RASSEGNA STAMPA

Ottobre 2018 LAICITÀ DELLA SCUOLA NEWS

Di Redazione | 20.10.2018


Notiziario on line del Coordinamento per la laicità della scuola.
Redazione: Marco Chiauzza, Grazia Dalla Valle, Daniel Noffke, Cesare Pianciola, Stefano Vitale.
Fanno parte del Coordinamento: AEDE (Association Européenne des Enseignants), AGEDO, CEMEA Piemonte, CGD Piemonte, CIDI Torino, COOGEN Torino, CUB-Scuola, FNISM, Sezione di Torino "Frida Malan", MCE Torino.
Portavoce del Coordinamento e referente per le superiori: Fulvio Gambotto (339 5435162)
Referente per gli altri ordini di scuola: Silvia Bodoardo (329 0807074)
Oltre duemila persone da tutta Italia hanno donato sessantamila euro per permettere a tutti i bambini stranieri che vivono a Lodi di mangiare a scuola insieme ai loro compagni. È il risultato dell’iniziativa lanciata dal Coordinamento Uguali Doveri, nato per offrire solidarietà agli extracomunitari di Lodi contro il nuovo regolamento comunale che impedisce ai bambini stranieri di utilizzare la mensa e altri servizi.
(https://www.vanityfair.it/news/)

Editoriale:
Il controllo dell'agenda
Tema di Storia no, tema di Storia sì, ma solo nella tipologia B? Il divertissement del momento mi sembra l'occasione per una riflessione sulla voce dei docenti delle scuole superiori. Una voce alta nelle aule insegnanti, dove si esprime un profondo malessere; una voce lucida all'interno delle associazioni che il malessere provano ad elaborarlo e trasformarlo in proposte costruttive. Una voce assente nel dibattito politico e nei mezzi di informazione, dove l'agenda è sempre dettata da altri soggetti, la cui conoscenza del mondo della scuola è vaga e il cui obiettivo non è sicuramente affrontare i problemi concreti degli studenti e degli insegnanti (tanto meno della società a cui la scuola dovrebbe fornire cittadini maturi e responsabili). Il risultato è che in agenda c'è sempre e solo la riforma del ministro di turno (e i danni che provoca), e l'attenzione viene sempre distolta dai problemi concreti di coloro che a scuola ci passano le loro giornate.
La priorità, quindi, è prendere il controllo dell'agenda; non facile, vista la sproporzione di forze fra il mondo delle associazioni di categoria e i mondi della politica e dell'informazione. Prima ancora, però, mi pare che dobbiamo essere noi docenti per primi – e con noi gli studenti – a invertire l'ordine del giorno del dibattito.
Invece di partire da ciò che ci arriva in testa dall'alto, cominciamo dal basso, dalla miriade delle metastasi che, lasciate proliferare senza limiti, hanno condotto la scuola all'impotenza e all'irrilevanza, in un contesto che, invece, avrebbe quanto mai bisogno di nuovi cittadini formati nei valori della democrazia liberale. Partiamo dai problemi reali che riguardano l'esame di Stato o l'insegnamento della Storia, non dalla presenza o meno di un tema che – chissà perché – non sceglie quasi nessuno; il tema, sarà, semmai, il punto di arrivo della discussione. Solo per fare qualche esempio, cominciamo a chiederci se abbia ancora senso un esame di Stato al quale tutti vengono ammessi grazie ad una miracolosa trasformazione delle insufficienze («poi se la giocheranno all'esame»), al termine del quale tutti vengono promossi («non vogliamo certo dei ricorsi»), nel quale non pochi membri interni fanno di tutto per gonfiare i voti dei propri protetti e non pochi membri esterni cercano vendette incrociate negli istituti di provenienza dei docenti che l'anno precedente non hanno gonfiato i voti dei loro, di protetti. Potremmo poi affrontare il fatto che in molte scuole superiori, Storia sia una materia che viene considerata secondaria dagli stessi consigli di classe, il problema della formazione degli insegnanti a cui viene affidata, l'ottusità delle Indicazioni nazionali che non prevedono il minimo coordinamento cronologico fra le discipline. Potremmo discutere di valutazione che, come la qualità dell'insegnamento, dovrebbe essere omogenea in tutte le scuole della Repubblica. Ma già sento levarsi voci scandalizzate contro il ministro non abbastanza democratico che vuole introdurre griglie di valutazione nazionali, e poi arriverà il/la collega che sentenzierà: «tanto mica le rispettiamo, decidiamo il voto e poi lo facciamo venire nella griglia». Ci stupiamo poi che i trentenni e i quarantenni che
arrivano al potere in questo Paese non tengono in conto né la Storia né il Diritto?
Paolo Calvino
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In evidenza:
→ CIDI: Documento nazionale.
Ricominciamo a pensare.
È il momento di riprendere la parola. C’è voluto tempo per superare lo sconforto di fronte a ciò che sta succedendo nel Paese, ma la scuola non può più restare in silenzio. Sarebbe imperdonabile far finta di niente quando nel Paese si sta rapidamente volatilizzando quella idea di società democratica, aperta, plurale, che supera le proprie paure accettando la propria vulnerabilità e le contaminazioni in quanto necessarie per rinnovarsi e trovare risposte nuove alle esigenze di sempre, oggi più urgenti, di convivenza.
La scuola è il laboratorio dove storicamente il Paese ha cercato risposte, non solo un luogo pubblico capace di rispondere ai bisogni di ciascuno come un supermercato ben fornito, ma il luogo pubblico civile che chiede l’ascolto e l’accordo reciproco per raggiungere gli obiettivi di ciascuno.
La scuola italiana ha integrato dal dopoguerra in poi prima i figli dell’immigrazione e dopo i nuovi italiani, senza lasciare in un angolo i portatori delle tante e diverse disabilità.
Ecco perché non possiamo più far finta di niente. Occorre agire, e farlo in forma collettiva, perché sia un segnale forte e significativo in un momento storico che segna la rottura di argini all’intolleranza che credevamo indistruttibili. La scuola vince l’intolleranza con la conoscenza.
Perché abbiamo il dovere di insegnare a porsi delle domande e a cercare le risposte. Contro l’oscurantismo, l’approssimazione e l’ignoranza dobbiamo mettere in campo il sapere scientifico e la ricerca; il linguaggio della matematica e della logica; la conoscenza della storia, con tutto quello che significa; la
consapevolezza del proprio corpo; la bellezza e l’importanza dell’arte e di tutte le forme espressive; la letteratura, che aiuta a capire il mondo, le passioni e i sentimenti; la costruzione del pensiero critico.
È un dovere che tuttavia è anche la nostra più grande risorsa per educare alla convivenza perché se attraverso lo studio disciplinare insegniamo a interpretare la realtà, ad ascoltare e a ragionare, a
interloquire tra pari sentendosi liberi di essere se stessi, si insegna anche il rispetto verso tutti.
La scuola è veramente scuola se fa sentire ciascun alunno e alunna “soggetto”, portatore di valori e di aspettative da sviluppare, ma in un contesto in cui si è costantemente “soggetti all’altro”, che sarà
conosciuto e rispettato nella sua singolarità grazie alla collaborazione che la scuola impone fra tutti.
Fuori non è così. Fuori, nel Paese, sembrano crescere ignoranza, arroganza, indifferenza ai soprusi dei fondamentali diritti dell’uomo nel nome di una effimera ricerca di sicurezza, utilizzando argomenti e falsificando la realtà al solo scopo di fomentare le paure. È questo il clima culturale che permette a una
politica della crudeltà, indegna in qualunque Paese voglia dirsi civile, di diventare possibile.
La scuola è il luogo privilegiato dove elaborare le paure, quelle vere e quelle artatamente costruite, e dove prendere la rincorsa per saltare quei muri che purtroppo ovunque stanno rialzandosi.
Dove se non nelle aule e nei laboratori, che sempre più diventano un ologramma di mondo, può costruirsi quella “convivialità delle differenze” che sappia fare di esse una risorsa preziosa per l’apprendimento?
Ma gestire le diversità in classe non è una passeggiata, è una fatica che può diventare improba se non si mette in discussione lo schema tradizionale, e purtroppo resistente, della scuola. Se la didattica resta nella sostanza ancorata alla triade spiegazione studio individuale-interrogazione la disomogeneità della classe
rappresenterà sempre un problema e la crescente varietà degli alunni lascerà traccia solo nella crescente varianza della distribuzione dei loro esiti.
Ecco perché è una sfida che non si vince solo portando nella scuola quelle conoscenze e valori che vogliamo siano fatti propri dai nostri allievi.
Non è sufficiente insegnare la Carta costituzionale se ciò avviene in una scuola che non si faccia carico di essere presidio di democrazia del Paese; che non riesce a rispettare il mandato che la Costituzione stessa le ha dato con l’articolo 3: quel “rimuovere gli ostacoli” impegna in primis la scuola, ma quando leggiamo che abbiamo perso negli ultimi 12 anni 3 milioni e mezzo di studenti dobbiamo dirci che la nostra non è ancora la scuola secondo Costituzione.
Dobbiamo cambiarla, perché non si fa inclusione in una scuola fatta ancora per escludere. Se non la cambiamo, la scuola risponderà alla diversità degli alunni introducendo diversità nei percorsi, nei progetti, nei piani; non dando a ciascuno il supporto di cui ha bisogno nel percorso di tutti, ma individuando un
percorso per ciascuno. Sarà la deriva anche inconsapevole dell’impossibilità di dare le risposte giuste senza fare spazio alle domande dei nostri alunni. Perché non ci si prende il tempo necessario e non si fa scuola a partire da queste.
La precondizione dell’inclusione la si trova nei tempi distesi perché da un lato solo questi garantiscono la possibilità di instaurare una relazione educativa con ogni alunno, dall’altro ogni problematica importante ha bisogno di tempi e metodi adeguati per poter essere acquisita in modo significativo.
Dobbiamo mettere in discussione la lezione puramente trasmissiva, il ruolo passivo degli studenti, l’intoccabilità dei contenuti, l’erosione costante del tempo curricolare che va di pari passo con l’esplosione dell’extra curricolare, ormai contenitore/recinto di progetti di ogni tipo, che di comune
acquisiscono la totale ininfluenza sulle dinamiche quotidiane della scuola.
Bisogna rimettere in discussione il voto che è il nemico del piacere di apprendere. Motiva allo studio solo chi è in una logica di competizione, ma per fortuna molti giovani ancora non lo sono.
Dobbiamo compiere scelte radicali, diminuire la quantità di contenuti e fare della scuola un centro di ricerca permanente per la co-costruzione della conoscenza. Un luogo di studio anche per gli insegnanti, perché se nel Talmud la parola maestro non esiste ed è sostituita da “studente saggio” significa che chi ha smesso di
studiare non può essere maestro di nessuno.
Fondamentale sarà l’uso formativo delle discipline e del sapere perché attraverso il loro studio – serio, impegnativo, senza sconti - dobbiamo coltivare negli alunni la capacità di ascolto tra pari, la pratica del dialogo e della argomentazione rigorosa.
Non ci sono dubbi che la scuola debba tornare ad essere “severa”, ma nell’accezione etimologica originaria che rimanda a “rilevante”.
Le discipline non sono il fine ma lo strumento per rendere l’insegnamento significativo per tutti gli studenti, attraverso la cura delle modalità didattiche e relazionali, problematiche, laboratoriali, costruttive.
L’insegnamento può essere efficace se ogni studente è interessato, motivato e attivo nella costruzione della conoscenza, all’interno della dimensione sociale, nel contesto della classe. Come si vede stiamo indicando tutta un’altra scuola rispetto a quella attuale, tradizionale, enciclopedica, trasmissiva e nozionistica.
Non si può fare tutto, occorre scegliere perché l’obiettivo da raggiungere è la profondità e significatività delle conoscenze, non la quantità.
Il sapere sarà significativo per gli studenti se da un lato esso è sviluppato prima di ogni cosa in un contesto di apprendimento motivante e se è capace di dialogare con il loro mondo e con le loro esigenze, in modo da rendere ciascuno soggetto attivo nella costruzione della conoscenza; dall’altro se è un sapere a loro accessibile ed esplorabile in profondità, cioè non atomico, ma connesso a molti altri fatti, conoscenze, concetti.
Serve un grande esercizio di pensiero, con la consapevolezza che non ci sarà un’alternativa a questa scuola – a questa politica, a questa società - se non ci sarà un pensiero alternativo che la sorregga.
Sappiamo che le risposte in tempi brevi non sono nelle corde della scuola, ci vorrà tempo, ma proprio per questo siamo chiamati ad agire subito, nell’immediato, per difendere le possibilità e le potenzialità che sono presenti nella scuola.
Riprendiamo la parola. Ricominciamo a pensare.
Roma 16 settembre 2018
http://www.cidi.it/cms/uploads/ckeditor/files/Ricomincia
mo-a-pensare-16set18(1).pdf
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→ IL PAPA SULL'ABORTO
Di UDI Napoli | 14.10.2018
Siamo pronte da quando un alto esponente del movimento provita detiene il ministero per la famiglia: ci aspettavamo che senza alcun bisogno di parole il messaggio agli antiabortisti sarebbe partito e si sarebbe moltiplicato il loro attivismo. Così i crociati hanno cominciato a braccare le donne, e non solo nei modi usuali dal varo della legge 194. Braccate, e non in fuga.
Le donne dell'UDI, le femministe nei movimenti, le donne dei partiti e quei i partiti che già hanno preso posizione, hanno detto che lotteranno per la libertà di compiere scelte, anche quella di interrompere una gravidanza, faranno la loro parte.
Quello che ci ha stupite è la scompostezza con la quale il Vaticano ha inteso rafforzare la campagna politica antiabortista.
Il Papa non ci ha chiamate peccatrici, ma incivili, non ha detto che i medici sono peccatori, ma sicari. Ci ha descritte come assassine, per di più incapaci di assumere responsabilità, perché demandano "il crimine" ad altri. Non è un caso che abbia usato questo linguaggio, esterno alla religione, perché il suo obiettivo non è quello di diffondere i suoi fini spirituali, ma invadere con violenza i compiti della politica laica.
http://www.italialaica.it/news/59003
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→ 26 OTTOBRE: SCIOPERO GENERALE indetto da CUB - SGB
- SLAI COBAS - SI COBAS - USI AIT
- Aumentare i salari e le pensioni
- Ridurre l’orario di lavoro a parità di salario
- Investimenti pubblici su ambiente e territorio per aumentare l’occupazione
- Pensione a 60 anni o con 35 anni di contributi, separazione spesa per previdenza e per assistenza
- Rappresentanza sindacale con elezioni libere, democratiche aperte a tutte le liste
- Difesa del diritto di sciopero
- Diritti universali alla salute, all’abitare, alla scuola e alla mobilità pubblica
- Contro la guerra e le spese militari
- Abolire le disuguaglianze salariali, sociali, economiche, di genere e quelle nei confronti degli immigrati.
- Salute e sicurezza sul lavoro
https://www.cub.it/index.php/157-attivita/scioperi-generali/12158- 26-ottobre-2018-sciopero-generale-intera-giornata-contrastare-ledisuguaglianze- rilanciare-il-conflitto
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→ ASSEMBLEA ALL'AVOGADRO CONTRO LA PROPOSTA DI LEGGE PILLON
→ MCE
Alcune iniziative MCE:
1) La prima è SaltaMuri un anno di mobilitazione per "Saltare muri, costruire ponti, darci coraggio e contrastare ogni propaganda della paura". Questa iniziativa coinvolge 50 associazioni in un unico Tavolo.
Trovate tutte le informazioni su www.mce-fimem.it. È stata inviata una lettera alle scuole avente per oggetto: Costruire un’idea di mondo per formare personalità aperte, libere da pregiudizi, formate all’arte della convivenza.
2) La seconda sono le giornate di studio nazionali "Quattro passi verso una pedagogia dell'emancipazione" a Genova il 27 e 28 ottobre.
Trovate tutte le informazioni su http://www.mce-fimem.it/evento/4-passi-verso-una-pedagogiadellemancipazione/
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→ FNISM
L’ECO della scuola nuova
Leggi on line il n. Gennaio-Giugno 2018:
http://www.fnism.it/eco/2018_1_2_ECO.pdf
PER DARE PIÙ FORZA ALL’ASSOCIAZIONISMO DEGLI INSEGNANTI ABBONATI: c.c.b. Unicredit IBAN: IT 35 Y 02008 05198 000401020572
Intestato a Fnism - Federazione Nazionale Insegnanti
Abbonamento ordinario € 25,00 - Abbonamento sostenitore € 50,00
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→ AGEDO TORINO
Ci incontriamo ogni martedì sera dalle 20:30, esclusi i giorni festivi e prefestivi, presso CasArcobaleno, via Lanino 3, 10152 Torino (Zona Porta Palazzo).
Puoi venire liberamente quando lo desideri, sarai sempre benvenuta/o. Se lo desideri puoi contattarci, ogni giorno, al numero: 388 95.22.971.
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→ Scuola per la buona politica
Ricordiamo il consueto convegno autunnale della Scuola per la buona politica che si terrà la settimana prossima (giovedì 25 ottobre 2018 e venerdì 26 ottobre 2018) presso la Sala lauree rossa del Campus Einaudi (Lungo Dora Siena 100) sul tema Malgoverno
Il programma è consultabile alla pagina web http://www.sbptorino.org/news/67-malgoverno-viii-seminariodi- teoria-politica-xxxviii-seminario-di-filosofia-politica.html
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→ Istituto Salvemini: La bellezza ritrovata
Dal 20 ottobre al 4 novembre 2018, dalle ore 9.00 alle 21.00 a Torino presso il Polo del ‘900 (via del Carmine, 14)
Esposizione della mostra La bellezza ritrovata - A shot for hope. Lo sguardo sul mondo dei bambini siriani del campo profughi di Kilis in Turchia
ISTITUTO DI STUDI STORICI GAETANO SALVEMINI
c/o Polo del '900, Via del Carmine 14 - 10122 Torino
Tel/fax 39 011 5838337 Tel 39 328 1160194

→ TORTURA
Sabato 20 ottobre dalle ore 10,15 alle 12,30 presso il Campus Luigi Einaudi, Lungo Dora Siena 100, Torino (Sala Lauree blu grande): "La tortura e il dolore della democrazia" dialogo sul tema della tortura in democrazia organizzato dal Centro Interateneo di Studi per la Pace, in collaborazione con l'Unione
Culturale e la rivista l’Indice dei Libri del Mese. Informazioni e programma:
https://gallery.mailchimp.com/034acaa93d25e95f1203c54c
2/files/e1032bbf-932d-4c40-955fad3c089ab5f8/
Locandina_Tortura_Ottobre_2018_web.pdf
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IL LIBRO
Didier Eribon, Ritorno a Reims, trad. di Annalisa Romani, Bompiani, Milano 2017, pp. 215, € 18
Professore di filosofia e scienze umane e sociali all'Università di Amiens, autore di libri-intervista (con Lévi-Strauss, Da vicino e da lontano, Rizzoli, 1988), di una biografia di Foucault (Leonardo, 1991) e
di studi sulla stigmatizzazione e sui dispositivi sociali di assoggettamento e dominazione (Riflessioni sulla questione gay, Edizioni Ariele, 2015), Eribon scrive un libro coinvolgente tra l'autobiografia e l'analisi politico-sociologica. Si chiede perché gli sia stato più facile scrivere sul soggetto inferiorizzato e disprezzato sessualmente che sull'inferiorizzazione sociale e sulla privazione della parola e della rappresentanza politica dei ceti operai. Descrive l'ambiente operaio di provincia da cui proviene e dal quale si è separato a venti anni per diventare un intellettuale parigino: percorso di emancipazione personale – il “salto con le aste” di cui ci parlò in un bel libro Starnone – che è anche un vivere con vergogna e
dissimulazione la famiglia, il padre operaio, violento e omofobo, la madre, che avrebbe voluto fare la maestra e si ritrovò donna delle pulizie, il fratello maggiore, che mentre lui studia “sceglie” a 14 anni di
essere apprendista macellaio, il nonno lavavetri che Didier incontra casualmente a Parigi temendo di essere visto da quelli che sono diventati i suoi colleghi. Proprio la morte precoce del padre ammalato di Alzheimer è l'occasione del ritorno a Reims, dei rapporti riannodati con la madre, della sua interrogazione radicale su una classe operaia che non è scomparsa ma, poiché il discorso pubblico l'ha emarginata e
silenziata, ha sostituito – come nella sua famiglia – il voto ai partiti della sinistra con quello al Front national, ha identificato il nemico con gli immigrati e ha concluso che quelli che stanno “in alto” sono tutti
eguali, dando libero corso a pulsioni che c'erano anche prima, ma rimanevano nascoste quando votavano per il Pcf. Una realtà popolare molto lontana dalla Classe Operaia idealizzata di quando, studente
liceale, militava in gruppi trockisti e un marxismo ideologico gli permetteva di parteggiare astrattamente per una classe della quale rifiutava la quotidianità concreta (e Sartre, idolatrato, gli forniva i
concetti per contrapporre la libertà che si manifesta nell'attività degli scioperi e delle manifestazioni alla passività seriale e alienata di tutti i giorni). Queste considerazioni non gli aprono la strada al disincanto, al
contrario sono la premessa per una requisitoria contro il neoconservatorismo imperante e per riaffermare la divisione in classi contrapposte. L'ideologia del merito e del talento sanzionati dai titoli
scolastici gli appare uno dei mezzi più potenti per legittimare e perpetuare le ineguaglianze sociali, come hanno dimostrato le ricerche sociologiche sull'eredità del “capitale culturale” di Pierre Bourdieu –
suo autore di riferimento insieme a Sartre e a Foucault. I casi singoli di ascesa sociale come quello dello stesso Eribon non smentirebbero la predeterminazione sociale complessiva.
Così riassunto, il libro sembrerebbe un pamphlet politico, cosa che però non è perché l'autore scava con molta finezza in tante belle pagine nelle contraddizioni concrete della sua vicenda e di come si intreccia
l'apprendistato e il comig-out omosessuale con la faticosa affermazione di un intellettuale che, mancando del “capitale culturale” che dischiude le Grandes Écoles e l'agrégation, trova ampi riconoscimenti a Berkeley e a Cambridge prima che in Francia. Se la collocazione sociale è statisticamente determinante (La société comme verdict, Fayard, 2013), in certo modo la sua vita conferma il detto di Sartre nel Saint-Genet: “L’importante non è ciò che si fa di noi, ma ciò che facciamo noi stessi di ciò che hanno fatto di noi”.
Cesare Pianciola
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IL FILM
GIRL
Regia: Lukas Dhont
Principali interpreti:
Victor Polster, Arieh Worthalter, Oliver Bodart, Tijmen Govaerts, Katelijne Damen – 105 min. – Belgio 2018.
Era Victor, alla nascita, ma quel nome non lo voleva e aveva voluto “ribattezzarsi” Lara, cosicché Lara era diventata, per tutti, persino per la sua carta d’identità.
Era giovanissima Lara; l’avresti detta un’adolescente in boccio, se non fosse stato per quel corpo legnoso, dalle ossa troppo grandi, e soprattutto per quell’appendice insopportabile del suo sesso che non
riusciva proprio a nascondere, nonostante ci provasse, schiacciandoselo stoicamente sul corpo col nastro adesivo. Certo non era facile trasformare, come le sarebbe piaciuto, quell’involucro di carne e ossa, di cui si sentiva prigioniera, in un corpo femminile morbidamente aggraziato, anche se l’impresa non era impossibile: avrebbe potuto contare sul sostegno affettuoso di suo padre che, per aiutarla, aveva trasferito l’abitazione, la scuola dell’altro figlio nonché la propria attività di taxista dal Belgio francofono ad Anversa, nei pressi dell’ospedale dove alcune equipes specializzate ne avrebbero seguito il percorso fino alla conclusione, quando, finalmente sarebbe stata la creatura femminile che da sempre sentiva di essere; per ora doveva accontentarsi delle cure ormonali massicce che, inibendo lo sviluppo maschile, lentamente le avrebbero dato l’apetto di una ragazza, la Girl del titolo del film.
Lara, dunque, era un’adolescente transgender che forse stava vivendo nel migliore dei mondi possibili, senza saperlo, però, tutta presa com’era dal suo problema, e dall’impazienza di vederlo risolto, ciò che
era acuito anche dalla volontà di non sfigurare nella prestigiosa Scuola Reale di Danza classica che l’aveva ammessa ai suoi corsi, accettandone la diversità, così come le sue compagne, che mostravano, per la verità, qualche maliziosa curiosità di troppo, violandone il doloroso pudore,
ma senza vera intenzione di ferirla.
Se è vero che l’adolescenza è un momento cruciale della crescita di ciascuno, per Lara, alla disperata ricerca di un corpo che testimoniasse la propria identità femminile, l’adolescenza stava diventando una
tortura insopportabilmente prolungata: l’affannosa e continua ricerca davanti allo specchio di qualche traccia di mutamento non dava alcun risultato; molte invece erano le tracce sanguinanti delle ferite che
infliggeva continuamente a quel corpo nel tentativo di essere come le altre, cosicché quel corpo così odiato e, si direbbe, inutilmente vessato avrebbe presto reclamato i propri diritti, mettendo in evidenza la
difficoltà durissima di quella sua condizione, anche in una società civile e tollerante e in una famiglia intelligente e comprensiva.
Grazie all’uso attento della camera che segue Lara alla sua altezza, il regista, al suo primo lungometraggio, ci offre lo splendido ritratto di una creatura per la quale la ricerca dell’identità sessuale stava
diventando una penosa ossessione, rendendoci partecipi e consapevoli del suo tormento e delle sue contraddizioni, senza nascondere, sotto un velo di ipocrisia, i momenti crudi del sangue e delle infezioni che ne devastavano il corpo, immagini simboliche dello strazio profondo dell’animo e del cuore.
Non mancano alcuni difetti, perdonabili, tuttavia, in un’opera prima, data anche la giovane età del regista appena ventisettenne: l’insistita ripetitività delle scene di danza; un certo compiacimento estetico un
po’ languido nel colore dorato della luce diffusa negli ambienti in cui si muove Lara, dalla scuola di danza all’ospedale. Si tratta di difetti lievi, che non hanno impedito l’assegnazione della prestigiosa Caméra d’or di
Cannes, lo scorso maggio, (Un certain regard) al film scelto come Migliore Opera Prima, prestigioso e indiretto riconoscimento alla direzione di Lukas Dhont. Anche la magnifica e prodigiosa interpretazione di Victor Polster nel ruolo di Lara ha ricevuto il riconoscimento ufficiale del premio al migliore interprete maschile.
http://laulilla.wordpress.com/
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Supplemento on line a “école”, Registrazione Tribunale di Como, 10 gennaio 2001, direttrice responsabile Celeste Grossi.
diffuso via mail il 16/10/2018

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