rassegna stampa

30-5-2017, Antonia Sani, SCUOLE PRIVATE, la disinformazione della stampa e i passi falsi del M5S, La pagina del blog di MicroMega

Di Antonia Sani | 02.06.2017


Che l’informazione disinformi, non è una scoperta. Tralasciando i casi macroscopici di omissioni “di regime” contestati da una perenne (anche se – ahimè – di gran lunga insufficiente) mobilitazione nei confronti della RAI, sono ormai all’ordine del giorno casi endemici di sciatteria in cui i titoli dati alle notizie, sia sui quotidiani che nei comunicati televisivi, risultano imprecisi, monchi, quando non del tutto scorretti. Non parliamo di quando i periodi vengono spezzati nell’enunciato televisivo – evidentemente a causa del cambio riga – con conseguenze pesanti sulla comprensione complessiva della narrazione.

Un “viale don Minzoni” – ben leggibile nel video – è stato storpiato nel corso di un TG in un “viale Manzoni”; una notizia rimasta sospesa sugli spari contro i barconi dei migranti dalla Guardia costiera libica (?), solo dopo qualche giorno ha ottenuto una precisazione “spari in aria, per la verità”; “celebrale” in luogo di “cerebrale” nella striscia del video.

Ma ancora più grave, per la minore volatilità, è quando la deformazione riguarda la carta stampata. Titoli che stravolgono inesorabilmente il contenuto. I motivi? Io ne vedo principalmente tre: o il titolista non ha letto completamente l’articolo (o non ne ha compreso il messaggio), o l’unico miraggio è la vendita del maggior numero di copie che un titolo a effetto può più facilmente raggiungere, o l’indirizzo politico del giornale ha un’opinione pubblica da conquistare/ consolidare spregiudicatamente.

Risale a qualche giorno fa (Repubblica 20.5.17) la comparsa di un titolo, notevole per la sua grande evidenza “FONDI ALLE SCUOLE PRIVATE, LA SVOLTA M5S”.

Il primo moto è stato di sorpresa e di delusione. Conosco le posizioni dei 5 Stelle sulla scuola avendo collaborato con alcune/alcuni di loro per la salvaguardia dei capisaldi della democrazia scolastica; un simile voltafaccia non me lo sarei aspettato.

Pochi giorni prima Repubblica del 17.5.17 aveva intitolato “SCUOLE PARITARIE, SCONTRO TRA IL M5S E I VESCOVI”. Nel corpo dell’articolo si leggeva di una “luna di miele” tra Beppe Grillo e il mondo cattolico emersa (?) nel corso di una precedente intervista su Avvenire, ripresa da vari quotidiani; una “luna di miele” di cui il quotidiano dei vescovi italiani denunciava la precarietà in presenza dell’idea dei pentastellati di togliere i finanziamenti pubblici alle scuole private paritarie. Idea da bocciare senza riserve.

Leggo dunque l’articolo con una certa curiosità; ebbene, ho dovuto constatare che non era quello il messaggio che si celava sotto il provocatorio titolo di Repubblica del 20.5.17!

Non si trattava di apertura tout–court ai finanziamenti alle scuole private, come molti lettori affrettati potrebbero aver colto, ma di contributi pubblici agli Asili Nido e alle Scuole Materne private.

Certamente un passo falso da parte dei 5 Stelle, ma non coinvolgente l’intero carrozzone delle scuole private, come appariva dal titolo.

Tiriamo un (piccolo) sospiro di sollievo. Piccolo, poiché nell’articolo si riporta l’accettazione da parte del movimento di Grillo dell’accorpamento Nidi - Scuole dell’Infanzia (0-6), una delle deleghe in bianco contenute nella legge 107 (la Buona Scuola renziana) oggetto di contestazione da parte di oltre 100 associazioni e movimenti del mondo della scuola.

I finanziamenti statali alle scuole private comprendono i Nidi e le Scuole Materne “perché – si legge nella proposta dei 5S sulla scuola – per la fascia d’età (0-6 anni) le scuole private paritarie nella maggior parte dei casi suppliscono alla mancanza di scuole pubbliche statali sul territorio e rappresentano una scelta obbligata per le famiglie”.

A questo punto la disinformazione del titolista cede il passo alla disinformazione dei protagonisti, ossia dei 5S. “Nelle scuole dell’Infanzia e nei Nidi c’è il 60 per cento degli alunni che frequentano le scuole paritarie – spiegano – negli anni ci siamo accorti che era necessario tutelare quella fascia d’età. Non si tratta di scuola dell’obbligo, ma di un servizio sociale che potrebbe venire a mancare… (e non di un favore ai vescovi)”.

Rincresce dover constatare che non è stato evidentemente colto correttamente quel passaggio tra prima e seconda infanzia, comunemente recepito nei testi pedagogici e amministrativi.

L’Asilo Nido fa parte dei servizi socio educativi della prima infanzia (L.1044/71), la Scuola Materna – seconda infanzia – dal 1968 (L.444/1968) è scuola.

“Il diritto allo studio comincia a tre anni” è il titolo di un famoso convegno svoltosi a Modena nel 1973 promosso dalla Lega delle Autonomie e dall’UDI. L’accorpamento 0-6 – e l’erogazione del finanziamento statale all’intera fascia – mortifica una conquista – la scuola dell’Infanzia statale – che seppure dettata allora da calcoli più politici che culturali, ha avuto il pregio di rendere omogenee le pari opportunità nel diritto all’istruzione su tutto il territorio nazionale.

L’azione dei 5S avrebbe come risultato la violazione dell’Art.33/Cost sostenendo con denaro pubblico il settore “privato”, e finendo col perpetuare l’impossibilità per molti genitori di rivolgersi a strutture pubbliche, laiche, come sarebbe loro diritto.

L’opera dei 5 Stelle dovrebbe invece dispiegarsi, in sintonia con l’azione di movimenti, associazioni e sindacati, in coerenza con quanto da essi sostenuto per gli altri ordini e gradi di scuola.

Attualmente le Scuole dell’Infanzia degli Enti Locali sono considerate “paritarie”alla stregua delle scuole private. Fanno parte allo stesso modo del “sistema scolastico nazionale” (Legge 62/2000). Ma le scuole degli Enti Locali non possono essere considerate alla stregua delle scuole istituite da “Enti e privati” menzionate nell’Art.33/Cost.! Le scuole comunali sono pubbliche e hanno diritto ai finanziamenti dello Stato ( di cui hanno sempre giustamente fruito). “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione senza oneri per lo Stato”recita il famoso Art.33/Cost. Ma non c’è differenza tra un generico “Enti”e gli Enti Locali?

Allora, dal momento che la Scuola dell’Infanzia è scuola, e non più servizio sociale, essa, seppure non obbligatoria, rientra negli obblighi dello Stato di garantire agli/alle aventi diritto il diritto all’istruzione, come per tutti gli altri ordini e gradi di scuole.

“Diritto per Enti e privati di istituire etc.”, certamente, ma l’obbligo dello Stato è di assicurare l’accesso al diritto all’istruzione a tutti e a tutte gli aventi diritto nelle strutture pubbliche. Ricordiamo che i Comuni agli albori dell’Unità d’Italia, ricevevano la delega dallo Stato per le scuole elementari (si chiamavano “scuole comunali”). Fu un adempimento irto di problemi,diversi da realtà a realtà, tanto che la legge Daneo-Credaro (1911) avocò allo Stato la gestione diretta di dette scuole.

Stessa sorte avrebbero dovuto seguire le Scuole dell’Infanzia, una volta divenute scuola.

Non possiamo qui soffermarci sulla disputa tra scuole materne comunali e statali che attraversò gli anni ’70. Entrambe pubbliche, gratuite (o semi-gratuite a seconda dei Comuni…), un “doppio canale”incomprensibile per molti genitori, ragione di orgoglio per l’Italia per i livelli raggiunti in particolare da alcune celebri scuole materne comunali, ma fonte di inaccettabili disuguaglianze, e di adempimenti, a quanto risulta, insopportabili per molti Comuni, se la soluzione è la convenzione con le scuole private.

Un’unica scuola dell’Infanzia statale sarebbe garanzia di pari opportunità su tutto il territorio nazionale; alla gestione comunale potrebbero restare i Nidi – servizio socio educativo – al cui funzionamento potrebbero essere destinate le risorse necessarie (col contributo dello Stato, Legge 1044/1971) se il personale della Scuola dell’Infanzia potesse essere collocato a carico dello Stato, in graduatorie statali, suddivise per province come avviene per gli altri ordini di scuole.

Il recente caso di Bologna fa scuola. E’ un ultimo tassello nella diatriba in corso da anni

tra il Comune del capoluogo emiliano e le associazioni laiche. Vengono devoluti 150.000 euro alle scuole private cattoliche di un quartiere cittadino in cui mancano i posti nelle Scuole dell’Infanzia comunali. Si tratta di scuole già convenzionate col Comune, cui viene offerta questa integrazione.

È questo il modello cui si sono ispirati i 5S per rompere la diga contro i finanziamenti statali alle scuole dell’Infanzia? L’emergenza, i bambini e le bambine che non possono essere lasciati/e in mezzo alla strada, il Comune che non ce la fa.

La soluzione non può che andare in un’unica direzione. L’uscita dall’emergenza non può avvenire in violazione dei principi costituzionali. Richiede un piano di investimenti, il graduale passaggio dalle scuole dell’Infanzia comunali allo Stato.

Lo Stato intervenga a garantire anche nelle Scuole delle Infanzia il diritto allo studio in strutture garanti di pluralismo e laicità, su tutto il territorio nazionale, come è intervenuto per tutti gli altri ordini e gradi di scuola.

Le scuole private, a tutti i livelli, hanno diritto alla loro istituzione “senza oneri per lo Stato”; la scelta educativa di coloro che intendono frequentarle è libera, ma non può essere una scelta obbligata dalla mancanza di strutture pubbliche.

Questi sono i cardini di interventi, non di poco conto, né di facile soluzione, ma coerenti coi principi costituzionali, cui è indispensabile cominciare a dare impulso.

Ci aspettiamo un ripensamento dai 5S. Il loro cedimento appare infatti dettato da disinformazione, superficialità, assenza di un piano proiettato verso un futuro in cui la funzione dello Stato sul terreno dell’istruzione si esplichi in tutto l’arco 3-18 anni. C’è ancora tempo per ripensarci.

Antonia Sani

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