rassegna stampa

10-06-2013, Alberto Melloni, I BUONI RAPPORTI E IL CAMBIO DI ROTTA, Corriere della Sera

Di Redazione | 09.06.2013


Gli incontri fra il presidente della Repubblica e il Papa sono buoni per definizione. Buone le
relazioni diplomatiche, buona la condizione dei cittadini cattolici che in una società pluralista
riescono ad essere l'una e l'altra cosa senza retropensieri. Ciò non toglie che ad ogni incontro ci
siano peculiarità: e così è stato sabato in un incontro nel quale Francesco e Napolitano si sono
liberati da abiti antiquati sia in senso fisico sia in senso metaforico.
Il Papa ha parlato col suo stile apparentemente semplice. Francesco sa che Bertone, liquidato il
ruinismo, s'era intestato l'esclusiva delle relazioni col centro-destra. Sa che nella Cei qualcuno s'era
adattato, qualcuno aveva saggiamente imparato a mimare i gesti e il labiale di Giorgio Napolitano, e
qualcuno aveva resistito alla avocazione. Sa che queste tensioni prima del conclave venivano
sovente regolate con colpi bassi, nomine e compromessi di cui ha un inventario. E mentre s'attende
che rimpiazzi un Segretario di Stato quasi ottuagenario, Francesco ha confermato un cambio di rotta
radicale: i rapporti politici non «tornano» alla Cei, ma «vanno» ai vescovi ai quali chiede di
comportarsi non come titolari di un negoziato di potere, ma da vescovi, padri e parti di una società
alla quale da decenni le chiese forniscono più ripetitori furbi che coscienze formate sul piano
spirituale. Con un danno — il presidente della Repubblica l'ha rilevato con tatto e schiettezza — che
è parte della crisi del Paese e con rimedi che s'iscrivono nella speranza di un risorgimento civile.
Francesco, d'altronde, ha visto dal vivo dove arrivava questa deriva nella settimana dell'elezione
quirinalizia. In quei giorni alcuni para-manovratori «cattolici» avevano alluso ad alcuni candidati
(in ispecie Giuliano Amato e Romano Prodi) come se fossero portatori di dubbi e freddezze
vaticane. Una menzogna: perché la Santa Sede non voleva certo interferire e avrebbe visto con
compiacimento come presidente un altro statista di rango europeo. La lipotimia del Pd ha convinto
Napolitano a una rielezione che papa Francesco in una irrituale telefonata ha lodato come atto di
«eroicismo» (sic). Ma il lieto fine di quella vicenda ha ricordato a tutti che se la chiesa non
riguadagna autorevolezza spirituale rischia d'essere usata. E modularsi sulla statura pastorale del
Primate d'Italia è il compito arduo che Francesco ha dato ai vescovi e ai fedeli.
Resta sullo sfondo dei rapporti Italia-Santa Sede di domani la questione della Costituzione. Nella
carta in vigore il cattolicesimo organizzato s'era rispecchiato e impegnato in modo totale: con la sua
università, coi suoi consacrati, coi suoi sindacalisti, politici, con le sue gerarchie, passati dalla
impreparazione e dalla diffidenza all'adesione. È la Costituzione (citata in Concordato) che ha
fidelizzato vescovi e fedeli imbottiti di clericofascismo alla democrazia repubblicana e alla società
pluralista: e senza quella adesione sia la democrazia sia il pluralismo sarebbero stati inferiori.
Quando Francesco parla di una «esemplarità» italiana, forse si riferisce anche a questo.
Nella revisione della Costituzione iniziata ora il cattolicesimo (e non solo lui) è presente con
«ingegneri» di diverso orientamento. C'è un'autorità vaticana come il presidente emerito della Corte
Costituzionale, Cesare Mirabelli, consigliere generale del Governatorato; ci sono vari giuristi
cattolici. Ma, a causa delle fasi evocate prima, non c'è un senso corale della urgenza storica. Fare
della Carta il sismografo di «quel che la gente ci chiede» fessura la fidelizzazione democratica e
pluralista, che per la chiesa di Pio XII era un problema e per quella di Francesco un valore. Su
questo i Colli, c'è da scommetterci, saranno attenti. E i rapporti resteranno «buoni».

Nessun commento