Rassegna Stampa

15-05-2012, Maurizio Chierici, SE IL CARDINALE È UNA “CANAGLIA”, il Fatto Quotidiano

Di Redazione | 15.05.2012


Nel mondo libero non era ancora successo che radio e Tv di Stato accusassero un cardinale d’essere una canaglia, anche perché il suo delitto è strano: “Riconciliare” il popolo diviso dai dogmi di comunismo e capitalismo, guerre fredde che affondano nel Novecento. Perfino i soviet di Mosca quando schiacciavano la Chiesa polacca del cardinale Wyszynski, nascondevano la crudeltà nell’ipocrisia della forma evitando “forzature non indispensabili” mentre imponevano a vescovi e sacerdoti di giurare fedeltà alla Costituzione che li schiavizzava. “Se Cesare si insedia sull’altare non possiamo obberdirgli”, risponde il cardinale. Quel “non possumus” lega Wyszynski a una prigione dura. Godere della situazione senza scrupoli e lasciar correre l’angoscia di chi sorride alle folle che inganna, è l’ipocrisia degli uomini forti. Se può essere di consolazione, l’ipocrisia è finita.
E i rancori vanno in onda contro chi prova a disarmare dogmi che stanno marcendo. Ecco gli insulti del direttore di radio e Tv Martì proprietà del Dipartimento di Stato. Bersaglio Jaime Ortega, cardinale all’Avana. Nel disastro dell’economia cubana la sua Caritas aiuta il governo a sfamare la gente. Non perché “convertito al comunismo”. Quando era prete, Fidel e Raul lo condannano ai lavori forzati. Adesso la prostrazione di un popolo impone solidarietà concrete. Ma sfamare gli affamati è un cerotto, non una speranza. E il cardinale invita gli intellettuali cattolici al dialogo non solo con gli intellettuali del bureau comunista, soprattutto coi cubani della diaspora di Miami per risolvere i problemi di una società alle corde in contrapposizione agli ultras che non si rassegnano a perdere i privilegi dell’antagonismo nel quale sopravvivono, da una parte e dall’altra. All’Università di Havard, Ortega racconta dei 13 dissidenti che all’Avana occupano una chiesa mentre sta per arrivare Ratzinger. Vogliono incontrarlo per suggerirgli ciò che deve dire. “Fra loro delinquenti condannati per reati comuni”. Si rivolge alla polizia per chiederne lo sgombero e diventa “lacché” del governo comunista perché dialogare e non combattere è “una canagliata”. Beatificano l’esempio di un vescovo che “non si è mai arreso”, Agustin Roman. Anni fa consigliava Ortega in visita a Miami di non pronunciare la parola maledetta, sempre la stessa: riconciliazione. Suggerimento magnificato “per aver messo in pratica ciò che predicava dal pulpito”. Durante il meeting cubanoamericano 1996, seduto al fianco di Madeleine Albright, segretario di Stato, Roman prega “il Signore di armare la mano dei credenti per abbattere l’anticristo Fidel”. Adesso il dipartimento della signora Clinton prende timide distanze. Obama è in corsa per la rielezione e il voto latino della Florida può essere decisivo. Ribadisce il diritto all’autonomia di radio e Tv Martì in sincronia col direttore, Carlos Garcia Perez, il quale fa sapere di non dover chiedere nessuna autorizzazione per dire ciò che ha detto. Non è vero. Una volta sono andato a trovare Humberto Medrano nel suo storico ufficio di radio Martì. Si commuove nel ricordare la prima trasmissione, quel 1985. Accendo il registratore per le domande: “Un momento”, allarme della voce più libera delle Americhe. “Non sono autorizzato a raccontare ciò che penso senza il permesso di O’Connoll, nostro superiore al dipartimento di Washington. Loro pagano, devono essere d’accordo”. Il cardinale è un principe della Chiesa. Chissà se Miguel Diaz, teologo di famiglia cubana, ambasciatore Usa in Vaticano, ha spiegato al segretario di Stato Bertone per quale strategia hanno lasciato correre la parolaccia.

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