C'è una curiosità speciale, un po' pettegola e un po' maligna, che circonda le storie che arrivano dal fondo dei palazzi vaticani. Questa volta si tratta del maggiordomo: e se è vero che nessun grand'uomo è tale per il suo maggiordomo, è fatale che a soffrirne sia la stessa maestà della figura del Pontefice.
Il che si riflette sulla realtà italiana. Se gli inglesi si appassionano a tutto quello che riguarda la famiglia reale, a noi italiani tocca appassionarci e dividerci sulle vicende vaticane. Dalle logge di quel palazzo che si affaccia sul maestoso colonnato berniniano ci arrivano nobili avvertimenti morali e paterne reprimende, solleciti richiami al Dio dei cristiani e inviti ad affidarci alla robusta guida della Chiesa, voltando le spalle alle incertezze del relativismo e della fragile ragione umana.
Ma dai piani bassi filtrano storie e voci di tutt'altro sapore. A quelle storie noi italiani dobbiamo prestare attenzione. Quelle storie ci riguardano per una semplicissima ragione: la condizione di prossimità fisica, di intreccio quotidiano negli spazi della nostra capitale tra fatti del Vaticano e fatti italiani. I dati storici sono evidenti: il più bel palazzo reale del mondo, il Quirinale, è stato il palazzo del sovrano pontefice fino al 1870, che non è poi una data tanto remota. E non è venuta meno da allora l'abitudine dei pontefici a esercitare una speciale sovranità sull'Italia. Così accade da secoli.
A questa condizione che abbiamo definito di prossimità fisica si è aggiunto l'intreccio speciale creato dal Concordato del 1929 e dalla sua ricezione nella Costituzione repubblicana. In un amaro commento alla Costituzione Piero Calamandrei dimostrò come i diritti affermati solennemente dalla nostra Carta fossero insidiati e inficiati da un tarlo che ne rodeva e riduceva l'efficacia: accanto allo stato sovrano, sopra di esso, si levava una sovranità altra, in grado di imporre i suoi criteri di misura e le sue norme, crivellando di eccezioni quella regola fino a farla diventare un'astrazione. Accanto ai diritti, la politica: e qui si può dire che la storia della Chiesa e la storia dell'Italia del '900 sono strettamente legate e che il racconto dell'una non può prescindere dal racconto dell'altra. Parliamo della Chiesa come autocrazia sacra piantata nel cuore dello Stato italiano, legata alla nostra Repubblica democratica da un vincolo tanto profondo quanto malsano.
E quanto sia malsano basta a mostrarlo qualcuno dei documenti pubblicati dal giornalista Luigi Nuzzi nel libro "Sua Santità": si pensi al caso Boffo che ha colpito in modo devastante lo scenario politico italiano. Bene, quel caso è nato in Vaticano: da lì è partito il documento che ha avvelenato la nostra vita civile e politica. Ne è nato l'infame "metodo Boffo" subito applicato e generalizzato dal malcostume della politica berlusconiana. La politica è il problema: quella papale e quella italiana, oggi ambedue cadute molto in basso ma pur sempre avviluppate insieme da mille nodi.
Sono nodi che nessuno si decide a tagliare: perché si suppone che ci sarà sempre bisogno dell'Italia in Vaticano e ci sarà sempre bisogno dell'appoggio del Vaticano per vincere la partita in Italia.
Machiavelli in un passo celebre definì sarcasticamente lo Stato papale come retto da cagioni superiori alle quali la mente umana non poteva arrivare. Voleva dire esattamente il contrario: le leggi della lotta per il potere funzionano anche nelle penombre sacrali di quelli che vengono definiti "palazzi apostolici".
Non ce ne scandalizziamo. Ma resta il fatto che là ci si regola in modi diversi da quelli di un'Italia che con tutti i suoi problemi resta una grande democrazia moderna: le lotte per il potere e le strategie per il suo esercizio che gli uomini di quello Stato condividono con ogni altra realtà politica vengono filtrati attraverso i dispositivi di un segreto ammantato di sacralità. E' forse il caso di ricordare la parola d'ordine con cui fu avviata la trasformazione di un altro Stato dove un potere autocratico retto da una fede speciale si circondava di segretezza: "Glasnost", trasparenza.




Nessun commento