Con Gustavo Gutiérrez, uno dei suoi maestri nonché amico, firmò nel 2004 il libro Dalla parte dei
poveri: teologia della liberazione. Il domenicano peruviano Gutiérrez, 84 anni, è un'autorità in
materia, visto che della teologia della liberazione è il padre (il suo Teología de la liberación fu
pubblicato a Lima nel 1971 e «battezzò» la corrente di pensiero). Quanto al coautore e allievo,
l'arcivescovo e teologo tedesco Gerhard Ludwig Müller, 64 anni, è da ieri il nuovo prefetto della
Congregazione della dottrina della fede, il più importante dei dicasteri vaticani, guidato da Joseph
Ratzinger per ventitré anni: il Papa ha voluto alla guida dell'ex Sant'Uffizio un teologo che
considera centrale, evangelicamente, l'«opzione preferenziale per i poveri».
La nomina dell'ormai ex vescovo di Ratisbona a «custode della fede» era annunciata da tempo: il
cardinale William Levada, in carica dal 2005, aveva chiesto di tornare negli Usa e Benedetto XVI,
che oggi si trasferisce a Castel Gandolfo, ha voluto che la nomina fosse pubblicata prima delle sue
vacanze. Gerhard Müller, nato a Magonza-Finthen e figlio di un operaio, è un teologo di altissimo
profilo, per sedici anni docente all'università Ludwig-Maximilian di Monaco di Baviera, il più noto
dei suoi libri è Dogmatica cattolica. Per lo studio e la prassi della teologia. Lo stesso Papa ha
voluto fosse il curatore della sua opera omnia in 16 volumi («Joseph Ratzinger, Gesammelte
Schriften») che si pubblica in Germania.
L'«ortodossia» di Müller, insomma, era fuori discussione come la stima di Benedetto XVI. Eppure,
da mesi, la candidatura metteva in agitazione la parte più conservatrice della Chiesa, dentro e fuori
la Curia: stupefatta all'idea che Ratzinger — proprio lui che mise in riga diversi teologi della
liberazione — potesse scegliere al Sant'Uffizio un teologo che nel 2008, ricevendo una laurea
honoris causa dall'università pontificia di Lima, spiegò che «la teologia di Gutiérrez è ortodossa
perché ortopratica: ci insegna il giusto modo cristiano di agire».
Gutiérrez, del resto, non fu mai condannato. E non a caso, già il 23 dicembre, l'Osservatore
Romano aveva pubblicato un articolo di Müller che commentava due testi scritti negli anni Ottanta da Ratzinger sulla teologia della liberazione: per spiegare come l'allora prefetto dell'ex Sant'Uffizio non l'avesse condannata in sé, ma nelle sue deviazioni (Müller parlava di «teologie» delle liberazione) che hanno «perso di vista il sovrannaturale» per divenire «solo una sovrastruttura di un progetto marxista» e «rivoluzionario». In questo modo, scriveva, Ratzinger «prepara la strada a una vera teologia della liberazione che è strettamente legata alla dottrina sociale della Chiesa e che, proprio nel mondo di oggi, deve levare la propria voce».
Al Sant'Uffizio torna così un tedesco. L'ultimo italiano, il cardinale Alfredo Ottaviani, lasciò 44 anni fa. Resta la questione del segretario di Stato, l'ipotesi di un avvicendamento in ottobre o comunque a ridosso dei 78 anni (il 2 dicembre) del cardinale Bertone. Chi gli è vicino dice che «queste voci lo rafforzano». Un capo dicastero, sentito nelle «consultazioni» del Papa, ieri diceva all' Ansa: «È certo che qualcosa si muove. Se qualcosa dovesse cambiare, questo potrebbe succedere non prima di dicembre».




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