiamo ora ai nominativi indicati come “sgraditi”. Certamente - almeno si suppone - da parte della scuola sarà avviata un’indagine per mettere a fuoco i personaggi segnalati (sospetti di bullismo, diversità...). Già questo è indice di discriminazione; inoltre, il fatto di essere assegnati ad altra classe soltanto perché sgraditi a qualcuno, non è un atto di violenza della scuola? Sta di fatto che i nomi menzionati restano a disposizione dell’Amministrazione scolastica...
Il modulo usa il termine “preferibilmente”. Che significa? Se la scuola decide di non tener conto dell’indicazione dell’alunno/a, non è un atto inutilmente discriminatorio l’aver posto la domanda?
Segue la nota esplicativa dell’Istituto: “per evitare difficoltà preesistenti nei rapporti tra studenti”.
La nuova scuola, l’incontro con altri studenti, nuovi insegnanti, l’ingresso in un Istituto Superiore, la presenza di un’equipe psicopedagogica, non possono essere occasione di distensione dei precedenti rapporti interpersonali?
Non è questa la prima funzione formativa del sistema scolastico? Se si fossero verificati problemi “seri” tra compagni/e durante gli anni della Scuola Media, dovrebbero essere i genitori stessi a dichiararlo nelle sedi opportune, da cui provvedimenti opportuni.
È evidente che la Scuola pubblica, statale, necessita di una soppressione dei desiderata, tutt’al più di una loro disciplina ancorata ai principi costituzionali. Non può la tendenza a compiacere i nuovi iscritti trasformarsi in un incentivo istituzionalizzato a rincorrere simpatie, a disfarsi di antipatie, il tutto a livello individuale.
La proposta dei Consigli di Istituto potrebbe piuttosto riguardare eventuali impegni a collaborare nella scuola per consolidare le virtù civili (apertura all’accoglienza, spirito di solidarietà contro le disuguaglianze).
Antonia Sani
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