Rassegna stampa

11.2.2019, due commenti al convegno sul Concordato: CHIARA SARACENO E MARCO POLITI

Di Redazione | 15.02.2019


Chiara Saraceno, Il Mulino,

A novant’anni dal Concordato firmato da Mussolini e Pio XI. Stato-Chiesa, i nodi irrisolti

Sono trascorsi novant’anni da quando, l’11 febbraio 1929, i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica sono stati regolati da un concordato. Un tempo sufficientemente lungo per consentire un bilancio e per verificare se non sia opportuna una nuova revisione, dopo quella operata nel febbraio 1984 sotto il governo Craxi, con la duplice parziale correzione sia dei Patti lateranensi sia del concordato vero e proprio. Una revisione e una correzione, peraltro, dagli esiti ambigui. In primo luogo, ancora oggi rimane in vigore la norma secondo la quale – nel matrimonio concordatario – in caso di annullamento la norma canonica prevale su quella civile, nonostante i criteri (oltre che i giudici) che presiedono all’annullamento religioso siano difformi da quelli che presiedono all’annullamento civile. Inoltre, l’eliminazione della clausola che riconosceva alla religione cattolica la condizione di religione di Stato non ha eliminato affatto l’obbligo per lo Stato di garantire l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche e, anzi, lo estendeva alle scuole materne, escludendo solo l’università. Il costo finanziario per lo Stato di tale obbligo – sotto forma di stipendi pagati a insegnanti reclutati non dallo Stato bensì dalla Chiesa cattolica – è stato stimato in 1,25 miliardi di euro l’anno. Per mantenere una schiera numerosa di insegnanti di religione a fronte di una crescente diminuzione di coloro che ne frequentano l’insegnamento, raramente viene utilizzata la possibilità, pure prevista dalle modifiche del 1984, di accorpare le classi.

Peraltro, anche la modifica da una condizione di obbligatorietà per gli studenti a partecipare alle lezioni di religione, salva una richiesta di esenzione, alla facoltà di decidere se avvalersene o meno è rimasta in condizione di ambiguità. L’insegnamento di religione, infatti, fa parte a pieno titolo dell’orario scolastico e può essere collocato in qualsiasi posizione, a prescindere dal numero di studenti per classe che se ne avvale. L’insegnante di religione partecipa a pieno titolo al collegio dei docenti e il suo voto "fa media". Quanto agli studenti che scelgono di non frequentare religione, inclusi i bambini della scuola materna, sono loro a dover uscire di classe per partecipare ad attività alternative più o meno fasulle, lasciate alla discrezione e alla buona volontà dell’insegnante loro assegnato. Ma senza avere l’alternativa di un’ora di scuola in meno, salvo che casualmente l’ora di religione sia messa alla prima o all’ultima ora. Una situazione apparentemente migliore rispetto a quando gli "esonerati" passavano l’ora di religione in corridoio. Di fatto, tuttavia, chi "non si avvale" dell’insegnamento della religione cattolica continua ad avere meno diritti, in termini di risorse dedicate, di chi "si avvale". Mentre i loro genitori – tramite le imposte – finanziano l’insegnamento della religione cattolica.

Del tutto in contrasto con l’obiettivo del finanziamento da parte dei fedeli si è rivelato il meccanismo dell’8 per mille. In linea di principio, il passaggio dalla congrua – ovvero dal sostentamento del clero direttamente a carico dello Stato, appunto al finanziamento da parte dei fedeli tramite la devoluzione di una quota delle imposte dovute – è stato molto positivo. Tuttavia, la formulazione di questa norma si è prestata nel tempo e tuttora si presta a un enorme imbroglio a carico dei contribuenti. In base alla legge 222/85, infatti, ogni cittadino che presenta la dichiarazione dei redditi può scegliere la destinazione dell’8 per mille del proprio gettito Irpef a un’istituzione religiosa che con lo Stato ha stipulato vuoi, come nel caso della Chiesa cattolica, un concordato, vuoi un'intesa, oppure scegliere di destinarlo allo Stato. Mentre all’inizio l’opzione era ristretta a quella tra Stato e Chiesa cattolica, oggi si può scegliere tra tredici alternative: Stato (per scopi sociali e assistenziali), Chiesa cattolica, Unione chiese cristiane avventiste del 7° giorno, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle chiese metodiste e valdesi, Chiesa evangelica luterana in Italia, Unione comunità ebraiche Italiane, Unione buddhista, Unione induista, Chiesa apostolica, Sacra diocesi ortodossa d’Italia, Unione cristiana evangelica battista d’Italia e infine, dal 2017, l’istituto buddista italiano Soka gakkai. Il problema è che non viene attribuita a ciascuna istituzione solo la quota dell’8 per mille per la quale i contribuenti hanno effettuato una scelta precisa – come avviene per il 5 per mille destinato a associazioni non profit – ma anche la quota non specificamente attribuita viene suddivisa in base alle percentuali delle scelte effettuate. Chi non sceglie, ritenendo ingenuamente che il suo 8 per mille rimanga allo Stato, di fatto subisce le preferenze di chi invece lo ha fatto. Stante che negli anni il numero di coloro che effettuano una scelta è progressivamente diminuito ma la priorità delle scelte è rimasta per la Chiesa Cattolica, questa si prende anche il grosso della quota di chi non ha inteso designarla come beneficiaria. In base agli ultimi dati disponibili – riferiti alle dichiarazioni dei redditi effettuate nel 2015 – solo il 44% degli oltre quaranta milioni di contribuenti aveva espresso una scelta e solo il 35% per la Chiesa cattolica, la quale, tuttavia, in base a una distribuzione proporzionale dell’intero ammontare dell’8 per mille ne ha ricevuto l’81,21% , pari a 1.005.390.045 euro. Anche le altre Chiese ricevono beneficio da questo meccanismo a dir poco ambiguo, anche se si tratta di briciole. Si aggiunga che, a differenza di quanto fanno molte Chiese, lo Stato non pubblicizza neppure l’opzione a proprio favore, e tantomeno esplicita a che cosa destinerebbe l’eventuale gettito, contribuendo all’opacità del tutto e generando sfiducia. Non vi è, inoltre, l’opzione di destinare il proprio 8 per mille ad associazioni che si battono per la laicità dello stato o che sostengono l’ateismo, mettendo, di nuovo, i cittadini in condizioni di disuguaglianza rispetto alla possibilità di sostenere finanziariamente il proprio orientamento rispetto al fenomeno religioso. Possono farlo solo destinando il 5 per mille, che è normato diversamente.

Alla luce di questi e altri aspetti altamente problematici per la laicità dello Stato, l’uguaglianza dei cittadini (anche minorenni), la trasparenza nei rapporti tra Stato e cittadini, in questi giorni un gruppo di 150 esponenti del mondo della cultura e difensori dei diritti civili ha firmato un appello al Parlamento, al governo, alle forze politiche, affinché – in attesa di tempi più favorevoli a una radicale revisione, se non al superamento, del Concordato – si intervenga per dare almeno piena attuazione alle finalità degli accordi del 1984, con l’abolizione dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica e la revisione degli attuali criteri di ripartizione della quota "non destinata" dell’8 per mille. A queste due richieste si aggiunge quella di un'azione determinata per dare attuazione alla recente sentenza della Corte europea, recuperando nella misura del possibile l’Ici non pagata in passato, 4-5 miliardi di euro. Si tratta, a me pare, di proposte civili e rispettose della reciproca autonomia tra Stato e Chiese. Ma sono sicura che – se non sepolte dal silenzio imbarazzato dei media "laici" – saranno oggetto di anatemi di vario tipo.

 

Marco Politi, Il Fatto Quotidiano

Concordato, dopo 90 anni i Patti Lateranensi vanno rivisti. Soprattutto riguardo i soldi

Nel vortice degli avvenimenti nazionali e internazionali, il 90esimo anniversario del Concordato è rimasto giustamente in seconda linea. Ormai è un evento interessante solo per la ricostruzione storica e semmai per la riflessione che chi aspira al governo dell’Italia deve in un modo o nell’altro trovare un equilibrio, se non un compromesso, con il Vaticano. Almeno per quanto ha riguardato il Novecento: si trattasse di un regime dittatoriale come il fascismo o del regime democratico nato dopo la Liberazione.

Ma quest’anno è anche la 35esima ricorrenza della riforma concordataria attuata a suo tempo dal governo Craxi e questo aspetto tocca l’attualità, perché riguarda l’organizzazione dei rapporti tra StatoChiesa nell’odierna società italiana. Se n’è occupato sul versante laico un convegno, coordinato da Carlo Troilo e promosso dall’associazione Luca Coscioni, dalla fondazione Critica liberale e dall’Unione atei, agnostici, razionalisti. E sul versante cattolico, un lungo documento di “Noi siamo Chiesa”.

Di particolare interesse un appello lanciato da Carlo Troilo e sostenuto da

gruppo di firme, che propugna l’adozione di “tre provvedimenti urgenti” per riformare la revisione del 1984. I tre cambiamenti invocati riguardano:

1. abolizione dell’ora di religione;
2. revisione dei criteri di ripartizione dell’8 per mille;
3. revisione delle norme sull’Imu sui beni immobili ecclesiastici e recupero delle somme Ici non riscosse.

Le proposte sono interessanti perché possono essere affrontate subito. Su Ici e Imu c’è poco da aggiungere: uno Stato serio riscuote con determinazione il dovuto, a prescindere se il governo sia di destra o di sinistra. Anzi, nel mondo anglosassone sono i governi di destra i più inflessibili nel proclamare il rispetto di “legge e ordine”.

Sull’ora di religione vale la pena riflettere. Quanto più l’Italia diventa multiculturale e multireligiosa, tanto più tenderà a emergere l’esigenza che la scuola sia aperta all’offerta educativa delle diverse religioni (si tratti dei musulmani o degli ebrei, dei protestanti o dei sikh). Naturalmente senza oneri per lo Stato trattandosi di un’offerta aggiuntiva, dettata dal bisogno strettamente particolare degli alunni (o delle loro famiglie). Semmai proprio la crescita della società civile e l’importanza della convivenza tra i diversi tipi di credo e di convinzioni filosofiche diverse rende utile una proposta rilanciata da “Noi siamo Chiesa”: l’istituzione di un insegnamento di storia delle religioni (poiché l’ignoranza può solo produrre barbarie politica e civile).

Ma il capitolo più interessante riguarda i soldi. Ed è giusto e urgente affrontarlo. L’attuale sistema dell’8 per mille, che non conta le preferenze effettivamente espresse dai cittadini per destinare una parte delle tasse a una religione, è irrazionale e iniquo. Ripartire i “voti non espressi” – quasi si trattasse di seggi parlamentari da suddividere proporzionalmente – è fuori di ogni logica. Lo Stato italiano si trova in una grave crisi economica. I soldi non destinati altrove per precisa indicazione del cittadino devono restare nel bilancio nazionale per bisogni primari oggi forzosamente non tutelati in maniera adeguata: sanitàistruzionetrasportiinfrastrutture. Perciò il sistema va cambiato. E rapidamente.

C’è però un’altra innovazione che va introdotta in Italia e che da decenni è in corso, ad esempio, in Germania. Qualsiasi istituzione che riceve finanziamenti pubblici deve avere bilanci pubblici. In altre parole, se la Chiesa italiana (le diocesi in primo luogo) sono destinatarie di finanziamenti pubblici statali, regionali o locali, possono incassarli solamente se avranno pubblicato la loro situazione patrimoniale completa: beni mobili e immobili. Sarebbe un enorme contributo alla chiarezza e anche a quella “purificazione” dei comportamenti che papa Francesco chiede alle gerarchie ecclesiastiche, al clero e alle organizzazioni della Chiesa, in cui si maneggiano soldi e proprietà.

C’è infine un’altra riforma, che non costa niente e che andrebbe introdotta immediatamente come suggerisce “Noi siamo Chiesa”. L’obbligo di denuncia da parte di qualsiasi organizzazione ecclesiastica di crimini di pedofilia o di ogni altro tipo di abusi sessuali. L’obbligo esiste già in nazioni democratiche come la Francia o è stato sancito ufficialmente da conferenze episcopali del mondo occidentale.

La privacy non c’entra. E non c’entra nemmeno il segreto confessionale (che vale solo per il momento della confessione). Qui si parla di crimini, di cui un vescovo o un altro responsabile ecclesiastico viene a conoscenza per denuncia della vittima o per testimonianze fondate. Per secoli la prassi è stata quella dell’insabbiamento. La situazione è diventata ormai insostenibile. E mentre la Chiesa è avviata a un lento (molto lento) processo di riforma interna, lo Stato ha l’obbligo di dettare la sua legge a protezione dei minori.

 

 

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