rassegna stampa

LAICITÀ DELLA SCUOLA news - novembre 2019

Di Redazione | 28.11.2019


Notiziario on line del Coordinamento per la laicità della scuola. Redazione: Marco Chiauzza, Grazia Dalla Valle, Daniel Noffke, Cesare Pianciola, Stefano Vitale.

Editoriale: Recuperare autorevolezza senza restaurare l’autoritarismo. A proposito di un libro di Ernesto Galli della Loggia

Nel dibattito sulla scuola è recentemente intervenuto Ernesto Galli della Loggia con la pubblicazione presso l’editore Marsilio del libro L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola. Il titolo sembra pensato apposta per attrarre le simpatie di tutti coloro che – dentro e fuori la scuola – vivono con disagio le difficoltà in cui si dibatte il sistema scolastico italiano, e vorrebbero potervi porre rimedio; di tutti coloro, in particolare, che desidererebbero veder restaurati il prestigio e l’autorevolezza della scuola contro gli attacchi cui è sottoposta dalle direzioni più diverse. Ma, se poi si entra nel merito dell’argomentazione di Galli della Loggia, ci si accorge che egli delega il recupero di quel prestigio e di quell’autorevolezza alla mera restaurazione dell’autoritarismo scolastico. Il tutto attraverso una serie di banalizzazioni e semplificazioni non prive a volte di palesi contraddizioni nelle argomentazioni che dovrebbero suffragarle. Vediamone qualche esempio.

  1. L’autore auspica che la scuola rinunci sostanzialmente alla pretesa di educare i giovani, cercando di far maturare in essi valori civici e senso critico, per concentrarsi invece sulla loro istruzione, cioè sulla trasmissione di conoscenze; e propone fra l’altro l’impianto tradizionale del liceo classico come modello positivo di tale forma di didattica trasmissiva. Ci permettiamo di rilevare che nel suo libro Galli della Loggia trascura pressoché del tutto il valore della conoscenza scientifica, che sembra anzi declassare ad uno degli aspetti dello sterile inseguimento della modernità da cui – a suo parere – sarebbe oggi affetta la scuola italiana; e pare fra l’altro non prendere minimamente in considerazione l’esigenza non solo di una valorizzazione di quelle discipline, ma anche e soprattutto di un superamento della divisione o – peggio – contrapposizione fra cultura scientifica e cultura umanistica. In questo, egli dimentica fra l’altro contraddittoriamente che proprio la cultura scientifica – ed essa stessa solo entro certi limiti – risulta suscettibile di una didattica fondata sulla trasmissione di conoscenze. Peraltro, il liceo classico – senza voler stabilire delle gerarchie – deve la validità del proprio impianto culturale proprio alla capacità di non fornire solo mere conoscenze, bensì anche quella capacità di giudizio critico che Galli della Loggia pare relegare all’ambito della vuota retorica.
  2. L’autore contrappone il valore positivo della trasmissione di conoscenze non solo ad una – a suo parere  – velleitaria pretesa educativa, ma anche alla didattica per competenze, cui la scuola italiana sarebbe ormai completamente asservita. Più in generale, egli sembra condannare qualsiasi metodologia di insegnamento non tradizionale – dal learning by doing alla classe capovolta, passando per ogni altra forma di insegnamento centrata sulla partecipazione attiva del discente – in nome della tradizionalissima didattica frontale, magari condita con un arredamento stile Cuore che innalzi fisicamente al di sopra degli studenti la cattedra e l’insegnante che da essa diffonde il proprio sapere. Dimentica Galli della Loggia che nell’ultimo secolo – e soprattutto negli ultimi venti anni – il mondo è leggermente cambiato e – ci piaccia o non ci piaccia – la scuola non è più il principale canale attraverso il quale i giovani acquisiscono le informazioni. In tale situazione, se essa vuole mantenere un ruolo significativo nella formazione delle giovani generazioni – ed anzi tornare ad essere centrale – non può arroccarsi nella sterile laudatio temporis acti, bensì essere in grado di governare le concrete situazioni formative ed informative proprie della contemporaneità. In tale affermazione non c’è nulla di un modernismo conformista e di maniera. In particolare, non si vuole negare l’importanza anche della trasmissione di conoscenze, ma – appunto – è necessario che esse siano in grado di precipitare in competenze, in primo luogo nella competenza – oggi sempre più importante – di sapersi orientare criticamente nel burrascoso ed invasivo Mare Oceano di informazioni che il mondo ci riversa addosso. È insomma importante quell’imparare a imparare che l’autore sembra enfaticamente disprezzare.
  3. Galli della Loggia condanna un presunto giovanilismo della scuola ed in primo luogo di molti insegnanti che, incapaci di assumersi le proprie responsabilità, sarebbero tentati di inseguire i propri allievi, di vedere in essi l’unico metro di ciò che è giusto e sbagliato, utile o dannoso, in ultima istanza di ciò che si debba e non si debba insegnare e apprendere, e del modo in cui lo si debba fare. Intanto può essere utile rilevare che i più antichi testi in cui gli adulti rivendicavano la propria assoluta superiorità intellettuale morale sui giovani risalgono ad oltre tremila anni fa, e dunque  – se proprio avessero avuto ragione – il mondo dovrebbe essere ancora ben peggiore di quanto in effetti non sia. Vero è, semmai, che ogni generazione ha i propri strumenti per leggere la realtà, spesso difficilmente utilizzabili e comprensibili da quella precedente e da quella successiva. È dunque necessario – come lo è sempre stato – che ognuna, nel rispetto reciproco del proprio ruolo  – faccia uno sforzo per superare o quantomeno attenuare tale divario: un compito oggi tanto più urgente, quanto più le trasformazioni tecnologiche – e quelle culturali che ne derivano – risultano accelerate.

Recuperare l’autorevolezza della scuola contro il disinteresse di una certa politica e la retorica populista – condivisa anche da alcune famiglie nel rapporto con l’istituzione scolastica – che mette sullo stesso piano chi sa e chi non sa, competenza e incompetenza, è un obiettivo che ci sentiamo di condividere; ma quel disinteresse e quella retorica vanno inquadrati nella crisi epocale del ruolo delle élites e nella diffusa sfiducia che investe nei più diversi ambiti il rapporto fra cittadini ed istituzioni: la restaurazione dell’autoritarismo e del passatismo scolastico non ci pare dunque la terapia più adeguata.

Marco Chiauzza

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In evidenza:

Il 25 novembre si è svolta la GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE.

Ma per un italiano su quattro la violenza sessuale sulle donne è colpa di come si vestono. È quanto emerge dal report “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale” dell’Istat.

ANSA: Persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita: il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. Il 23,9% pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire. Il 15,1%, inoltre, è dell’opinione che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. E’ quanto evidenzia il Report dell’Istat sui ruoli di genere.

Il 7,4% delle persone ritiene accettabile sempre o in alcune circostanze che “un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato/flirtato con un altro uomo”, il 6,2% che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto. Rispetto al controllo, invece, sono più del doppio le persone (17,7%) che ritengono accettabile sempre o in alcune circostanze che un uomo controlli abitualmente il cellulare e/o l’attività sui social network della propria moglie/compagna.

È quanto emerge dal report “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale” dell’Istat. Sardegna (15,2%) e Valle d’Aosta (17,4%) presentano i livelli più bassi di tolleranza verso la violenza; Abruzzo (38,1%) e Campania (35%) i più alti. Ma nelle regioni le opinioni di uomini e donne sono diverse.

Per il 10,3% della popolazione spesso le accuse di violenza sessuale sono false (più uomini, 12,7%, che donne, 7,9%); per il 7,2% “di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì”, per il 6,2% le donne serie non vengono violentate. Solo l′1,9% ritiene che non si tratta di violenza se un uomo obbliga la propria moglie/compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

A una donna che ha subito violenza da parte del proprio compagno/marito, il 64,5% della popolazione consiglierebbe di denunciarlo e il 33,2% di lasciarlo. Il 20,4% della popolazione indirizzerebbe la donna verso i centri antiviolenza (25,6% di donne contro 15,0% di uomini) e il 18,2% le consiglierebbe di rivolgersi ad altri servizi o professionisti (consultori, psicologi, avvocati, ecc.). Solo il 2% suggerirebbe di chiamare il 1522.

https://www.huffingtonpost.it/entry/per-un-italiano-su-quattro-la-violenza-sessuale-sulle-donne-e-colpa-di-come-si-vestono_it_5ddbfc64e4b0d50f3294071e?utm_hp_ref=it-giornata-internazionale-contro-la-violenza-sulle-donne

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→  Baciare il rosario

CORRIERE DELLA SERA (3/11/19): Intervista di Aldo Cazzullo al cardinal Ruini

Sbaglia [Salvini] a baciare il rosario?

«Il gesto può certamente apparire strumentale e urtare la nostra sensibilità. Non sarei sicuro però che sia soltanto una strumentalizzazione. Può essere anche una reazione al “politicamente corretto”, e una maniera, pur poco felice, di affermare il ruolo della fede nello spazio pubblico».

NON È SDOGANABILE

CRITICA LIBERALE (6/11/19)

Il cardinale Camillo Ruini, storico esponente della destra cattolica, nel corso di un’intervista ha dato delle risposte palesemente inadeguate a due domande su Matteo Salvini tentando di sdoganare quello che non dovrebbe essere sdoganabile. Ruini è rimasto nel vago dicendo che non condivide l’immagine negativa di Salvini senza specificare perché non condivide questa immagine, che Salvini ha notevoli prospettive davanti a sé senza dire se è contento o meno di queste prospettive, che il dialogo con lui è doveroso senza specificare perché sarebbe doveroso e che per i migranti vale la parole del Vangelo sull’amore del prossimo salvo poi dire che non bisogna sottovalutare i problemi che le migrazioni comportano. Colpisce la furbizia di Ruini, il suo dire e non dire [...]. Ma la risposta che più dà fastidio è quella relativa all’abitudine di Salvini di baciare il rosario in pubblico. Qui Ruini si è superato mettendo in dubbio l’evidente strumentalità dell’operazione e facendo cenno ad una presunta reazione al politicamente corretto che è palesemente inesistente.

Franco Pelella – Pagani (SA)

VEDI ANCHE l'editoriale di Marcello Vigli Clericalismo salviniano su italialaica.it

http://www.italialaica.it/news/editoriali/60010

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→  Il crocifisso nelle aule scolastiche

A Ferrara, all'inizio del presente anno scolastico, la nuova Amministrazione Comunale  a maggioranza leghista (dopo 70 anni ininterrotti di giunte PCI e di Sinistra) ha inviato alle scuole cittadine crocifissi da appendere nelle aule. La prima denuncia è venuta dal Comitato insegnanti della Chiesa Evangelica, cui hanno fatto seguito varie polemiche tra favorevoli e contrari.

Una lettera pubblicata dal Resto del Carlino che richiamava l'aspetto umano della sofferenza del Cristo e quindi la non contrarietà che venisse esposto nelle classi, mi ha indotto a

rispondere con la lettera che segue, pubblicata dallo stesso quotidiano.

Il crocifisso nelle aule scolastiche

La  lettera di Renata Gagliani  (Carlino 22 .9. 19) parla al cuore di credenti e non credenti per la pena suscitata dal Cristo crocifisso che, a giudizio dell'autrice  – e della Corte di Strasburgo  –, è bene sia appeso nelle aule scolastiche.

È qui il caso di rifarsi alla famosa massima del filosofo Tommaso d'Aquino: "distingue frequenter".

Una cosa sono le sedi religiose, tutte, dove vengono celebrati i diversi culti,  altra cosa sono i locali pubblici ( in primis gli edifici scolastici)  dopo l'entrata in vigore della Costituzione, abrogativa dello Statuto Albertino che definiva all' Art 1 la religione cattolica apostolica romana " la sola religione dello Stato italiano".

Da quel momento, vicino al ritratto del Capo dello Stato non dovrebbe più esserci il crocifisso, non più simbolo della religione di Stato.  Questo è, invece, il valore che continua a essere assegnato al crocifisso, inviato a pioggia alle scuole da qualche istituzione a

simboleggiare la " religione di Stato"... Altrimenti, perché mai le istituzioni lo distribuirebbero?

L'adesione a una fede religiosa è scelta personale che ognuno si amministra a proprio giudizio.

Non essendovi più nel nostro paese una religione di Stato, il simbolo di una particolare religione , per quanto tradizionalmente seguita dalla maggior parte della popolazione, non ha ragione di essere rappresentato in un'aula scolastica statale  (né in altri edifici istituzionali, dove continua a troneggiare, un po' per incuria, un po' , per non apparire  "mangiapreti"...)

Certamente, la pena e l'ammirazione per Cristo sono condivise da gran parte della popolazione, ma non bisogna confonderle col mantenimento del simbolo di una religione non più di Stato.

La  lettera cit. sotto il profilo umano è accettabilissima, ma non dovrebbe dare fiato a chi per motivi elettorali nega la laicità della scuola così ben ribadita dalla sent. 203/1989 della Corte Costituzionale, e getta nella confusione chi ritiene che per amore dell'umanità di Cristo si debba ammettere la presenza del crocifisso (= simbolo)  nelle scuole pubbliche. Di Cristo si può ben parlare nelle lezioni di storia, geografia, italiano, filosofia, latino, e , ovviamente, di religione cattolica per chi sceglie di frequentarla.

Antonia Sani

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Un ricordo di Carlo Augusto Viano all'Accademia delle Scienze, giovedì 28 novembre, ore 16, Sala Mappamondi.

Presiede Massimo Mori. Intervengono Carlo Borghero, Gian Franco Gianotti, Pietro Rossi, Salvatore Veca.

http://www.accademiadellescienze.it/

UNIONE CULTURALE, via Cesare Battisti 4b, Torino. Venerdì 29 alle 18 : Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone?

Incontro attorno al libro di Livio Pepino e Nello Rossi Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? (edizioni Gruppo Abele) sul rapporto fra leggi e giustizia, fra potere e ribellione, e quindi fra Creonte e Antigone, protagonisti dell’Antigone di Sofocle. Perché a più di duemila anni di distanza, le ragioni della ribelle Antigone, che ha sacrificato se stessa in nome di leggi più alte di quelle del potere costituito, sono ancora attuali? Quando esistono delle leggi ingiuste, ribellarsi significa giustizia? Con gli autori dialogano il sostituto procuratore di Torino Elisa Pazè e il ricercatore in filosofia politica Massimo Cuono. Modera: Jacopo Rosatelli, giornalista, scrittore e docente. Appuntamento organizzato con Magistratura Democratica e Associazione Studi Giuridici Giuseppe Borrè.

CIDI TORINO

Convegno di studi

CITTADINI DEL NOSTRO TEMPO:  Le domande del tempo presente

Venerdì 29 novembre 2019: IIS Copernico Luxemburg,

Aula Magna Corso Caio Plinio, 2 – Torino

Ore 8,30-18

Sabato 30 novembre 2019: Polo del ‘900, Sala ‘900

Via del Carmine, 14 – Torino

Ore 16,30 - 19,30

Il Cidi Torino, la Fnism e il Centro Studi Piero Gobetti propongono un percorso di riflessione sulla storiografia e sulla didattica della storia del tempo  presente. Quale arco cronologico? Quali contenuti? Come insegnarli?

Il progetto è rivolto al mondo della scuola e ai cittadini interessati alle sorti della nostra democrazia.

Iscrizioni al convegno su www.ciditorino.org. Il costo è di € 15, comprensivo di iscrizione al CIDI Torino per l’a.s. 2019/2020.

http://www.ciditorino.org/Portals/0/ricercadidattica/storia/Programma convegno.pdf

http://www.ciditorino.org/

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→  FNISM – Federazione Nazionale Insegnanti - Sezione di Torino Frida Malan

Sul sito della Fnism torinese si possono leggere: Quattro domande di Cesare Pianciola a Giuseppe Cambiano sul suo ultimo libro, Sette ragioni per amare la filosofia (Il Mulino, 2019); David Sorani, 30 anni del Laboratorio di Filosofia.

http://www.fnism-torino.it/public/FnismMain.aspx

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Centro studi Piero Gobetti

IL POTERE DEI POPULISTI

Due incontri del II° ciclo del seminario La politica per il XXI secolo, dedicato a “Il potere tra due secoli”: uno su potere, sovranismo e politica internazionale, l’altro sulla confusione tra i poteri.

Martedì 26 novembre | H. 17.30 | Centro studi Piero Gobetti (Via Fabro 6, TO)

Relazione di Lorenzo Vai: Potere, sovranismo ed ordine internazionale: una triade impossibile.

Martedì 3 dicembre | H. 17.30 | Centro studi Piero Gobetti (Via A. Fabro 6, TO)

Relazione di Massimo Cuono: Politica, economia, ideologia. Confusione tra poteri.

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AGEDO TORINO

Incontri ogni martedì sera dalle 20,30, esclusi i giorni festivi e prefestivi, presso CasArcobaleno, via Lanino 3, 10152 Torino (Zona Porta Palazzo). Puoi contattarci, ogni giorno, al numero: 388 95.22.971.

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SEGNALAZIONI

AA. VV., La specificità umana. Umanesimo vs post-umanismo?, a cura di  E. Riva e C.G. De Carlo, Edizioni Lulu, Torino 2019, pp. 297, € 15

(http://www.lulu.com/shop/autori-vari/la-specificità-umana-umanesimo-vs-post-umanismo/paperback/product-24289883.html)

Segnaliamo la raccolta delle relazioni tenute dagli insegnanti del Liceo scientifico Cattaneo di Torino nell'anno scolastico 2018-19. In primo luogo perché l'argomento è molto interessante: l'uomo, come si è definito e si può definire rispetto all'alterità animale e robotica? Ernesto Riva dà un'utile schedatura di come sono considerati gli animali nel pensiero filosofico dai presocratici a Theilard de Chardin; altri interventi precisano come vedevano la questione Darwin, riletto da Manuela Gasperi Valenti, Thomas Nagel e Fernando Savater, rivisitati da Gianfranca Venesio. Il libro dedica anche molto spazio alle differenze tra l'intelligenza umana e l'intelligenza artificiale (Paolo Sarra e Carlo G. De Carlo in un intervento molto articolato; ma da leggere anche la deliziosa storia dell'automa ottocentesco che vinceva a scacchi raccontata da G. Castellino). Paola De Cristofaro compie un excursus riassuntivo del pensiero di Hannah Arendt sulla natalità e Ester Vigilanti rilegge filosoficamente il film Blade Runner di Ridley Scott, un classico sugli androidi replicanti. Non tutti i contributi sono rielaborati saggisticamente e alcuni sono solo la traccia delle relazioni di un corso che ha toccato vari aspetti e posto molte questioni avvincenti sui confini e sulla specificità dell'umano.

PAOLO CALVINO, In guerra non andare. Un viaggio in Etiopia dalla memoria alla scoperta, Neos Edizioni, Torino 2019, pp. 143, € 15

“Un viaggio nell’Etiopia di oggi sull’itinerario percorso dal nonno soldato negli anni Trenta.  Il diario contemporaneo che ne scaturisce e l’epistolario coloniale del nonno si intrecciano in un’alternanza di voci e di vicende che si trasforma in un’esperienza esistenziale e in un’appassionata perorazione contro tutte le guerre.

Un anziano che ha fatto la guerra d’Etiopia, spiega al nipote perché in guerra non ci si deve proprio andare. Il nipote cresciuto ritrova le lettere africane del nonno e, in un periodo della sua vita in cui ha messo tutto in discussione, la loro lettura lo tocca profondamente. Progetta allora un viaggio per ripercorrere il suo itinerario: Adua, Macallè, l’Amba Aradam, l’Amba Alagi, Mai Ceu e il lago Ascianghi, Dessiè, Addis Abeba e Gibuti.

Durante il percorso, le scoperte quotidiane si intercalano con gli interrogativi sulla vita del nonno e a ciò che, nel frattempo, l’Autore intuisce di se stesso. Per capire meglio va quindi alla ricerca di informazioni e testimonianze ulteriori che colmino le lacune inevitabili in un epistolario: saggi storici, opere di letteratura, racconti di persone incontrate nel Corno d’Africa o altrove.

I viaggi del nonno e del nipote si fondono così in un intreccio di voci e di epoche storiche che si confrontano e si mescolano attraverso ricordi, missive e documenti, in una narrazione introspettiva che ha il sapore di un romanzo”.

Aggiungiamo alla presentazione editoriale che il libro ha una cronologia essenziale dal 1869 al 2018 e una ricca bibliografia, utili per chi vorrà approfondire il colonialismo italiano e il post-colonialismo,  per parlare a scuola di aspetti di solito ingiustamente trascurati anche nei manuali più diffusi.

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IL LIBRO

Giuseppe Filippetta, L'estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Feltrinelli, Milano 2018, pp. 300, € 22

Non bisogna farsi trascinare dal titolo: quello che Filippetta vuole mostrare non è tanto l'importanza della lotta armata, pur necessaria per eliminare la barbarie, quanto la presa di coscienza che si realizza dopo l'8 settembre, quando una generazione di giovani, nel vuoto di ogni autorità statale, diventa capace di agire sovranamente per rendere il mondo libero. Filippetta ritiene che questa esperienza di sovranità e libertà sia passata nella Costituzione, che quindi rappresenta una rottura totale con lo stato monarchico.

Il percorso passa attraverso dieci capitoli costruiti attraverso una grande ricchezza di testimonianze, tese a valorizzare quello che viene definito uno “scintillare di scelte tenute insieme da una banda partigiana”. Il tema della scelta, della libertà, della ricerca, attraverso la lotta, di un nuovo diritto e di una una nuova giustizia percorre tutti i capitoli.

Nel capitolo 2 Imparare a sparare per abitare il mondo comune si mostra come pur nelle differenze, legate alle specificità locali, le bande partigiane, all'inizio percepite come un elemento del disordine complessivo, si pongano progressivamente come una speranza di ordine e protezione.

Il tema della speranza è decisivo : gli italiani vogliono vivere come singoli e come popolo una vita ordinata e normale, i partigiani scelgono di combattere perchè pensano che alla vita normale si possa tornare solo facendosi carico personalmente,  con le armi, della paura della morte.

Importanti nel capitolo 3 Usare il fucile per scrivere il nuovo diritto” e Legalità e giustizia partigiane. In queste sezioni si descrive come la banda, nata da un iniziale spirito di rivolta, quando assume il controllo di un territorio crea un ordinamento che riguarda la propria struttura ma anche le relazioni con la popolazione, le requisizioni  e il trattamento dei prigioneri. La banda opera come un soggetto costruttore di un nuovo ordine  giuridico: la giustizia partigiana nasce dalla volontà di assicurare la sicurezza e l'ordine pubblico in un contesto di legalità che però non coincide  con il vecchio diritto positivo fascista.

Più avanti nel capitolo 5 Filippetta parla di una “esperienza costituente”. Le esperienze giuridiche delle bande formano un insieme di ordini giuridici instaurati per realizzare comunità democratiche. Sono momenti di un processo costituente e si caratterizzano come contrapposizione assoluta tra il passato e il futuro e come consapevolezza di una rottura epocale nella storia dello stato italiano. La consapevolezza di questa rottura è presente anche nelle bande autonome: infatti proprio nell'organizzazione militare queste formazioni, legate all'esperienza dell'esercito regio, si strutturano secondo principi e regole che fanno prevalere il merito sulla gerarchia e rifiutano di portare i gradi sulle divise.

Nei capitoli 6, 7 e 8 si affrontano, sempre con ricchezza di testimonianze, problemi quali la violenza dopo il 25 aprile, quando le bande vengono smobilitate, il rapporto tra resistenza e lotta di classe, la complessità delle relazioni tra bande, CLN e partiti.

Ma sicuramente la parte più significativa di questo libro sono i due ultimi capitoli, il 9 e il 10 che si intitolano rispettivamente: La lunga stagione costituente. Dalla “Costituzione dei fucili”  alla Costituzione repubblicana e La sovranità dimenticata.

Il capitolo 9 si apre con l'affermazione che (p. 205) “A Liberazione avvenuta, la sovranità dei singoli, indiscussa realizzatrice della parte italiana di quell'evento, è inquieta... anche perchè non sa e non può sapere che rapporto potrà instaurare con quelli che vivono  dove il vento del Nord non ha soffiato e con quelli che quel vento l'hanno tenuto fuori dalla porta ben chiusa di casa”.

Quella che Filippetta chiama la sovranità dei singoli, recuperata dopo l'8 settembre e alimentata dalla lotta partigiana, si trova ora di fronte ai partiti, che tendono a diventare i nuovi contenitori che devono portare quella sovranità verso lo stato democratico attraverso l'esperienza della Costituente.

Sono interessanti le cifre riportate a p. 226 sul numero dei costituenti-resistenti: quasi il 40 per cento dei costituenti ha partecipato alla Resistenza. Si può parlare così di costituenti segnati dalla resistenza e di un crogiuolo costituente che agisce dal 1943 al 1947.

I valori e l'esperienza umana e giuridica della Resistenza fanno da sfondo alle manovre e alle mediazioni dei partiti : tanti costituenti entrano in assemblea con il proprio vissuto partigiano e sono i loro valori di autonomia e partecipazione a cementare il largo consenso che circonda   i principi e i diritti fondamentali. Secondo Filippetta la Costituzione pur individuando nei partiti i principali, ma non esclusivi, contenitori della sovranità dei singoli, non cancella quella sovranità né la trasforma nella sovranità dei partiti ed è proprio questa l'eredità lasciata da quel “crogiuolo costituente”

Ma il capitolo 10 parla di una “sovranità dimenticata”.  In una prima parte si mostra come per la maggioranza dei giuristi italiani con l'8 settembre  lo stato si ritrae, si crea uno spazio vuoto, il diritto muore perchè la scena è occupata da una moltitudine di singolarità individuali, che per i giuristi non possono essere sovrane. La convinzione è che non è morto solo lo stato monarchico, ma è morto il diritto. Lo spazio tra l'8 settembre e la repubblica è quindi lo spazio del caos, della sovranità smembrata e ridotta ad egoismo. Questa convinzione mette in discussione la capacità ordinativa e pacificatrice della Costituzione nata da quegli anni. Ma già nel 1945 Costantino Mortati aveva proposto due modalità di adattamento dei giuristi a quanto era accaduto rispetto alla sovranità: una prima possibilità era parlare della Costituente come un ritorno al cammino interrotto  dal fascismo, saltando la Resistenza. Altra possibilità era presentare la Resistenza come instaurazione di un nuovo ordinamento da parte del CLN in rappresentanza dei partiti antifascisti e collocare il CLN nella sfera dello stato monarchico. In questo modo la Resistenza diventa un movimento che si inserisce nella continuità dello stato italiano.

Fino al 1962  tra i giuristi domina la strategia del silenzio, sono gli anni in cui  la Resistenza è narrata, come memoria o saggio storico da chi ha partecipato, nella forma della lotta tra partigiani e nazifascisti e anche il cinema con Rosselini e Lizzani mette in primo piano la spontaneità e la singolarità della scelta resistenziale. Nel 1962 escono le Lezioni di diritto costituzionale di Vezio Crisafulli:  rompono la strategia del silenzio e inaugurano una nuova fase in cui la Resistenza è raccontata dai giuristi come parte importante della storia dello stato italiano, come esperienza giuridica avente come protagonisti i partiti e i CLN.

È in questo modo che secondo Filippetta si consegna all'oblio la sovranità dei singoli e si interpreta l'articolo 1 della Costituzione come l'intitolazione della sovranità ad una entità unitaria chiamata popolo che per esistere realmente e politicamente  si organizza in partiti.

Ed è proprio questa interpretazione, che dimentica la resistenza delle persone, che Filippetta contesta per tutto il percorso della sua opera che si conclude con il racconto delle vicende di due giovani partigiani, studenti di diritto, Rurik Polidoro e Francesco Pinardi morti entrambi nel 1945 uno a Mauthausen e l'altro fucilato a Torino. Studenti nell'università fascista, con insegnanti  che avevano giurato fedeltà al fascismo, si fanno portatori di un nuovo diritto: si laureano facendo i partigiani perchè  per loro il diritto è ordinare il mondo intorno all'autonomia e alla libertà di ciascuno.

Il libro è dedicato appunto a Francesco Pinardi e Rurik Polidoro, che scelsero di rendere sovrana la loro gioventù nel segno della libertà e della giustizia.

Grazia Dalla Valle

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IL FILM

L'ufficiale e la spia

( J'accuse )

Regista: Roman Polanski

Anno: 2019

Paese: Francia

Durata: 126'

Polverose, puzzolenti, quasi sordide, così sono le stanze della cosiddetta Sezione di statistica, dove il servizio segreto dell'esercito francese falsifica le prove che il 22 dicembre 1894 portano alla condanna del capitano Alfred Dreyfus (Louis Garrel). A quell'affaire lontano nel tempo, a quello scandalo politico e militare a sfondo antisemita torna ora L'ufficiale e la spia (Francia e Italia, 2019, 126'). In originale il film si intitola J'accuse, come la lettera aperta che, dando inizio all'engagement novecentesco degli intellettuali, il 13 gennaio 1898 Emile Zola indirizza dalla prima pagina di «L'Aurore» a Félix Faure, presidente della Repubblica Francese. Ed è di nuovo un'accusa, questa di Roman Polanski e del cosceneggiatore Robert Harris: un'accusa che già si mostra nello sporco di quelle stanze dell'Armée contrapposto alla retorica tronfia delle corti marziali, dei generali e del ministro della guerra, Auguste Mercier (WladimirYordanoff). La colpa di Dreyfus è di essere ebreo. Accusato ingiustamente di avere passato informazioni militari ai tedeschi, viene condannato e deportato sull'Ìle du Diable, al largo della Guyana, da dove torna nel 1899 per essere di nuovo processato e condannato. Nel 1906, quattro anni dopo la morte di Zola, è riconosciuto innocente, ma in Francia continua la campagna di odio contro di lui. Polanski racconta l'affaire con un film intenso e lineare, didattico nel significato migliore, scegliendo come punto di vista non quello della vittima, ma quello del tenente colonnello Georges Picquart (Jean Dujardin). Nominato nel 1895 responsabile della Sezione di statistica al posto del maggiore Jean Sandherr (Eric Ruf), Picquart è antisemita, ma "non fervido". Così lo definisce Polanski. Il suo disprezzo non arriva all'odio, e non arriva a negare il senso di onore e giustizia. E con un senso di onore e giustizia molto diverso dal suo si deve confrontare dopo avere scoperto gli inganni, le falsificazioni e i silenzi colpevoli tanto di Hubert-Joseph Henry (Grégory Gadebois), suo immediato sottoposto, quanto dello stato maggiore dell'Armée. Per il tenente colonnello Henri l'onore e la giustizia stanno dentro l'esercito, solo dentro l'esercito. Se l'esercito mi ordina di uccidere un uomo, dice orgoglioso e sicuro a Picquart, io lo uccido, e se anche fosse un errore, io non ne avrei colpa. Picquart gli dà la sola risposta che si possa definire civile, e morale: questo è forse il suo esercito, non il mio. Il cuore di L'ufficiale e la spia sta in questo confronto. Da un lato c'è il senso d'appartenenza, la certezza che il gruppo o la "razza" siano il luogo d'ogni moralità e d'ogni valore, e che il singolo non ne sia che un momento trascurabile, sostituibile, senza dignità per se stesso. Dall'altro c'è il dubbio, la capacità e il coraggio di mettere in dubbio appartenenza e valori, affrontando la fatica e i pericoli della libertà. Chi come Picquart scelga questo lato del confronto diventa egli stesso "pericoloso" per il gruppo o per la razza. Chi invece come Henri e tanti altri come lui  – non solo negli anni 90 dell'Ottocento  – stia rinchiuso nel gruppo o nella razza, è a disposizione dell'odio, pronto a uccidere se glielo si ordina, convinto che il suo lavoro sporco sia per l'onore e la giustizia. Fuggito dal ghetto di Cracovia nel '43, a dieci anni, e con una madre morta ad Auschwitz, Polanski sa di quale sporco si tratti.

Roberto Escobar

Dal SOLE24ORE/DOMENICA del 24/11/2019, a p. 38, con il titolo "L'affare Dreyfus ieri, oggi, domani".

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