Ci fu un lungo periodo in cui il cattolicesimo italiano, con l'intero apparato della Chiesa in testa, fece guerra a Israele. L'ostilità si manifestò profonda, totale, radicalmente ideologica, con antiche radici teologiche fondate sul tradizionale antigiudaismo cristiano contro il «popolo deicida», condannato a errare nei secoli come punizione per quella incancellabile colpa originaria.
Oggi, a mezzo secolo dal Concilio Vaticano II e dalla dichiarazione Nostra Aetate sulle religioni non cristiane e in particolare sugli ebrei approvata in quella sede, dopo le variegate riflessioni tra la cristianità sulle radici europee dell'Olocausto e a quasi un ventennio dall'avvio delle piene relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Stato israeliano, sembra quasi impossibile pensare che ancora nel 1950-51 (e forse anche più tardi) importanti dirigenti vaticani, oltre a popolari pubblicazioni cattoliche, si augurassero di tutto cuore la conversione in massa degli ebrei al cristianesimo.
Anzi, per molti di loro, l'unico fatto positivo della «catastrofe» costituita dalla nascita dello Stato di Israele era appunto l'eventualità che ciò preludesse a questo plateale gesto di ravvedimento collettivo, che confermasse con forza la verità unica della religione fondata sul Nuovo Testamento a superamento e completamento assoluto di quella precedente nata dai profeti del «popolo eletto» e dall'antico patto tra Mosè e Dio Paolo Zanini, giovane storico dell'Università degli Studi di Milano, nel suo recente Aria di Crociata. I cattolici italiani di fronte alla nascita dello Stato di Israele (1945-51) (Unicopli, Milano, pagine 263, 17), ricostruisce con accuratezza quell'atteggiamento, così come si manifestò sui giornali e le riviste sia più ufficiali come «L'Osservatore Romano» e «La Civiltà Cattolica», sia più popolari quali «L'Avvenire d'Italia» e «Il Quotidiano d'Italia», e anche provinciali come «L'Eco di Bergamo» sino al democristiano «Il Popolo».
Un imponente apparato di dettagliate note a pie' pagina arricchisce l'opera. Ne esce confermata la tesi della marcata ostilità della Chiesa di Pio XII nei confronti del sionismo. Un ostilità che si preannunciò già in una lunga serie di articoli apparsi sulla «Civiltà Cattolica» sin dai tempi del primo Congresso sionista alla fine dell'Ottocento e proseguì coerente sino a ben dopo la nascita di Israele. In questa lettura tradizionalista gli ebrei erano pericolosi «materialisti», se non diretti agenti comunisti agli ordini di Mosca, destinati a fomentare il caos tra le comunità cristiane in Terrasanta.
L'esodo delle popolazioni palestinesi (tra cui molti cristiani), la divisione di Gerusalemme (nonostante l'appello vaticano per un «corpus separatum») e le difficoltà per i pellegrinaggi ai santuari di culto tradizionali furono percepiti come il tragico inveramento delle antiche paure. Tanto che ancora nel maggio 1949 l'agenzia stampa «Fides» definiva senza titubanze il sionismo «un novello nazismo».




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